26
Ott
2012
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Bon ton in pronto soccorso

public-speaking-in-action1Parlare in pubblico, come ad esempio a una conferenza, non è una cosa che riesce bene a tutti. Ci sono persone che hanno il dono di rendere piacevole e interessante qualsiasi argomento.Chi ha sentito parlare anche solo una volta Rodolfo Sbrojavacca sa che appartiene a questa categoria e che ascoltarlo varrà sicuramente il “prezzo del biglietto” Al congresso di Rimini ha presentato due relazioni: una sui fluidi nel paziente critico con gli ultimi aggiornamenti sullo studio recentemente pubblicato sul New England Hydroxyethyl Starch or Saline for Fluid Resuscitation in Intensive Care e un’altra sul vivere civile e sulle buone regole di comportamento in pronto soccorso. Di quest’ultima vi parlerò oggi.

E’ innegabile che molto del nostro benessere o del nostro disagio deriva d come affrontiamo il nostro lavoro, dai nostri rapporti con colleghi, specialisti, pazienti e parenti; insomma dal nostro modo di essere medici.

Buone maniere

Anche se non sempre lo facciamo sappiamo che le buone maniere sono sempre premianti. Buona educazione e buone maniere verso tutti,  rispettare le regole che ci siamo dati o che sono state definite da chi ne ha il dovere o la competenza sono segno di buona educazione

Il collega che amiamo
Chi è il collega che amiamo?
Quello onesto, che studia ed è aggiornato, che non ti lascia consegne troppe lunghe, che non chiede esami inutili che poi se tu a dover gestire.

Tafazzismo
tafazzi-rossoRichiedere accertamenti in modo indiscriminato con l’idea che questo ci metta la riparo dagli errori non solo è sbagliato, ma ci fa sbagliare ancora di più, un boomerang.

Specialisti
Spesso ci lamentiamo di quanto intrusivi possano essere gli specialisti nella nostra attività in pronto soccorso, dimenticandoci che bisogna guadagnare il loro rispetto,  non chiedendo loro cose che sono specifico patrimonio della nostra professione e del nostro ruolo.

Rispetto, rispetto e ancora buone maniere
Quando volte abbiamo detto o sentito dire  il medico sono io, decido io! Sarebbe meglio dire: per favore per cortesia, credo si debba fare in questo modo.

Babbani

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Chi sono i babbani nel dizionario di Harry Potter? Le persone normali, i non maghi e quindi nei nostri pronto soccorso potremmo chiamare così i parenti, i famigliari gli amici dei nostri pazienti. In molti sostengono che la relazione con queste persone sia quella più difficile  ma bisogna rammentare che siamo tutti babbani.. Chi è stato anche solo una volta dall’altra parte lo sa bene

Umanità
Qui il termine va inteso in senso lato; non solo quella che dobbiamo offrire, l’empatia, la condivisione ma anche nel senso di persone, di genere umano con cui condividiamo le nostre giornate di lavoro e non solo.

Il pronto soccorso è un posto peculiare per l’umanità presente. Tragedie ed eventi “miracolosi” a volte si susseguono nella stessa giornata. E’ difficile ricordarsi di tutti i pazienti di un turno di lavoro ma dobbiamo pensare che invece i pazienti si ricorderanno sempre di noi.  Buongiorno Buonasera… Presentarsi , stringere la mano, mettersi allo stesso livello del paziente, sorridere sono piccoli gesti che possono cambiare radicalmente la relazione medico paziente anche con le persone più aggressive. Guardare il paziente negli occhi , parlare e soprattutto ascoltare ricordarsi che essere disponibili non vuol dire fare da scendiletto. Avere rispetto significa ovviamente richiedere rispetto.

Meglio andare a casa
Ricordarsi che in ospedale non si sta bene, andare a casa ogni volta che questo sia possibile è sicuramente preferibile e il costo di un ricovero improprio lo paga soprattutto il paziente.

Errori
Non siamo infallibili. Ricordare a noi stessi e ai nostri pazienti che commettiamo errori è importante, ma prendere decisioni cliniche per motivi organizzativi è uno dei peggiori errori che possiamo commettere.

