mercoledì 29 Giugno 2022

Accesso intraosseo

L’accesso intraosseo permette, in modo semplice e rapido, di infondere direttamente nelle cavità non collassabili del midollo osseo. Attraverso la via intraossea è possibile somministrare farmaci, cristalloidi, collodi, derivati del sangue e mezzi di contrasto.

 

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I pionieri dell’accesso intraosseo furono Drinker e colleghi che nel 1922 dimostrarono la possibilità di infondere liquidi  attraverso un ago posizionato all’interno dello sterno [1]. Il ricorso all’accesso intraosseo divenne piuttosto comune negli anni trenta e quaranta (in particolare durante la seconda guerra mondiale), per poi essere soppiantato dall’ascesa dei cateteri venosi costituiti da materiali sintetici. In ambito pediatrico riemerse nuovamente l’interesse per la via intraossea negli anni ottanta, arrivando fino al riconoscimento della American Heart Association (AHA) che che nel 1986 approvò tale via di somministrazione nella gestione del paziente critico pediatrico. Come vedremo, nell’ambito del paziente critico adulto l’accesso intraosseo è tornato in auge nell’ultimo decennio.

 

Quali dispositivi sono attualmente disponibili?

Dispositivi ad inserimento manuale:

  • L’ago viene inserito attraverso una pressione esercitata manualmente dall’operatore. Si tratta di dispositivi ideati per il paziente pediatrico (data la minor consistenza del tessuto osseo). Il Fast1, tra i più utilizzati, permette l’infusione intraossea in sede sternale, richiedendo però una cospicua forza da parte dell’operatore.

Dispositivi ad inserimento meccanico:

  • B.I.G.(Bone Injection Gun): l’ago viene inserito attraverso un meccanismo a molla precaricata. Può essere posizionato sulla tibia prossimale e sull’omero prossimale.
  • EZ-IO: prevede l’inserimento dell’ago attraverso un trapano elettrico, senza nessuna fatica per l’operatore.

Per un esaustivo confronto tra i diversi dispositivi rimando al post “comparazione tra i dispositivi per infusione intraossea” del portale Area Critica.

 

 

PROCEDURA DI INSERIMENTO EZ-IO – Sintesi dal manuale istruzioni per l’uso [2]

 

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  • Individuare il sito di inserimento nella porzione prossimale della tibia. Individuare la tuberosità tibiale mediante palpazione. L’inserimento del set ago EZ-IO AD deve aver luogo a circa 1 cm in posizione mediale rispetto alla tuberosità presente sulla porzione ampia e pianeggiante della tibia. Preparare il sito di inserimento. Pulire il sito con alcool e/o Betadine.
  • Prendere in considerazione l’anestesia locale nel caso di pazienti coscienti. In ogni caso: in presenza di particolare sensibilità al dolore, si può prendere in considerazione un’infiltrazione locale presso il sito prima dell’inserimento dell’ago.
  • Preparare il sistema per infusione. Estrarre il manipolo EZ-IO e un set ago EZ-IO AD dalla custodia protettiva. Estrarre il set ago dalla cartuccia collegando l’attacco terminale del set ago all’albero motore. Uno scatto indica l’avvenuto collegamento dell’ago.
  • Inserire il set ago eZ-Io nel sito tibiale. Assicurarsi di poter identificare il sito di inserimento appropriato. Tenere il manipolo EZ-IO in una mano e tenere ferma la gamba con l’altra mano. Posizionare il manipolo sul sito di inserimento con il set ago posto a 90 gradi rispetto alla superficie dell’osso. Azionare delicatamente il set ago finché la punta dell’ago tocca l’osso. Controllare che siano visibili almeno 5 mm di catetere come indicato dall’indicatore della profondità prossimale. Se sono visibili meno di 5 mm di catetere, è possibile che vi sia una quantità eccessiva di tessuto molle sul sito tibiale e che il set ago non sia in grado di raggiungere lo spazio midollare. Penetrare la corticale dell’osso premendo il grilletto del manipolo e applicando una pressione leggera e stabile verso il basso.
  • Rilasciare il grilletto del manipolo e interrompere il processo di inserimento quando: 1. Si avverte un improvviso cedimento al momento dell’accesso nello spazio midollare. 2. La flangia del set ago tocca la cute. 3. Si raggiunge la profondità desiderata. Rimuovere il manipolo e lo stiletto. Tenere fermo l’attacco del set ago con una mano mentre si scollega il manipolo dal set ago. Rimuovere lo stiletto dal catetere tenendo fermo ancora una volta l’attacco con una mano e ruotando lo stiletto in senso antiorario con l’altra.
  • Verificare la stabilità del catetere. Verificare che il catetere sia in posizione eretta a 90 gradi rispetto all’osso e che sia saldamente posizionato al suo interno. nota: se il sito di inserimento non supera i test di cui sopra, rivalutare i punti di riferimento anatomici e prendere in considerazione la rimozione e lo smaltimento del catetere. Ripetere la procedura con un nuovo set ago nell’estremità opposta o in un altro sito appropriato.
  • Collegare il set di estensione eZ-connect® al blocco luer dell’attacco del catetere. All’attacco del catetere è possibile collegare qualsiasi set di estensione o tubo di somministrazione standard. Si consiglia l’EZ- Connect, data la sua struttura di basso profilo e l’angolazione a 90 gradi. Non collegare una siringa direttamente all’attacco del catetere EZ-IO, ciò può causare l’allargamento del foro presso il sito di inserimento e il rischio di stravaso provocato dal movimento del catetere. Irrigare il catetere con 10 ml di soluzione fisiologica. Importante: prima di irrigare il catetere, prendere in considerazione l’aspirazione di una piccola quantità di sangue per confermare il posizionamento. • Prima dell’irrigazione, prendere il considerazione l’iniezione di lidocaina (senza conservanti) per via intraossea nel caso di pazienti coscienti. La mancata irrigazione del catetere intraosseo può determinare una situazione nella quale il trattamento ha luogo con un flusso limitato o inesistente. • Dopo l’irrigazione del catetere intraosseo, somministrare i fluidi o i farmaci prescritti. L’EZ-Connect di basso profilo di Vidacare può essere fissato in posizione con una normale medicazione o cerotto trasparente semipermeabile.

