venerdì 24 Maggio 2024

Il boarding in Pronto Soccorso, The Wall 1a parte

Chi siamo, forse lo abbiamo capito.

Del resto, dell’identità del medico d’emergenza ne abbiamo già scritto a lungo, dedicandogli una serie di post, usando come base The Dark Side of the Moon, dei Pink Floyd.

The Dark Side of the MEU, appunto, un viaggio nei lati oscuri del nostro lavoro per arrivare a scoprire che il nostro è il lavoro più bello dell’ospedale (perlomeno per noi).

Questo, qualche anno fa.

Ma oggi? è ancora vero?

Oggi, che viviamo tutti i giorni, sulla nostra pelle, gli abbandoni, le strutture scoperte e affidate in affitto a medici esterni, privi di specializzazione e – a volte – di esperienza? oggi che stiamo affrontando le problematiche del sovraffollamento? che continuiamo a vedere e subire ingiurie e violenze, in tutta Italia?

Possiamo ancora parlare di identità? del lavoro più bello dell’ospedale?

Secondo me, sì.

Ma con qualche riserva, perché la situazione ha superato da molto tempo la definizione di “difficile”, e di “problematica”, ed è diventata insostenibile.

Adesso stiamo vedendo un muro che si stringe sempre più intorno alla figura dei professionisti dell’emergenza (medici ed infermieri) e per non rimanere intrappolati, dobbiamo capire.

Muro, termine non casuale.

Allora riprendiamo un altro album dei Pink Floyd, The Wall. L’album dell’isolamento, della fuga, della chiusura.

Un album molto più adatto al periodo che stiamo vivendo.

O subendo, a seconda dei punti di vista.

Quali sono i problemi che dobbiamo affrontare, e che se non risolviamo, rischiamo davvero che il muro si chiuda intorno a noi, lasciando i cittadini privi di una figura fondamentale nel servizio sanitario?

Iniziamo con il primo, e a introdurlo, sarà la prima canzone di The Wall. In the flesh?, la prima parte.

“So you thought you might like to – Go to the show – To feel the warm thrill of confusion – That space cadet glow? – Tell me is something eluding you Sunshine? Is this not what you expected to see?”

“E così tu pensavi, che ti sarebbe piaciuto andare allo spettacolo, assaporare il rovente brivido della confusione, lo splendore di un sogno ad occhi aperti. Dimmi, c’è qualcosa che ti sfugge, tesoro? Non è questo che ti aspettavi di vedere?”

Che cos’è che non ci aspettavamo di vedere?

Se possiamo ritornare un attimo indietro, a riparlare di identità (concedetemelo), noi amiamo il nostro lavoro nella mischia, nella confusione. Prendere decisioni critiche in poco tempo, gestire flussi, diagnosi, terapie, utilizzare strumenti diagnostici, eseguire procedure, avere a che fare con crisi di ogni tipo. Essere gli unici elementi calmi nel mezzo di una tempesta – anche se altrove abbiamo scritto che non è coraggio, bensì l’arte di mascherare la propria paura, riuscendo ad “essere la sola persona che sa quanto sei spaventato a morte”.

Qualcuno ha scritto che i professionisti dell’emergenza sono addestrati, preparati, competenti a gestire ed offrire una assistenza sanitaria ad alta intensità ed episodica – se ci pensiamo, anche la nostra osservazione breve è intensiva, perché offre la stessa intensità di cure del pronto soccorso – quindi non saremmo preparati, né qualificati, a gestire un aspetto che, invece, è diventato parte integrante del nostro lavoro.

Parliamo del boarding.

Termine gentile, per indicare qualcosa davvero insostenibile, per medici, infermieri e, soprattutto, pazienti.

Che cosa è il boarding?

Lo sappiamo tutti, ma a volerlo definire meglio, a voler parlar bene, si verifica quando si crea un “mismatch”, un disallineamento, tra la richiesta di posti letto per acuti e la disponibilità degli stessi in ospedale.

Ovvero, quando non ci sono posti letto e il paziente deve attendere il suo posto in pronto soccorso, spesso in barella, per ore, se non giorni.

Ecco, a voler parlare bene e a voler definirlo con esattezza. Ma le definizioni, si sa, sono asettiche e fredde.

Le immagini no. Le immagini raccontano, descrivono meglio la realtà, la colorano e la rendono vivo.

Questo è il boarding.

E possiamo davvero avvertire il disagio dei pazienti, dei familiari.