Essere giusti e non influenzabili

Nel nostro lavoro veniamo in contatto con i tipi più diversi di persone, essere equanimi e non influenzabili dalle caratteristiche delle persone che incontriamo è un nostro preciso dovere.

Essere coinvolti
“La guerra abbruttisce…”, così talora il lavoro in pronto soccorso, quanto dolore riusciamo a sopportare e quanto di questo dolore diventa, magari senza accorgersene, il nostro? Esistono poi condizioni in cui i pazienti non sono in grado di manifestarlo e di questo dobbiamo sempre tenere conto.

get+involved

Dignità
Non dimentichiamoci mai di rispettare i nostri pazienti in quanto uomini, della loro dignità e della nostra.

Il medico che vorremmo incontrare
Si narra che Cochrane durante il periodo di prigionia vide un prigioniero russo urlare disperato; non conosceva la lingua, non capiva di cosa soffrisse,  ma fece l’unica cosa che in quel momento per lui aveva un senso come medico e come uomo: abbracciò il prigioniero e lo tenne stretto sino che questo infine morì.
In un periodo in cui la medicina è sempre più tecnologica, l’aspetto relazionale della nostra professione è diventato ancora più importante.
Chiedo scusa a Rodolfo Sbrojavacca per avere sicuramente banalizzato e semplificato il suo intervento e lo ringrazio per avermi dato la possibilità di condividerlo attraverso il blog.
Come sempre mi auguro possa essere un interessante spunto di riflessione, per noi tutti.
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22 Commenti

  1. Ciao,
    mi avventuro in un campo per me molto minato….
    Non capita giorno che appena uscito dall’ospedale non mi domandi: “con quel paziente credo di aver fatto il giusto ma non sono stato certo di gran conforto”, sicuramente per questioni caratteriali mie. Sono d’accordo sui primi punti (buone maniere, colleghi, tafazzi e specialisti). Per tutti gli altri punti lo vedo molto come un obiettivo che dovremmo raggiungere e che (mi permetto) mi sa di utopia. I parenti nella stragrande maggioranza dei casi (sarà che vedono la mia faccia non proprio sempre allegra) li senti che ti parlano con la voglia di sbranarti appena apri bocca.
    Oltre a questo (so di essere fissato su questo) la cosa con cui noi dobbiamo lottare è che il PS (e con lui il personale che ci lavora) è l’anello debole di tutta la catena perchè fuori dall’ospedale, molti (direi quasi tutti) scaricano il barile mentre quelli che stanno dentro non sempre (capisco molti loro problemi) sono disposti a darti una mano (per non dire che tendono a incasinarti la vita).
    Non voglio portare via troppo tempo: caratterialmente non sono portato a slanci di cordialità ma tra il medico che mi dimostra compassione ma mi fa fare cose inutili (non dico dannose) e uno più burbero ma che mi dimostra professionalità (non dico che non sbagli), preferisco nettamente quest’ultimo.
    Ciao.
    Gaetano Dallavalle

  2. Ciao
    mi scuso per il nuovo intervento.
    Sono al lavoro e al triage è arrivata una donna di 42 anni che da una settimana ha vertigini. Non si è fatta vedere dal medico, non ha fatto nulla ma la prima cosa che ha detto appena entrata in ospedale è stato: sono venuta cosi mi fate la TAC.
    Oltre a torcermi le budella vorrei chiedervi come fate voi a rimanere tranquilli di fronte a pazienti simili (e, soprattutto, a pazienti insistenti)? Chiaro che questa paziente (con me) farà la TAC solo se sarà necessario ma vi chiedo: al decimo paziente così, voi come fate ad approcciare in maniera cordiale le persone (non voglio dire che io me le mangio ma sicuramente se già di mio sono un pò freddino dopo un pò sono di ghiaccio!!!)
    Ciao
    G. Dallavalle