 

 

 

Quali sono i siti d’inserzione e quanto tempo può rimanere in sede?

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Utilizzando il dispositivo EZ-IO le sedi di inserzione indicate nel paziente adulto sono il grande tubercolo sulla testa dell’omero, la tibia prossimale e la tibia distale.

 

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L’accesso intraosseo è un presidio di emergenza, può essere utilizzato per un massimo di 24 ore. Ad ogni è modo è consigliato sospendere l’infusione intraossea nel momento in cui si è riusciti a ottenere un accesso venoso stabile e ben funzionante (centrale o periferico).

 

Quando è opportuno ricorrere all’accesso intraosseo?

  • Impossibilità nel posizionare l’accesso venoso nei pazienti emodinamicamente instabili
  • Impossibilità nel reperire l’accesso venoso nelle situazioni di arresto/periarresto
  • Ogni situazione clinica in cui è necessario posizionare rapidamente un accesso venoso ma l’accesso venoso periferico è difficilmente posizionabile o è causa di perdita eccessiva di tempo.
  • Nelle situazioni in cui l’accesso intraosseo può rappresentare una soluzione temporanea, utile per stabilizzare il paziente e permettere il successivo posizionamento di uno o più accessi venosi stabili e ben funzionanti.

 

Inoltre fonte di dibattito potrebbe essere un interessante consensus paper della American Association of Critical-Care Nurses  [3]  che estende notevolmente le indicazioni all’accesso intraosseo, considerando anche il paziente non critico. Secondo gli autori il ricorso all’accesso intraosseo andrebbe considerato come possibile alternativa nei pazienti con scarso patrimonio venoso in una varietà di situazioni (terapia intensiva, medicina interna, preospedaliero, lungodegenza, day hospital, hospice). In particolare dovrebbe essere considerato come prima alternativa, in caso difficoltà a posizionare un catetere venoso periferico, nei pazienti che non necessitano né di terapia prolungate né di monitoraggio emodinamico. Per le indicazioni specifiche rimando al documento originale.

 

                             

Quali sono le controindicazioni?

  • sospetta frattura
  • recente (ultime 24-48h) tentativo di posizionamento di un accesso intraosseo nello stesso distretto osseo
  • pregresso intervento chirurgico (es.: protesi di ginocchio)
  • osteogenesi imperfetta
  • osteoporosi
  • infezione dei tessuti molli al punto d’inserzione
  • difficoltà nel reperire i punti di repere

 

Quali sono le possibili complicanze?

  • extravasazione e possibile sindrome compartimentale
  • osteomielite (0,6%  secondo una vecchia casistica del 1985 [4])
  • dolore durante l’infusione
  • dislocamento
  • frattura dell’osso
  • embolia adiposa

 

L’impiego dell’accesso intraosseo nel paziente adulto è supportato dalle linee guida sulla rianimazione cardiopolmonare?