E perchè no? anche degli operatori.

Prima abbiamo parlato di un mancato addestramento, di una differente professionalità dei medici e degli infermieri dell’emergenza nel gestire questi pazienti: vero, indiscutibile, direi, ma profondamente ingiusto e sbagliato. Perché potremmo anche diventare adeguati a gestire questo aspetto del nostro quotidiano, ma non sarebbe comunque il nostro lavoro. Le nostre strutture non sono concepite per gestire i pazienti in attesa di ricovero, il numero di personale è calcolato sugli accessi di pronto soccorso, e non sul volume del boarding, e noi dobbiamo continuare ad occuparci, in modo episodico ed intensivo, dei pazienti acuti che hanno bisogno del nostro intervento.

Ci occupiamo anche dei pazienti in attesa del posto letto – siamo professionisti, del resto – ma sappiamo che facendolo distogliamo tempo ed energie al nostro lavoro primario.

Immaginiamo, per un istante, di trasferire il problema del boarding ad un’altra struttura dell’ospedale: la sala operatoria. Se le sedute operatorie giornaliere diventassero impossibili per decine di pazienti in barella ad occupare la sala operatoria in attesa di un posto letto – ebbene, cosa potrebbe succedere? nulla, perché una simile situazione sarebbe inconcepibile, perché il ruolo della sala operatoria è ben chiaro a tutti, le competenze dei chirurghi sono fuori discussione, e quindi non si può – giustamente – verificare un caso simile.

Perché invece il pronto soccorso è, da sempre, considerato come l’unico luogo infinitamente espandibile dell’ospedale? perché i professionisti dell’emergenza sono considerati da sempre inesauribili, e in grado di curare un numero pressoché infinito di malati?

E se siamo in grado di farlo, e non ci riusciamo, forse è un po’ colpa nostra? lo hanno scritto: non siamo adeguati a curare i pazienti a bassa intensità perché siamo bravi a fare altro.

No.

Noi dobbiamo fare altro, che è diverso – e quando ci occupiamo del boarding, siamo consapevoli di non avere abbastanza tempo per farlo bene, come i pazienti meritano.

E infatti, il boarding è fonte di burn out. Causa di allontamento dal pronto soccorso del personale. Causa di chiusura del Muro che si sta chiudendo intorno a noi.

Di nuovo no. Non è burn out, e di questo ne abbiamo già scritto, parlando di identità e ancora dopo, prendendo spunto da un intervento bellissimo di Zubin Damania (ossia ZDoggMD): non è burn out, ma “Moral Injury”, danno morale. I professionisti subiscono il disagio del boarding e sono danneggiati, feriti, sopraffatti da una situazione che causa danno e disagio ai familiari, consapevoli di non poter fare di più, e quindi di prestare una assistenza non adeguata al contesto per inadeguatezza del sistema. Quindi, subiscono, subiamo un danno morale e, dopo un po’, diciamo basta.

Non è burn out, dunque, ma il rifiuto di accettare ancora il boarding, che espone i pazienti a grandi rischi.

Perché il boarding – su questo la letteratura è unanime – porta a rischi per il paziente:

  • aumenta la gravità delle condizioni generali, perché viene ritardato l’accesso a cure efficaci, e perché l’assistenza ricevuta nel boarding è discontinua e incompleta, per i motivi che abbiamo descritto
  • aumenta il rischio di infezioni e polmonti
  • aumenta la durata della degenza successiva
  • amenta quindi i costi del ricovero

e in ultimo

  • aumenta la mortalità dei pazienti

Attenzione, perché dobbiamo porre attenzione su un punto fondamentale. La letteratura esaminata parla di tempi MEDI di attesa in boarding di 5 ore, e riferisce che il rischio aumenta in modo lineare in relazione al tempo di attesa.

Cosa accade quando invece questo tempo si dilata e raggiunge i GIORNI?

Non lo sappiamo con precisione, ma sappiamo perfettamente come è il vissuto dei pazienti (ed il nostro) per queste situazioni davvero intollerabili.

Situazioni che portano ad un ulteriore problema: il boarding è riconosciuto come causa di errori medici, di ogni tipo: errori di prescrizione di farmaci, ritardi nella prescrizione di farmaci, e così via. Ritardo di accesso alle terapie analgesiche, per citare un punto per mia competenza molto importante.

Se vogliamo parlare di qualità e di sicurezza nelle cure, come possiamo permettere che il boarding continui?