  3. Mi piace leggere il tuo blog Carlo, perchè l’aspetto medico e tecnico si unisce a una grande attenzione al lato umano che credo veramente importante nella nostra professione. Personalmente sono convintissimo dell’importanza della relazione costruita con impegno (talora fatica…) e rispetto di un bon ton di fondo. Nonostante sia una persona portata alla relazione purtroppo devo concordare con Gaetano: in certi momenti la pazienza finisce… dopo 12 pazienti con dubbie necessità cliniche, al tredicesimo che sostiene di avere una gamba con una crf maggiore dell’altra (nonostante la banale ma scientifica misurazione con il centimetro da sarta dica il contrario…) qualcosa salta nella relazione… Il problema è che non solo in PS ma in ogni ambito medico la nostra disponibilità alla relazione è messa in discussione: ricordo i familiari di una paziente demente da qualche anno che chiedono e richiedono nuovi consulti neurologici, TAc, RMN, ecc. nonostante si stato chiaramente detto che la situazione è chiara e non modificabile, o lo stupore dei parenti messi a conoscenza del rischio clinico notevole di una 94enne con tumore del colon inoperabile, IRC grave, demenza grave, cardiopatia ischemica, con TVP estesa sino quasi alla femorale comune: la domanda “ma potrebbe morire…” fa abbastanza saltare i nervi… MA nonostante tutto solo la relazione con pazienti e parenti (fatte salve “scontate” capacità cliniche!) sono convinto sia la faticosa via da seguire.

  4. Innanzi tutto grazie a Carlo, che mi ha dato la possibilità di “ascoltare” la relazione di Sbrojavacca, che avevo perso a Rimini.
    Per quanto difficile sia credo che dovremmo sempre sforzarci di mettere in pratica questi principi. A proposito di questo mi ricordo di un articolo letto qualche anno addietro, “La lepre e la tartaruga” su Decidere in Medicina aprile 2008, scritto da Gemma Morabito. Anche lì mi sono detto: “ questo è quello che va fatto!!”.
    Certo, mi rendo conto che il quotidiano è quello che succede a Gaetano e Marco, che “tutto il mondo è paese”, e che sicuramente sino all’ultimo giorno di lavoro (per quanto mi riguarda una trentina d’anni) ci troveremo difronte a situazioni simili.
    La soluzione non c’è, ma quando posso, mi rileggo quell’articolo (e da adesso il “bon ton” di Sbrojavacca) perché per quanto difficile sia ci dobbiamo provare sempre.
    Emanuele

  5. Bel post, davvero interessante.

    Io ho iniziato adesso a frequentare medicina d’urgenza. Noi studenti non veniamo mandati in PS ma in reparto, per cui la situazione è un po’ più simile a quella che vivono i “normali” medici ospedalieri.

    In ogni caso mi trovo spesso a non legare con i pazienti o a sottovalutare magari le loro esigenze. Credo non per mancanza di umanità o per “burnout” (ho appena iniziato) ma più per una situazione di – ora non so se è un buon termine – eccesso di cose a cui pensare.

    Io ho già difficoltà a capire qualcosa sugli ECG, emogas, lastre e quant’altro. Poi devo fare il poco che faccio prendendo pressioni e parametri. Poi devo correre dietro ai docenti e ancora se un parente (cosa capitata già molte volte in 5 anni di studio) mi chiede qualcosa ho paura di essere inesatto e fare qualche casino.

    Insomma vorrei interessarmi di più ai singoli pazienti ma è difficile gestire tante cose tutte insieme. E penso che più avanti e con più esperienza ci saranno altre cose a cui pensare, per cui non so se a un certo punto le cose da questo punto di vista miglioreranno o se è un atteggiamento comune e destinato a durare.

    Simone

  6. Non avevo dubbi che questo post avrebbe interessato molti e stimolato la discussione.
    Sono interessato sopratutto a rispondere a Simone; Emanuele, Gaetano e Marco hanno chiaramente espresso punti di vista differenti ma complementari.
    Non credo che l’aspetto relazionale debba considerarsi un di più rispetto al’acquisizione dei technical skills. E’ invece, secondo me, una conditio sine qua non. Mi spingo oltre. Nella mia vita professionale ho incontrato medici, infermieri , operatori dell’assistenza magari tecnicamente molto bravi, ma totalmente inadeguati a fare quel tipo di lavoro. Nella selezione a quel tipo di professione, l’aspetto umano e del carattere non può essere considerato secondario, almeno per coloro che lavorano a stretto contatto con i pazienti. Qualcuno potrà obiettare che tra un medico bravo e scorbutico e uno gentile ed empatico ma meno capace preferirebbe sempre esser curato dal primo, io rispondo,senza demagogia, che il contatto umano non è un di più ma fa già parte della cura e in alcuni casi, da solo, rappresenta la cura stessa.