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“L’intraossea fornisce l’accesso a un plesso venoso non collassabile, permettendo l’infusione di farmaci al pari dell’accesso venoso periferico. Due studi prospettici nel bambino e nell’adulto e altri sei studi suggeriscono che, nei pazienti di tutte le età, l’accesso intraosseo è sicuro ed efficace nel permettere la somministrazione di liquidi e farmaci, oltre che il prelievo di campioni di sangue per eseguire analisi di laboratorio. Tuttavia molti di questi studi sono stati condotti sull’uomo in condizioni emodinamicamente stabili e di shock ipovolemico, oltre che su modelli animali di arresto cardiaco. Sebbene tutti i farmaci previsti dall’ACLS siano stati somministrati per via intraossea in assenza di effetti collaterali attribuibili all’infusione stessa, vi è una scarsità di informazioni riguardo l’efficacia di tali somministrazioni durante la rianimazione cardiopolmonare. E’ ragionevole ricorrere all’accesso intraosseo se l’accesso venoso non è rapidamente disponibile (Class IIa, LOE C). I presidi attualmente a disposizione sul mercato possono facilitare l’inserimento dell’accesso intraosseo nel paziente adulto.” 2010 American Heart Association Guidelines for Cardiopulmonary Resuscitation and Emergency Cardiovascular Care Science (traduzione personale)

 

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“Se risulta difficile o impossibile reperire un accesso venoso, valutare la via intraossea. Sebbene venga considerata di solito una via alternativa all’accesso vascolare nei bambini, è attualmente accettata come via di accesso valida anche per gli adulti. L’iniezione intraossea di farmaci permette di raggiungere una concentrazione plasmatica adeguata in un tempo comparabile a quello dell’iniezione attraverso un catetere venoso centrale. La recente disponibilità di strumenti meccanici per la somministrazione intraossea ha reso più facile utilizzare questa tecnica. La somminitrazione di farmaci per via endotracheale non è più raccomandata.” Linee guida European Resuscitation Council per la Rianimazione 2010

 

Vantaggi e svantaggi rispetto al catetere venoso centrale?

 

Vantaggi:

  • il posizonamento richiede minor tempo (secondi invece che minuti)
  • non richiede particolari abilità tecniche
  • è più economico ($100 vs $300)
  • in corso di rianimazione cardiopolmonare non è mai necessario interrompere le compressioni toraciche

Svantaggi:

  • deve essere rimosso entro 24 ore
  • non può essere utilizzato per il monitoraggio emodinamico
  • nel paziente cosciente il posizionamento e l’infusione possono essere causa di dolore

 

La procedura è dolorosa per il paziente?

Considerando come la procedura possa apparire cruenta, desta giustamente preoccupazione l’intensità del dolore provocato al paziente. Nel contesto del pronto soccorso il paziente che necessita immediatamente di un accesso vascolare è generalmente un paziente critico, che presenta un’alterazione dello stato di coscienza più o meno severa. In tali situazioni la questione dolore può legittimamente passare in secondo piano. Nel paziente che risponde allo stimolo doloroso viene suggerita l’anestesia locale prima del posizionamento, infiltrando 1-2 cc di lidocaina 1% su cute e periostio, e la somministrazione intraossea di lidocaina (da 20 a 40 mg) prima di iniziare l’infusione [3].

Alcuni autori sostengono tuttavia che l’accesso intraosseo (grazie ai nuovi sviluppi tecnologici) possa avere un ruolo anche nel paziente non critico. Come già accennato, il consenus paper del The Consortium on Intraosseous Vascular Access in Healthcare Practice [3] sostiene che l’accesso intraosseo andrebbe considerato come prima alternativa all’accesso venoso periferico nei pazienti che non necessitano di un catetere venoso centrale (quindi pazienti sottoposti a terapie di breve durata e senza necessità di monitoraggio emodinamico). Di conseguenza sono stati sviluppati studi per valutare l’intensità del dolore provocato ai pazienti senza alterazioni dello stato di coscienza.

Uno studio eseguito su pazienti con un Glasgow Come Scale superiore a 12 ha mostrato come l’intensità media del dolore (valutata con la scala VAS) era di 3.5 al posizionamento e di 5.5 durante l’infusione [5]. Gli autori segnalavano che il dolore poteva essere mitigato dalla somministrazione di lidocaina attraverso l’accesso l’intraosseo (prima di cominciare l’infusione e se necessario anche durante).

