domenica 20 Giugno 2021

BASTA PARLARE DI DOLORE!

Benvenuti in questo post. Il fatto che il titolo vi abbia indotto a leggerlo conferma la validità delle regole dello storytelling (scusate la parolaccia): metti un titolo provocatorio, usa un’apertura “a schiaffo”, e otterrai l’attenzione che ti serve.

E magari (almeno per quel gruppetto che conosce la nostra storia) il fatto che a scrivere quel titolo sia uno dei fondatori del gruppo SAU, che trascorre un pezzo di vita provando a far formazione sul dolore in urgenza, avrà aumentato la curiosità e di conseguenza l’interesse.

Che cos’è la formazione, se non l’applicazione della comunicazione all’obiettivo del cambiamento? E quanto è cresciuta la comunicazione nell’era digitale? Si può pensare di migliorare una qualsiasi attività umana senza il supporto di una comunicazione adeguata (qualcuno, per usare un’altra parolaccia, direbbe smart) che possa stimolare il cambiamento?

Ammesso che da Wuhan in poi si possa ancora pensare a un Congresso Medico, avrebbe senso un convegno “old style” ancor oggi, nell’era in cui TED mostra al mondo come si parla a una platea, negli anni in cui podcast e infografica stravolgono la trasmissione delle informazioni?

Ma soprattutto, ponendoci obiettivi ambiziosi come il cambiamento e il progresso, possiamo fare a meno di una comunicazione adeguata? Per esempio: nel momento in cui ci misuriamo con no-vax, no-mask, complottisti e altre varie amenità, esiste una soluzione possibile che non sia fondata sulla comunicazione efficace?

A questo punto, tra sproloqui sulla comunicazione efficace e appelli a non parlare di dolore, le vostre idee sono sufficientemente confuse per proseguire nella lettura del post…

Scrivo queste righe nella mattinata di domenica 30 maggio: oggi è la Giornata Nazionale del Sollievo. Un giorno importante per tutti.

La Giornata del Sollievo fu istituita con direttiva emanata nel 2001 dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri allo scopo di “promuovere e testimoniare, attraverso idonea informazione e tramite iniziative di sensibilizzazione e solidarietà, la cultura del sollievo dalla sofferenza fisica e morale in favore di tutti coloro che stanno ultimando il loro percorso vitale, non potendo più giovarsi di cure destinate alla guarigione”. Nel corso degli anni, andando incontro ai bisogni reali dei cittadini, la missione della Giornata si è estesa alla diffusione della cultura del sollievo dalla sofferenza in tutte le condizioni di malattia ed esistenziali, pur mantenendo un posto di rilevo la fase terminale della vita. www.fondazioneghirotti.it

La Giornata Nazionale del Sollievo altro non è che la Giornata del Dolore. 

Ma chi mai se la filerebbe, la Giornata del Dolore? Per favore: leggete ad alta voce, con tono profondo e grave, le parole “giornata del dolore”. Immaginate il giornalista del TG1 che seriosamente annuncia il servizio sulla Giornata del Dolore. Scatenerebbe pittoreschi scongiuri ed evocherebbe uno stato d’animo ben descritto dal breve video che segue…

A costo di apparire irriverenti: la Giornata del Sollievo è una fenomenale operazione di marketing (splendido, abbiamo appena aggiunto un’altra parolaccia!), fondata su un trucchetto ben noto a chi fa comunicazione. Per giungere al tuo scopo passa attraverso il concetto opposto. Il centro dell’attenzione è comunque il dolore, ma ci arriviamo per un percorso differente, parlando di sollievo.

Aggiungiamo l’ennesima parolaccia (dopo storytelling, smart e marketing magari è l’ultima): brand. Quel che succede, con la Giornata del Sollievo, è che il trattamento del dolore è trattato proprio come un brand: stiamo promuovendo presa in carico, trattamenti appropriati, accesso alle cure, ma lo facciamo come se cercassimo di vendere l’ultimo modello di scarpe Nike o di sostenere le iscrizioni a un Centro Fitness alla moda.

Cosa ne pensate? Interpretazione spregiudicata e irriverente o brillante intuizione, fortemente orientata all’obiettivo? 

La comunicazione smart non tradisce la verità

È proprio questo il punto nodale dello sproloquio che state continuando a leggere (se siete arrivati fin qui significa che funziona: usare canoni comunicativi non convenzionali permette di raggiungere lo scopo). Le regole della comunicazione funzionano, sempre: ma solo a patto che non si tratti di comunicazione ingannevole. 

E parlare di sollievo invece che di dolore non inganna nessuno. 

E qui il vostro redattore smette di giocare al comunicatore dilettante e torna a quel che spera di essere, un po’ più professionalmente: un medico, discretamente esperto di dolore in urgenza (non foss’altro che per i capelli bianchi) e un formatore (suo malgrado, ma così dicono in giro).

Insomma: io lo conosco il dolore.

E lo so bene che quello del dolore è un concetto talmente vasto e variegato, così indefinibile e non quantificabile, da far sì che io ne conosca davvero solo un piccolo pezzo: ma questo faccio, il medico di PS, e conosco bene quel dolore, quello che mi compete.

