28
Feb
2017
6

App in Pills – Febbraio 2017: Resuscitation!

In questo appuntamento di App in Pills, dato il clima carnevalizio, ho pensato di proporti… un gioco!

E’ raro trovare qualcuno che non abbia sentito parlare di Resuscitation! … beh, se è il tuo caso, vai subito a scaricarlo.

Quella dei sanitari è una professione totalizzante: lo siamo di giorno, di notte, sul treno, al bagno, persino quando dormiamo… figuriamoci quando giochiamo!

La parte NERD del nostro cervello partorisce battute a sfondo medicale, spesso incomprensibili ai non membri della “casta”, nonostante il tentativo di lasciare il lavoro fuori dal tempo libero.

Nel tentativo di disintossicarmi da altri giochi colorati che creano dipendenza (non ne citerò!) l’ho scaricata e mi sono divertito fin dal primo caso. Il tutto è abbastanza realistico, tranne nelle tempistiche (non c’è deterioramento del paziente in base al tempo trascorso), però puoi davvero chiedere esami, approfondire l’esame obiettivo, intraprendere diagnostica strumentale, effettuare procedure.

E, una volta espresse delle diagnosi differenziali, sceglierne una finale e decidere il se ricoverare o dimettere il paziente.

Si ottiene un punteggio in base alle azioni svolte, classificate in fondamentali, indifferenti, addirittura dannose (tolgono punti), oppure non fondamentali ma comunque utili e quindi bonus.

Il punteggio finale vi dirà a che livello siete (dall’immagine io, giustamente, confermo il mio livello di specializzando!).

A conclusion e un de-briefing molto utile, sia per capire gli errori sia come ripasso della teoria.

Certamente non sarà utile durante la pratica clinica, a meno che non vogliate distrarre un po’ un paziente…! Ma l’ho trovata utile per divertirmi con qualche collega magari durante la pausa pranzo o tornando a casa da lavoro. Perciò 4 stelle!

 

 

Il mio giudizio particolare premia una grafica semplice, la facilità di utilizzo, l’essere gratuita (sebbene con acquisti in-app una volta terminati i primi casi…), e l’utilità per ripassare ogni tanto qualche protocollo nella teoria.

 

 

Stavolta mi sono chiesto: possono la medicina e un gioco andare d’accordo? Cosa c’entrano l’uno con l’altro? E ho scoperto, oltre al famoso “allegro chirurgo”, molti aspetti in comune.

In particolare ho voluto riflettere e concentrarmi sul confine che esiste tra i due rispettivi universi: la serietà della pratica medica – imposta dal curare persone che soffrono – e la leggerezza del giocare – propria di un atto che è fine a sé stesso e non si cura delle conseguenze. Eppure è pieno di esempi, nell’uno e nell’altro settore, di quanto siano interconnesse.

Innanzitutto parliamo del gioco. Perché vederlo solo in chiave scherzosa?

I teorici della filosofia del gioco ne hanno proposto l’assoluta importanza perché generatore di tutto quel filone artistico o comunque creativo che risiede nella natura umana (Huizinga). Ma non dimenticherò i soliti cari amici greci. Aristotele distingue il gioco dal lavoro, affermando che giocare è pura libertà e non ha necessità di esistere per un qualche fine: esiste e basta; anche se poi ammette che la vita stessa è un gioco in cui si intrecciano parti, ruoli, azioni, spesso senza un senso chiaro.

Anche Platone è d’accordo sulla concezione di vita come grande gioco universale, ammettendo tuttavia che l’uomo è solo un componente del gioco-vita, attore senza copione, non ne comprende il disegno e l’andamento, e che qualcosa di più grande e serio invece conduce questo gioco (che dovrebbe – in teoria – avere un fine: il bene?). E così via, un susseguirsi di interpretazioni spesso contrastanti lungo tutta la storia della filosofia, per capire che il gioco alla fine può essere astrazione della realtà ma da quest’ultima proviene e su di essa si basa, traendone quindi il fondamento di serietà (Kant, Wittgenstein, Schiller…).

Dall’altro lato c’è la pratica medica, stretta tra le falde di camici bianchi, tutine verdi o catarifrangenti, tra libri e numeri, tra decisioni cariche di conseguenze e di difficoltà. Lascerò da parte l’ovvietà di portare un sorriso in corsia; chi mi conosce sa che ho un muso lungo serioso e barbuto, ma tranquilli, mi sto applicando per sorridere un po’ di più. Ho già parlato qui di come la medicina si sia sviluppata dall’alchimia, quando ancora si andava a tentativi e non c’era un metodo scientifico “galileiano”. Tentare la sorte, ovvero accettare la sfida, quindi nient’altro che giocare. Non è forse quel che facciamo ogni giorno a lavoro? Imprecisione, likelihood, accuratezza, sensibilità e specificità…

“Qual è la probabilità che il mio paziente abbia un’embolia polmonare o, piuttosto, un poker di 7 in mano?”

Il significato primordiale del gioco, che si ritrova evoluzionisticamente fin dagli animali superiori, è preparare alla vita adulta. Secondo la classificazione di Calois, il gioco del bambino è paidia (senza regole) ma evolve progressivamente in ludus (con regole). Si arriva poi all’adulto che ha già sviluppato i meccanismi per affrontare la vita come un gioco in cui raggiungere un obiettivo con delle regole.

“Nella vita accade come nel gioco degli scacchi: noi abbozziamo un piano, ma esso è condizionato da ciò che si compiacerà di fare nel gioco degli scacchi l’avversario, nella vita il destino.”

(Schopenauer)

E forse siamo noi, gente dell’urgenza, dell’emergenza, della criticità, che nel nostro lavoro tentiamo di aiutare il paziente a uscire dallo scacco, a non finire nella trappole. Arriviamo e suggeriamo che mossa fare, mischiamo il mazzo, addirittura abbiamo imparato a giocare al posto suo quando non può. E perché no, talvolta passiamo di nascosto un asso sotto al tavolo, o urliamo che il punto c’era, che non era fuorigioco. Non sempre ci va bene, ma vale la pena tentare, ogni giorno.

D’altronde

“Si gioca per vincere, non per pareggiare”

E già che ci siamo, penso al mio collega Ahmadreza, medico, ricercatore, detenuto in Iran con accusa di spionaggio ed in attesa di processo, mentre uno sciopero della sete ne mette in pericolo la vita. Per saperne di più, leggi qui o qui.

#saveahmad

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4 Commenti

  1. Chiara

    per me la simulazione in ambito medico (che è una cosa che può essere molto seria e impegnativa) è un gioco fantastico perchè è la medicina senza la sofferenza del paziente e senza la responsabilità a volte opprimente del medico….solo il puro gusto di indovinare la diagnosi e fare manovre sul manichino…però con il ‘facciamo che io/facciamo che tu…’ di quando eravamo bambini….mi sono sempre più piaciuti i giochi da cortile rispetto ai videogame.

    1. Matteo Paganini

      Grazie Chiara per il commento. Amo anch’io le simulazioni, e sono contento che questa cosa stia arrivando anche in Italia dal mondo anglosassone, dove la cultura dell’errore non è “condannare” ma “imparare”. Giocare per sbagliare e imparare: un circolo virtuoso stupendo.

  2. Enrico Lorenzon (

    … E per continuare a simulare segnalerei anche CPR Game (arrivato alla versione 3.0), ACLSSim 2016(Anesoft) …

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