Il dolore provocato dal posizionamento e dall’infusione è stato valutato anche in sedici volontari sani, in assenza quindi di dolori distraenti [6]. Utilizzando sempre la scala VAS il dolore è risultato essere all’inserzione 4.4 ± 2.6 (range=0–6) per l’accesso tibiale e 3.0 ± 1.5 (range=1–7) per l’accesso omerale.

Durante l’infusione otto volontari su dieci del gruppo tibiale hanno richiesto 20 mg addizionali di lidocaina per mantenere il livello del dolore al di sotto di 5. Nessun paziente del braccio omerale ha richiesto lidocaina aggiuntiva. Il dolore più intenso (6.8 ± 2.9 per la tibia e 4.6 ± 2.9 per l’omero) è stato riscontrato durante l’irrigazione iniziale con 10 cc di soluzione fisiologica.

 

https://www.youtube.com/watch?v=mR0uYKhx2RU

 

Quali fluidi possono essere somministrati?

Ad eccezione dei chemioterapici è possibile somministrare tutti i tipi di farmaci (tra cui fibrinolitici [7], sedativi e bloccanti neuromuscolari [8]) e fluidi [colloidi, cristalloidi, derivati del sangue [9]). L’accesso intraosseo è stato utilizzato anche per l’infusione di mezzo di contrasto [10].

 

Qual è la velocità di infusione?

Inserendo nella tibia prossimale l’ago intraosseo dal diametro di 15 Gauge si raggiunge una velocità media di infusione di 73 cc/min, avendo la possibilità di arrivare a 165 cc/min utilizzando uno spremisacca [11].

 

velocita infusione -iv-intraossea
Velocità di infusione

 

Il video sottostante mostra l’infusione di mezzo di contrasto attraverso l’accesso tibiale e permette di avere una idea visiva della velocità di infusione:

 

 

 

 

Accesso Intraosseo: dalle linee guida alla pratica clinica

di Nicolò Bravi

Infermiere Pronto Socccorso Azienda Ospedaliera di Padova
In precedenza 118 Romagna Soccorso
E-mail: [email protected]

I dati sui decessi in fase preospedalieria dei pazienti politraumatizzati hanno ampiamente evidenziato come l’emorragia non controllata costituisca una condizione clinica che compromette severamente le possibilità di sopravvivenza, esponendo il paziente alla cosiddetta “triade letale” (ipotermia, coagulopatia e acidosi metabolica). Una strategia basata sul mantenimento di target pressori predefiniti, ricorrendo anche all’espansione volemica, può limitare il danno secondario, prevenire gli effetti della triade letale e migliorare l’outcome del paziente.
Ovviamente l’ottenimento di tali risultati è strettamente dipendente dalla capacità di intervenire tempestivamente per interrompere l’evoluzione del danno da ipoperfusione. Stabilire un accesso venoso può tuttavia risultare difficoltoso: dati di letteratura riportano che in alcuni casi sono necessari dai 3 ai 12 minuti, con una percentuale di insuccesso che va dal 10 al 40%. Le cause di tale insuccesso sono spesso correlate al quadro di shock (collasso delle vene periferiche), a peculiarità anatomiche del paziente (es. paziente pediatrico o obeso) o a difficoltà legate alla situazione (ad esempio un paziente incastrato all’interno di una autovettura).

Una valida alternativa è rappresentata pertanto dall’accesso intraosseo. Come già descritto, tale via di accesso non solo si è dimostrata essere perfettamente equivalente all’accesso venoso in termini di efficacia, ma risulta particolarmente vantaggiosa quando quest’ultimo risulti difficoltoso da ottenere e sia necessario infondere liquidi o somministrare farmaci in modo rapido e sicuro.
In presenza di difficoltà nel reperimento dell’accesso venoso periferico, l’intraossea si pone quindi come una strategia rapida (tempo di posizonamento dai 4 ai 10 secondi a seconda del dispositivo utilizzato) ed efficace su cui si dovrebbe investire maggiormente (tramite l’acquisizione dei materiale e la formazione del personale), essendosi già dimostrata di estrema utilità in scenari particolarmente complessi (es. ambiente ostile, emergenze multiple, maxiemergenze).
Nonostante le linee guida raccomandino sempre più un suo utilizzo, nella pratica clinica l’accesso intraosseo viene ancora considerato una tecnica rescue. In letteratura viene suggerito il ricorso all’accesso intraosseo, nelle situazioni di emergenza, dopo 2 tentativi infruttuosi di posizionamento dell’accesso venoso periferico o comunque entro 90 secondi. Tuttavia, anche per esperienza diretta, nonostante vi sia un utilizzo via via sempre più appropriato e consono delle linee guida, sia in contesto intra che extra-ospedaliero, sono molteplici le volte in cui i tentativi di incannulamento di una via venosa periferica superano di gran lunga i tempi e/o i tentativi raccomandati.
L’intraossea rappresenta, come già descritto, la via di infusione più immediata ed efficiente che abbiamo a disposizione. Certo non è pensabile, a mio avviso, reperire un accesso intraosseo senza aver prima tentato una venipuntura, ma in casi di reale emergenza la scelta di inserire un ago per via intraossea in prima battuta non è totalmente da scartare.