  7. Qualche mese fa ho ascoltato  la  lezione tenuta da Greg Henry all’ICEM 2012 subendone una forte fascinazione. Per chiunque volesse ascoltarlo riporto il link http://emergencymedicineireland.com/2012/07/greg-henry-at-icem-2012/. L’intervento era incentrato su quale dovrebbe essere l’atteggiamento del medico emergentista e venivano toccati gran parte dei punti di questo post. Come dicevo, appena terminato di ascoltare la registrazione, ero completamente rapito e persuaso dagli argomenti di questa leggenda anglosassone dell’emergenza. Ma una volta attenuatosi l’effetto seduttivo di quell’orazione magistrale mi sono reso conto di non essere in sintonia con il parallelismo che Henry stesso tracciava: un medico come ogni buon professionista va incontro alla clientela sempre con un sorriso e non può che felicitarsi del lavoro soprattutto quando ve ne è in abbondanza a prescindere dalla qualità. Questa impostazione, sebbene culturalmente comprensibile negli USA, penso sia inapplicabile alla nostra realtà professionale. Ma il dissenso su questa visione nel mio caso è più profondo poiché, in tutta onestà, penso non si possa applicare al nostro lavoro ovunque lo si pratichi. Il motivo per cui a mio giudizio il parallelismo non regge è molto semplice: il medico non vende nulla e non si affanna a ricavare un profitto  dall’interazione con il paziente. 
    Eppure, una volta realizzata questa inconciliabile distanza, mi sono reso conto che le parole di Henry suonavano ancora vere, e non perdevano la loro persuasività, particolarmente quelle concernenti il rapporto tra medico e paziente. In esse vi è l’eco di una convinzione giusta e non mi meraviglia che coincidano in gran parte con le osservazioni fatte da Rodolfo Sbrojavacca alla cui lettura non ho assistito ma che apprendo grazie al blog (FOAM!).
    Senza entrare nel dettaglio dei singoli punti esposti credo che il nocciolo della questione sia proprio comprendere l’utilità del rapporto tra noi ed i pazienti. Per chi ne avesse voglia il libro ” The Hippocrate’s shadow” di David Newman dà una spiegazione non solo appassionante ma anche scientificamente convincente di quanto esso sia curativo. Ho imparato negli anni, ma non ne ho fatto coerentemente tesoro, quanto sia utile interagire con il paziente. Avere la capacità di ascoltare e soprattutto l’impegno a spiegare. Alcuni degli errori più brucianti che ho commesso sono derivati proprio dall’avere trascurato  il rapporto con il paziente. Come medici dell’emergenza siamo spesso costretti ad incanalare il flusso di informazioni rapidamente in capitoli essenziali. La necessità di mantenere il funzionamento del pronto soccorso fluido e dare risposta ad un numero esorbitante di richieste male si concilia con l’essenza di questo rapporto.
    Ma invariabilmente ogni giorno mi rendo conto che non coltivare questa interazione è controproducente. Per il paziente e per noi. 
    Nessuno più di noi, dovendo affrontare situazioni gravi e difficili, si rende conto di quanto siano inappropriate molte richieste. Io stesso dopo anni di lavoro non mi capacito delle motivazioni di taluni accessi in PS. Tuttavia è spesso su questi che un discorso franco e aperto secondo le regole del bon ton può risparmiare al paziente ed al sistema sanitario inutili esami. La nostra consuetudine con la medicina non deve farci perdere di vista la prospettiva del paziente che viene spesso convinto di avere fatto la cosa giusta. Ricordare che “They didn’t come for judgment they came for care”.