Fino ad ora, ci siamo focalizzati solo sul paziente in attesa di posto letto e sull’operatore, e già abbiamo delinato un problema davvero notevole.

Ma non è l’unico.

Il boarding peggiora il lavoro di tutto il pronto soccorso: se il boarding stesso è aggravato dall’iperafflusso, diventa la principale causa del sovraffollamento in pronto soccorso (overcrodwing), e questo rallenta tutto il sistema. E’ stato dimostrato, su oltre 400mila accessi, che ogni malato in attesa in boarding aumenta lo stazionamento in pronto soccorso di 12 minuti per tutti gli altri pazienti. E se due malati in boarding rallentano il flusso di tutti di quasi mezz’ora, quando i malati in boarding diventano dieci, il tempo di gestione degli altri malati del pronto rallenta di due ore.

E così via. Il boarding cessa di essere la conseguenza di altri problemi e diventa IL PROBLEMA, come un serpente che si morde la coda

Dieci malati in boarding, e due ore di peggioramento della performance del sistema pronto soccorso.

Dove è la qualità, la sicurezza delle cure, l’efficienza in tutto questo?

Questi ritardi portano ad un peggioramento della qualità percepita, aumenta il rischio di denunce e contenziosi di ogni tipo.

E aumenta il rischio di violenza – verbale e fisica – per gli operatori.

Il Muro che si sta chiudendo intorno a noi ha tante cause, ma il boarding ne costituisce una delle principali

E delle meno tollerabili.

Non potrà essere risolto se viene visto come un problema del pronto soccorso.

E’ invece un problema dell’ospedale. Di più, è un problema sociale, perché allontana il cittadino dalle cure efficaci e sicure. Pertanto la soluzione prevede un intervento olistico che coinvolga l’ospedale tutto, il territorio e i cittadini (e in generale gli stakeholders).

Come afferma il principio di incertezza della legge di Murphy: “Si può essere sicuri che qualcosa è andata male solo dopo una lunga serie di errori”, e un altrettanto fondamentale principio afferma che “Se la partenza è sbagliata, i problemi aumenteranno in progressione geometrica”.

Le cause del boarding vengono da lontano e noi osserviamo solo l’ultimo tassello di una serie di problemi: ma adesso che dobbiamo confrontarci con il boarding ci rendiamo conto del suo impatto nel nostro lavoro, e se non lo risolviamo rapidamente, le conseguenze che ne possono derivare diventano davvero imponderabili.

E potranno condurre alla chiusura del Muro

BIBLIOGRAFIA

Mohr NM, Wessman BT, Bassin B, Elie-Turenne MC, Ellender T, Emlet LL, Ginsberg Z, Gunnerson K, Jones KM, Kram B, Marcolini E, Rudy S. Boarding of Critically Ill Patients in the Emergency Department. Crit Care Med. 2020 Aug;48(8):1180-1187. doi: 10.1097/CCM.0000000000004385. PMID: 32697489; PMCID: PMC7365671.

Singer AJ, Thode HC Jr, Viccellio P, Pines JM. The association between length of emergency department boarding and mortality. Acad Emerg Med. 2011 Dec;18(12):1324-9. doi: 10.1111/j.1553-2712.2011.01236.x. PMID: 22168198.

Hymel G, Leskovan JJ, Thomas Z, Greenbaum J, Ledrick D. Emergency Department Boarding of Non-Trauma Patients Adversely Affects Trauma Patient Length of Stay. Cureus. 2020 Sep 10;12(9):e10354. doi: 10.7759/cureus.10354. PMID: 33062477; PMCID: PMC7549866.

Laam LA, Wary AA, Strony RS, Fitzpatrick MH, Kraus CK. Quantifying the impact of patient boarding on emergency department length of stay: All admitted patients are negatively affected by boarding. J Am Coll Emerg Physicians Open. 2021 Mar 2;2(2):e12401. doi: 10.1002/emp2.12401. PMID: 33718931; PMCID: PMC7926013.