In ambito militare, ad esempio, la facilità d’uso e le grandi quantità di liquidi infondibili fanno dell’intraossea la principale via di somministrazione sul campo di battaglia.
L’utilizzo in situazioni emergenti è probabilmente quello principale. Tuttavia anche in ambito pediatrico, negli ultimi decenni, si è diffusa l’idea di utilizzare questo tipo di via infusionale qualora la venipuntura fosse troppo difficoltosa, o la criticità del quadro non permetta più di un tentativo.
Addirittura alcuni autori dell’American Association of Critical-Care Nurses promuovono il ricorso all’accesso intraosseo, in alternativa al catetere venoso centrale e alla ricerca esasperata di una vena periferica da incannulare, nei pazienti con scarso patrimonio venoso affetti da patologie croniche, e che non necessitano di terapie prolungate. Considerando però che oggigiorno in emergenza l’accesso intraosseo viene lasciato nella stragrande maggioranza dei casi come ultima risorsa, credo che la strada verso tale prospettiva sia ancora abbastanza lontana, senza considerare inoltre che quasi la totalità delle UU.OO ne sono sprovviste.
Per esperienza diretta posso confermare che il reperimento dell’accesso intraosseo con l’EZ-IO, rispetto all’utilizzo dei sistemi manuali, è realmente facile, sicuro ed efficace. Difatti il sistema EZ-IO ha un 97,8% di successo al primo tentativo contro il 79,5% degli altri strumenti. Inoltre il sistema per accesso intraosseo manuale è decisamente meno user friendy di quelli automatici, sia perché necessità di una certa abilità manuale, sia per il rischio elevato di mal posizionamento, correndo il rischio di “scivolare” lateralmente sull’osso e rendere inutilizzabile il dispositivo, oltre che di danneggiare l’osso stesso.
Vale tuttavia la pena di sottolineare come la differenza reale in termini di sicurezza e affidabilità della tecnica sia data anche dal percorso formativo a cui sono sottoposti gli operatori che dovranno garantire l’accesso intraosseo.
In un’epoca caratterizzata dal progresso scientifico, e dall’utilizzo di tecniche sempre più avanzate nel campo della medicina, non dovrebbe essere consentito assistere alla morte di persone senza che sia stato possibile posizionare un accesso venoso. Basti pensare a tutte le volte in cui si vedono arrivare pazienti in stato di shock “lanciati” in sala emergenza privi di qualunque accesso venoso, spesso accompagnati da professionisti sanitari.
Proprio per tali motivi si dovrebbe sollecitare medici e infermieri a familiarizzare maggiormente con l’accesso intraosseo e a ricorrervi quando necessario, così da averne una completa autonomia gestionale.

L’utilizzo della tecnica di infusione intraossea rappresenta dunque una competenza indispensabile. Ciò particolamente nella fase preospedaliera, dove la maggior parte delle volte si è da soli, senza poter contare su altre risorse, con lo scorrere del tempo che ne influisce tangibilmente sull’esito. Tale contesto non si presenta solo nel paziente traumatizzato, ma in tutti i casi in cui risulta difficoltoso reperire un accesso venoso, per problematiche di natura anatomica o per difficoltà ambientali e situazionali.

Tale tecnica, è stata ad esempio largamente utilizzata nelle recenti catastrofi, come i terremoti de l’Aquila e di Haiti; in particolar modo, durante il lungo periodo di emergenza seguito alla catastrofe haitiana, migliaia di bambini colpiti da colera e in condizioni gravissime sono stati salvati anche grazie all’utilizzo di un accesso intraosseo.