  8. Ciao a tutti.
    Leggendo i post mi sono reso conto di aver scritto più con la “pancia” e poco con la testa.
    E’ chiaro che tutti, chi più chi meno, siamo immersi in un ambiente di lavoro non proprio idilliaco e quindi il rapporto con i pazienti/familiari prima o poi ne risente.
    E’ altrettanto chiaro che il rapporto con i pazienti è uno dei punti cardine del nostro lavoro. Tutto questo rientra nell’ovvio e (purtroppo)nel teorico.
    Come facciamo a mettere insieme le due cose? Credo che tutti noi (chi più chi meno) cerchi di avere un rapporto il più corretto (con questo termine ci faccio entrare tutte le cose che ci siamo detti sopra) possible con i pazienti/familiari. Sono convinto però che siano diversi i problemi che dobbiamo affrontare:
    1) il rapporto franco con i familiari richiede tempo, variabile, ma sempre tempo è: ne abbiamo sempre a disposizione? Alcune volte si (allora va bene) altre volte meno: in questi ultimi casi devo per forza essere un pò più brusco e sarò ricordato per questo…
    2) perdita di credibilità della classe medica. Inutile girarci intorno ma per me è uno dei punti critici dei medici italiani. Agli occhi della gente siamo poco credibili, aleggia sempre e comunque il sospetto che qualsiasi cosa diciamo non siamo convincenti. A volte è proprio perchè non sappiamo ascoltare il paziente o non sappiamo più fare le domande giuste e quindi non sappiamo dire le cose giuste al paziente. Ma qui mi domando: le cose giuste non possono essere quelle che vuol sentirsi dire il paziente/familiare e qui vengo al punto 3
    3) cosa cerca il paziente medio che arriva in ps? Credo che oggi il rapporto con la salute stia diventando un pò (ossimoro voluto) patologico. Non si accetta più nulla che non sia la perfezione (nel senso che non deve esserci il minimo dolore, la puntura di una zanzara è vista alla stessa maniera di un aneurisma addominale rotto). Io medico di PS (ribadisco “PS”) che devo fare?
    4) il medico di PS, nel colloquio con il paziente/familiare è uguale a qualsiasi altro medico? Credo di no. Tutte le cose giuste che avete scritto sono giuste per tutti oppure noi siamo una razza a parte? E’ vero siamo medici ma l’ambiente è diverso da tutti gli altri e anche i pazienti/parenti sono diversi e anche il rapporto tra tutti debba essere diverso.
    Ciao

  9. Mattia, Sossio e Gaetano grazie dei vostri commenti. Convinto che punti di vista diversi aiutino a condividere il nostro modo di essere e il nostro lavorare nell’ambito dell’emergenza.
    Ringrazio in particolare Mattia per aver citato Newman che con i suoi “I don’t know” ci ha dato l’opportunità di riflettere sul significato di essere medici.

  10. Forse potrei sembrare di parte visto che lavoro con Sbrojavacca o forse lavoro con Sbrojavacca perché sono dalla sua parte….
    Sorridere, tenere la mano del paziente, guardarlo negli occhi, non è solo un fatto di umanità e compassione.
    …il nostro atteggiamento corporeo condiziona il nostro stato d’animo e lo stato d’animo di chi ci guarda, vi ricordate i neuroni specchio? se i pazienti o i babbani sono antipatici e indisponenti….forse, forse…

    …provare per credere, sorridere è gratis! E giuro che funziona!