Articolo precedente
Articolo successivo
Alessandro Riccardi
Alessandro Riccardi
Specialista in Medicina Interna, lavora presso la Medicina d’Emergenza – Pronto Soccorso dell’Ospedale San Paolo di Savona. Appassionato di ecografia clinica, è istruttore per la SIMEU in questa disciplina, ed è responsabile della Struttura di Ecografia Clinica d’Urgenza . Fa parte della faculty SIMEU del corso Sedazione-Analgesia in Urgenza. @dott_riccardi

13 Commenti

  1. Il boarding è un problema grave ma senza dubbio l’indifferenza del resto dell’ospedale e della direzione sanitaria a questo problema sono il vero muro che si chiude intorno a noi. Abbiamo ormai capito che ognuno si salva da solo e per questo le speranze di vedere una soluzione a questo problema sono ormai zero. Che fare ? Aspettare l’implosione della sanità pubblica o andarsene prima…. ad ognuno la scelta

    • Patrizia, comprendo perfettamente l’amarezza del tuo commento. E del resto, il post e gli altri che verranno vogliono proprio mettere a fuoco i problemi. Concordo ovviamente con te, ma credo valga la pena provarci ancora un attimo, alleandoci con i pazienti. Perché sono sempre convinto che sia ancora il lavoro più bello dell’ospedale. E il boarding non può ne deve essere un problema del solo pronto soccorso.
      Parliamo di sicurezza nelle cure: proviamo ad utilizzare gli strumenti del rischio clinico (near miss incident) per segnalare i rischi potenziali.

  2. Da specializzando MEU in regione Veneto: problema del boarding sostanzialmente eliminato con la semplice creazione del trend dei reparti, una cosa per nulla difficile da creare, più difficile da far accettare. Iniziata a Padova, ha preso parte in buona parte della regione (non ha preso piede a Verona dove il boarding resta un problema enorme). I reparti medici essendo obbligati a ricoverare il loro “atteso” non possono bloccare i ricoveri e così facendo sono “stimolati” a tenere ricoverati i pz il minimo indispensabile in modo da crearsi i posti letto. “Non ho posti” non è una scusa, vorrà dire che verrà fatto un bis e la settimana successiva sci sarà maggior stimolo a dimettere e riassorbire il bis evitando ricoveri che si protraggono a lungo per nulla.

    • Che dire? grazie per il commento e per l’ottimo spunto. La soluzione è in effetti semplice ed elegante. La soluzione del boarding potrebbe essere davvero semplice, se non banale: basta volerlo fare

      • Leggo con molto interesse il blog perchè mi ha dato spunti anche nell’attività e praticaccia di reparto, vi vorrei portare un punto di vista di chi è chiamato in PS da consulente.
        E’ facile dire “stabilito che va ricoverato, sale in reparto no matter what”, ma e se posti subito liberi non ce ne ho? Vi parlo non da internista ma da neurologo (peraltro proprio in Veneto): faccio grande fatica a smistare i pazienti una volta conclusa la fase acuta, che largheggiando possiamo fissare ad una settimana. Pensate al grave ictato che sta a malapena seduto in carrozzina, il cui destino è una struttura: se il rubinetto in uscita è chiuso ermeticamente e col COVID ci hanno marciato tantissimo, fatalmente mi riempirò di persone che mi tengo anche 2 MESI.
        Mi riempio di appoggi, come pretende la nostra lunare e stralunata DM? Che cura posso garantire ad un neurologico sbattuto in Ortopedia o Chirurgia a cui posso garantire giusto il tempo di una comparsa in stanza, senza infermieri che sanno riconoscere un delirium o non si spaventano per un clono del piede?

        • ebbene, hai colpito il bersaglio. Il boarding non è un problema dei reparti accettanti, come non deve essere del pronto soccorso, ma deve essere dell’ospedale. Ti chiedo: se, come penso anche io, ritieni che non sia possibile per lo specialista farsi carico degli appoggi o dei malati in sovrannumero in reparto, di chi deve essere il problema? Il punto focale è proprio questo: sono d’accordo con te che spostare il boarding altrove non cambi il problema per il paziente, e cambi solo il medico che deve farsi carico della situazione, ma allo stato attuale è però indiscutibile che per tutti il boarding sia di esclusiva pertinenza del pronto soccorso e questo non può più essere tollerato. Se scrivi (giustamente) che il boarding ostacola la corretta gestione di tutti i tuoi pazienti, perché viene accettato che in Pronto Soccorso (abituati al caos) il boarding ostacoli, rallenti, renda difficile la normale assistenza dei pazienti con emergenza, che è il nostro lavoro? Il problema deve essere gestito in modo olistico: migliorare l’assistenza domiciliare, cambiando il punto di vista ospedalo centrico (andiamo: deve esistere un centro dicumarolici o centro DOAC per il monitoraggio di questi pazienti? non basterebbe il medico di medicina generale?), garantire la competenza dei medici d’emergenza (che al momento è minacciata dai turni affidati a medici esterni privi di competenze ed esperienza), quindi pretendere una appropriatezza nei ricoveri, e infine pretendere dalle degenze il rispetto dei tempi medi di degenza ospedaliera, perché in determinate realtà ci sono divergenze importanti.