“Perché infondere attraverso puntura intraossea?”… La domanda più giusta sarebbe: “perché non farlo?”.

 

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Bibliografia

 

– “Accesso intraosseo”

[1] Drinker CK, Drinker KR, Lund CC. The circulation of the mammalian bone marrow. Am J Physiol 1922;62:1-92

[2]http://www.formazioneinemergenzasanitaria.net/C02_Cardiocircolatoria/VidacareDFUManCivilian_IT-sm.pdf

[3] Consortium on Intraosseous Vascular Access in Healthcare Practice; Recommendations for the Use of Intraosseous Vascular Access for Emergent and Nonemergent Situations in Various Health Care Settings: A Consensus Paper; Crit Care Nurse December 2010 vol. 30 no. 6 e1-e7

[4] Rosetti V, Thompson BM, Miller J, et al. Intraosseous infusion: an alternative route for pediatric intravenous access. Ann Emerg Med.1985;14:885-888

[5] Fowler RL et al.; 1,199 case series: powered introsseous insertion provides safe and effective vascular access for emergency patients; Annals of Emergency Medicine, volume 52, issue 4, Supplement, Page S152, October 2008

[6] Montez D et al., Pain Management with the use of IO  JEMS  Wednesday, September 1, 2010

[7] Ruiz-Hornillos PJ, Systemic fibrinolysis through intraosseous vascular access in ST-segment elevation myocardial infarction. Ann Emerg Med 2011 Jun;57(6):572-4. doi: 10.1016/j.annemergmed.2010.09.011. Epub 2010 Oct 13.

[8] Barnard EBG, Rapid sequence induction of anaesthesia via the intraosseous route: a prospective observational study. Emerg Med J doi:10.1136/emermed-2014-203740 

[9] Burgert JM, Intraosseous infusion of blood product and epinephrine in an adult patient in hemorrhagic shock. AANA J 2009 Oct;77(5):359-63

[10] Knuth TE, Paxton JH, Myers D; Intraosseous injection of iodinated computed tomography contrast agent in an adult blunt trauma patient; Ann Emerg Med 2011 Apr;57(4):382-6

[11] Ong ME et al. An observational, prospective study comparing tibial and humeral intraosseous access using the EZ-IO. Am J Emerg Med. 2009 Jan;27(1):8-15. doi: 10.1016/j.ajem.2008.01.025

 

–  “Accesso Intraosseo: dalle linee guida alla pratica clinica”

Belletti E., Gentile I., Lubrano R. L’accesso intraosseo nell’emergenza pediatrica. Pillola d’emergenza. SIMEUP. 2011 Oct; 38:1

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Tommaso Grandi
Tommaso Grandi
Pronto Soccorso e Medicina d'Urgenza Campus Bio-Medico di Roma - Specialista in Medicina d'Emergenza-Urgenza @TommasoGrandi84

10 Commenti

  1. Bellissimo articolo, da rileggere con calma.

    Purtroppo ho sentito spesso parlare di accesso intraosseo a lezione o nelle linee guida, ma nella pratica non credo che almeno nei reparti e nel pronto soccorso che ho frequentato si effettui… o per lo meno io non ne ho mai visto uno.

    Simone

    • Grazie mille per il giudizio!!
      In effetti non hai tutti i torti; come riportato nell’articolo difatti, nonostante la tecnica dell’accesso intraosseo sia conosciuta da tempo, solo recentemente sta prendendo piede ed inizia ad essere realmente utilizzata. Per mia esperienza posso dire che nel pronto soccorso in cui lavoro attualmente siamo provvisti dell’EZ-IO e mi è capitato personalmente di posizionarlo per ben due volte negli ultimi sei mesi, mentre in emergenza territoriale siamo ricorsi all’intraossea in dotazione (BIG) circa tre volte in tre anni. Il suo utilizzo, inoltre, può essere dipeso oltre che dalla casistica anche dall’equipe con cui si lavora. Nei casi riportati l’intraossea è stata l’ultima chance, dopo svariati tentativi non andati a buon fine di incannulamento di una via venosa periferica. Per cui per effettuarsi posso dire che tale tecnica si effettua, ma con una casistica assai limitata e ancora lontana dalle raccomandazioni.

  2. A Potenza abbiamo l’EZ-IO. L’abbiamo posizionato più volte. Rapidissimo ed efficace. Il 31/10 sarò correlatore di una tesi di diploma in scienze infermieristiche su quest’argomento. Ciao! Edoardo Pennacchio DEA AOR San Carlo di Potenza.

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