L’infarto, la colica renale, il braccio rotto del ragazzo e il femore dell’anziano, il mal di pancia delle metastasi peritoneali, la cefalea della quarantenne, la sutura della cute del bimbo dell’asilo, la riduzione del polso fratturato della signora in pensione…

…e poi ne conosco un altro, di dolore: quello per cui non ho farmaci né procedure, ma che comunque sta alle mie giornate come la raccomandata sta al turno del portalettere. Il dolore delle brutte notizie, delle diagnosi terribili, il lutto del figlio, l’angoscia della madre.

Ma non parlavamo di comunicazione e marketing? E invece ricaschiamo nella solita retorica del dolore…

Non equivochiamo.

Parlare di dolore, descriverlo, evocarlo, è addirittura superfluo: ognuno di noi (medico, infermiere o portalettere) ha il suo personale e sacrosanto modello di dolore. Non serve raccontarglielo.

Qui, ce lo siamo già detti, non parliamo di dolore, ma di sollievo.

In questi anni di corsi e congressi abbiamo imparato due cose:

Primo: puoi spendere ore a descrivere i meccanismi del dolore, a elencare farmaci e dosaggi, a parlare di monitoraggio e eventi avversi, puoi offrire il massimo della più approfondita conoscenza sull’argomento, ma l’attenzione e la partecipazione di chi ti ascolta non sarà mai superiore a quella del momento in cui racconti quanto è stato bello (sì, è la parola giusta! bello!) essere efficaci e risolutivi su quel dolore, su quel caso, su quella persona. E se magari lo racconti con un breve video o una foto, allora, come direbbe mio figlio, hai proprio spaccato.

Secondo: se accade che le persone che hai di fronte ti seguano nel racconto, entrino nel meccanismo, partecipino e sentano quel momento di estrema soddisfazione, il sorriso che si è aperto, l’orgoglio per una cosa ben fatta, quelle persone ne usciranno un po’ cambiate, e cambieranno i propri comportamenti. Soltanto dopo tireranno fuori schemi e dosaggi e cominceranno a usarli davvero.

La chiave è proprio lì: nel sollievo. 

L’operazione di marketing è chiara: ribaltare il punto di vista, dal negativo del dolore al positivo del sollievo. Positivo per chi? Per tutti, da entrambi i lati: chi soffre e chi tratta. E mi rifiuto di raccontare il valore del sollievo per la persona che soffre.

Ma al nostro sollievo ci avete mai pensato?

Mentre tutto il mondo combatte contro il dolore noi (e qui intendo proprio noi, medici e infermieri di Pronto Soccorso) abbiamo una fortuna sfacciata, un privilegio enorme: siamo tra i pochi che la propria battaglia la possono vincere. Abbiamo gli strumenti giusti e l’opportunità. L’occasione straordinaria di essere determinanti in un pezzo – piccolo o grande poco importa – della vita di qualcuno.

E quante occasioni ci stiamo facendo sfuggire.

Fino a quando una colica renale continuerà a fare maledettamente male o una spalla lussata verrà ridotta senza sedazione, non solo al mondo ci sarà più dolore, ma noi stessi avremo perso la nostra occasione per lasciare traccia nel mondo. Un’occasione per essere un po’ felici.

Venghino, siori, venghino! Qui si vende il sollievo!

Ricapitoliamo: stiamo facendo del marketing a favore di un brand. Ovvero cerchiamo di muovere le coscienze, stimolare il cambiamento: vogliamo che trattare il dolore diventi una cosa cool (non ho resistito ad aggiungere anche questa!). 

Vendiamo sollievo, e vogliamo che tutti lo comprino. Uno slogan ci serve.

Mi gira in testa da anni: l’ho visto comparire all’improvviso in una buona notizia, nella soluzione di un dolore, in una procedura ben riuscita. L’ho scoperto in un malato e mi ha sorpreso in un collega. Qualche volta mi ha raggiunto, in sordina, dalla sala d’attesa del Pronto Soccorso.

Non accade molto spesso, ma quando accade…

RIDERE DEL DOLORE

Il nostro slogan non può essere che questo.

E se la risata sguaiata del Dott. Cox vi sembra eccessiva o inverosimile (magari avete anche ragione, ma non dimenticate le regole del marketing!) allora fate silenzio, alzate il volume e spendete qualche minuto del vostro tempo ad ascoltare la voce di un poeta…

Non saremmo capaci di dirlo come lui, ma tanti di noi si riconosceranno. Qualcun altro, forse, capirà cosa si sta perdendo.

Credits:

Gli amici e compagni “SAUisti” (in rigoroso ordine alfabetico): Alessandro, Enrico, Gaetano, Mariapaola, Mario, Miriam, Sossio.

Federico, il bimbo che rideva a crepapelle mentre lo cucivo.

La signora napoletana che cantava mentre Mario la cuciva.

Tutte le risate che ci stiamo perdendo.

Fabio De Iaco
In Pronto Soccorso da una vita, fondatore del gruppo SAU, impegnato nella formazione. Appassionato di tanto (forse troppo): analgesia e sedazione, comunicazione, temi etici, organizzazione. Coltiva le sue passioni raccontando storie. Un genovese a Torino, passando per Imperia, dirige il Pronto Soccorso e la Medicina d'Urgenza dell'Ospedale Martini. Su Twitter @fabiodeiaco

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