    • Ciao Nicoló, io sono un medico di Rovigo, il trend di PD non è esportabile perché PD è una splendida anomalia. PS di impostazione americana voluta dal Dott. Tosato con una scuola che forma medici DOP emergentisti puri autonomi e completi.
      Ma Padova non ha né OBI né medicina d’urgenza può solo dimettere o ricoverare (inoltre con 3 chirurgie e altrettante medicine e geriatrie il posto letto abbonda). Il trend quindi è “DOVUTO” se no il PS può solo dimettere. Se aveste un OBI o una MdU sareste inzeppati di prericoveri in boarding anche voi.
      Noi siamo ormai ad una doppia OBI in boarding una ufficiale e l’altra nei corridoi, area ad alta e intermedia intensità. Ricoveri a 48-72 ore e sporadicamente dopo 1 settimana dimettiamo.
      Il punto perà che vorrei far notare è che secondo un nostro studio c’è una sperequazione tra PS Hub e PS Spoke periferici ormai fuori controllo: zero boarding gli ultimi due OBI praticamente tutti i giorni, con tempi di attesa al PS di Rovigo ormai ridicoli su tutti i codici.
      Credo che sia una fase ormai strutturale e irrevocabile e che la soluzione non verrà dalla DM o dai Trend, ma da procedure forse più vicine ai metodi della gestione in due tempi dei PMA nelle maxiemergenze!

  3. Alessandro ti ringrazio per questo bellissimo post sul boarding.
    Il boarding è un problema molto vasto, sociale, il cui risultato finale o sintomo principale (se volessimo paragonarlo ad una malattia è l’attesa in Area di Emergenza. Coloro che si limitano ad analizzare la superficie delle cose si limitano ad identificare il problema nello scarso turn over dei reparti ma in realtà il problema è molto più vasto.
    Da un lato abbiamo scarsissime risorse territoriali che incrementano in numero di accessi in Area di Emergenza. La medicina territoriale non riesce a gestire (a volte non vuole) molti problemi ed il bisogno di salute diviene ospedale centrico. Dall’altro abbiamo una medicina d’urgenza acerba e mercenaria. Cosa voglio dire? Acerba perché ricca di giovani con poca esperienza e mercenaria perché colmata da persone che sono li a coprire un turno controvoglia e che non vogliono (qualcuno direbbe non devono) prendersi alcuna responsabilità nel dimettere. Questo si traduce in un incremento della quota di pazienti da ricoverare. Tantissimi pazienti con l’etichetta ricovero, ma chi è davvero da ricoverare? Se proviamo a paragonare i medici ad un test che ha la capacità di identificare la necessità di ricovero ci rendiamo conto che anche noi abbiamo la nostra sensibilità e specificità. Probabilmente un neolaureato mandato allo sbaraglio in Area di Emergenza ha una altissima sensibilità per il ricovero corretto (bassa soglia di ricovero) ma la specificità? Io che ho qualche anno in più probabilmente ho più sensibilità e specificità di loro ma certamente meno di te che hai molta più esperienza in più. La presenza di medicina d’urgenza acerba e mercenaria poi si traduce anche in percorsi in Area di Emergenza poco precisi, approssimativi ed indecisi per il quale il ricovero poi diventa inevitabile. Ultimo aspetto del problema è il reparto di destinazione. Quando piove, deve piovere per tutti. I reparti non sentono la pressione del boarding, non è cosa che gli interessa ed invece deve diventare un loro problema. Un loro parametro di misurazione. Per ora la gente dice: “Quel pronto soccorso fa schifo perchè ha tempi di boarding allucinanti”. A volte vorrei (nei momenti di rabbia) che la frase diventasse “Quel reparto non va bene, ha tempi di boarding in pronto soccorso vergognosi”.
    La frase corretta però deve essere: “Quell’Ospedale non va bene, ha dei problemi logistici importanti. Te ne accorgi perché i tempi di boarding non sono civili”.
    Concordo con molti colleghi che consigliano di distribuire il boarding tra i reparti di destinazione, in sovrannumero. E’ un atteggiamento che può aiutare. In Sicilia abbiamo ospedali che per evitare il boarding e l’attesa in Pronto Soccorso posizionano fuori reparto un numero di pazienti pari a quello dei posti ordinari (esempio 20 posti in reparto e 20 fuori reparto). è questa la soluzione al problema? Quanti fuori reparto posso creare prima che la soluzione al problema mi si rivolti contro come un boomerang?

  4. Caro Mauro anch’io sono una collega che lavora in Pronto Soccorso mi trovo perfettamente d’accordo con quello che hai brillantemente descritto : questo è il motivo reale della crisi delle aree di emergenza: la mercenarieta’e soprattutto l’indifferenza dell’ospedale tutto di fronte a quello che sta accadendo : il pz non è nostro ma di tutto l’ospedale .

    • Concordo con te. Mauro (che ha la mia stima incondizionata) ha arricchito il post, completandolo e offrendo spunti davvero interessanti

  5. Presumo se ne parlerà nelle prossime puntate, ma intanto voglio segnalare come il boarding e ciò che lo provoca (cioè la cronica mancanza di posti letto) siano, oltre che la causa, anche la conseguenza dell’overcrowding e, in particolare, del numero esagerato di accessi e di accessi impropri in pronto soccorso: negli ultimi tempi mi sta capitando di notare sempre più spesso come un buon numero di accessi in P.S. siano, oltre ai Covid di cui abbiamo dovuto ricominciare ad occuparci (perché ormai è un problema solo nostro, anche questo), pazienti anziani o comunque cronici “di difficile gestione domiciliare”.

    Ora: il P.S. è il luogo delle malattie acute; va da sé che non dovrebbe essere chiamato a gestire cose come il “decadimento delle condizioni generali” o il “non riusciamo più a gestirlo a domicilio”, che anche “etimologicamente” sono condizioni che si realizzano lentamente. Eppure, questo non capita; o il medico curante non viene coinvolto proprio, o viene coinvolto quando non può (o non vuole, non nascondiamoci dietro un dito) fare altro che inviare in P.S. Un luogo in cui entrare è semplicissimo, ma uscire pressoché impossibile, a meno che pazienti e parenti non vogliamo: dal che, spesso la “necessità” di ricoverare pazienti che meriterebbero ben altro percorso, che per altro in alcune regioni è incomprensibilmente non attivabile se non da regime di ricovero: a Verona, luogo ricordato da Nicolò più su come uno dei più intollerabili dal punto di vista del boarding, al punto da aver previsto, ad un certo punto, un infermiere la cui mansione era CONTROLLARE I PAZIENTI IN CORRIDOIO, le liste d’attesa delle case di riposo sono infinite a meno che non si provenga da ricovero ospedaliero.

    Per me questo è un problema relativo, perché per fortuna nel posto in cui lavoro il servizio di bed manager funziona molto bene, ma altrove il lavoro del medico d’urgenza rischia di diventare quello di stare al telefono per ricoverare un paziente che nessuno vuole, con le conseguenze facilmente immaginabili e per il servizio, e per la psicologia di chi lo deve fare.

    Quali soluzioni per questa problematica? Sarò pessimista, ma la mia risposta è nessuna: almeno, non finché il P.S. continuerà ad essere visto, dall’utenza ed anche da molte dirigenze, non solo come il luogo a “risorse infinite”, ma anche come quello in cui fare “scaricare” tutte le “rogne” che nessun altro vuole: la patologia chirurgica elettiva che continua a dare fastidi al paziente ma che non si può operare a breve e che certo il chirurgo non ricovererà; il dolore cronico; l’anziano difficile; il paziente terminale… che prendono i loro bei codici minori e che tu DEVI gestire perché, assurdamente, la qualità del servizio viene valutata su quanto rapidamente visitiamo, e non su quanto BENE trattiamo quelli che sarebbero i nostri pazienti, cioè quelli acuti. Che (fortunatamente mai nell’ultimo periodo) qualche volta mi è stato caldamente consigliato di lasciare “allo specialista”, mentre io andavo avanti ad “ammazzare lista”.

    Scusate lo sfogo, commento di rado su questo blog ma quando lo faccio mi tolgo tutti i sassolini nelle scarpe che accumulo nel tempo.

    • Togliersi i sassolini dalle scarpe è sempre salutare, per cui grazie per il commento! Il post non vuole offrire una soluzione, ma segnalare un problema! Come le prossime tappe!

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

dal nostro archivio

I più letti