  11. Carlo,
    questo post piace a 45 persone…pensaci. Sarà perchè riporta una relazione di Sbrojavacca, sarà perchè, forse, il tema della relazione medico paziente è cruciale. Per relazionarci con qualcuno dobbiamo sapere chi siamo, così ci hanno insegnato…
    Allora chi è il medico d’urgenza, fuori dalla filosofia?
    E chi è il paziente? Leggendo i commenti di tutti, in particolare quelli di Gaetano, mi son chiesto: ma se io fossi un paziente che arriva in PS, quali aspettative avrei, quali pregiudizi nei confronti dei medici del PS, quali timori e ansie? Onestamente mi sono scoperto forse non troppo dissimile dai tanti pazienti che affollano le nostre sale d’attesa, purtroppo.
    Da ciò che la gente (e anche i colleghi e le istituzioni!!!!) pensa di sapere, infarcita di pregiudizi com’è, noi siamo degli “smistatori di traffico”, delle “guardie mediche” che hanno a disposizione un ospedale con risorse tecnologiche e specialistiche.
    L’ho detto, lo ripeto: tocca a noi dimostrare che siamo professionisti seri, preparati, non smistatori. Tocca a ciascuno di noi, a qualunque livello di responsabilità ci troviamo. Il compito non è delegabile, nè si può abdicare ad esso. “Non chiedetevi ciò che il vostro paese può fare per voi, chiedetevi cosa VOI potete fare per il vostro paese”; lo diceva JFK. Perciò ogni volta che rinunciamo a prendere una decisione che dovremmo prendere noi, ogni volta che non visitiamo correttamente un paziente, ogni volta che non siamo educati con loro, abbiamo perso. Perso nella relazione, perso di credibilità personale e di categoria. E Dio sa quanto bisogno abbiamo di entrambe. Chi legge e frequenta i blog e i siti è una parte sana e vitale ma esiste una quota non piccola di colleghi la cui propensione all’aggiornamento e allo sviluppo di competenze tecniche e non, è per mille motivi scarsa o nulla…
    Quanto tempo ci fa perdere un sorriso, una stretta di mano, un “buona sera Signor/Signora…”; eppure può farci risparmiare ore di inutili discussioni. I pazienti ci incontrano per la prima volta, nulla sanno di noi, della nostra competenza, spesso neppure sanno il nostro nome. Noi il loro lo conosciamo almeno. Sono confusi, spaventati e schiacciati in molti casi da un sistema un cui l'”umanità” sembra perduta: giorni in barella in mezzo ad un corridoio o in uno stanzone senza alcuna privacy…cosa facciamo noi per queste cose?
    Compete alla direzione sanitaria, al primario quest’ultimo aspetto, direte; vero. Ma compete anche a noi: quel paziente è in carico a noi, non al direttore sanitario: una “autorevole” telefonata quotidiana in direzione, magari da sola non basta ma…sono le gocce che spaccano le pietre!
    Quanto tempo ci vuole per dire al paziente: “Signora, prima la visito accuratamente, poi, sulla base della visita deciderò che fare”, eppure può fare di noi medici autorevoli per il semplice fatto che li visitiamo, li tocchiamo…
    Grazie, sinceramente, Gaetano per avermi provocato a pensare
    ancora grazie Carlo per aver messo in pratica l’esortazione di JFK…
    Gianfrancesco

  12. Si Gian,
    questo post ha avuto un grande successo e molto dipende come hai sottolineato tu dalla bellezza della relazione ma soprattutto dai temi toccati.
    Pur con punti di vista diversi c’è il nostro modo di vivere la professione e il nostro lavoro. Un post da rivisitare almeno per me quando la stanchezza sara molta e i “mi piace” pochi.
    Ilenia,
    grazie per il tuo commento poetico e appassionato. Quando si semina bene il raccolto non può che essere proficuo…

  13. Carlo, ho letto solo ora la tua risposta e penso che hai perfettamente ragione. Nei prossimi turni in reparto cercherò di fare più attenzione al rapporto con i pazienti, e a concentrarmi di più anche sul rapporto con le persone piuttosto che sulle cartelle e su tutto quello che devo ancora imparare.

    Grazie e a presto!

    Simone

  14. Credo che questo post sia stupendo….sai cosa penso dei maghi e dei babbani. Essere un buon professionista medico o infermiere o OSS non vuol dire solo lavoro tecnico, preparazione, aggiornamento. Penso che bisogna curare con empatia…la differenza tra curare ed avere cura è proprio questa. Curare come se, in qualche modo, quelle persone si sentano prese in carico come un nostro affetto…con affetto. La parte relazionale fa tantissimo e subito fa stabilire un rapporto di fiducia.
    Sono in accordo anche sul fatto che nel momento in cui i pazienti siano in condizioni disagiate è nostro compito favorire i percorsi migliori per loro e non accontentarsi del “tanto è la Direzione è il Primario ….”. In fondo noi siamo i primi a dovere risolvere globalmente le problematiche del paziente…siano esse mediche, siano esse sociali…o solo di gran tristezza desolazione e disperazione o solitudine. Un abbraccio bisogna dirlo cura tutti meglio!.

  15. Ciao a tutti, sono uno specializzando in medicina di famiglia. L’aspetto relazionale secondo me, specialmente sul territorio dove il paziente é una figura tutt’altro che passiva, é fondamentale.quando ho iniziato a lavorare rispondevo più spesso in modo acido e tagliente ai pazienti pretenziosi (quelli per intenderci che arrivano in ambulatorio dicendo “voglio fare…”), adesso ho imparato a prenderli più con ironia e alla fine sono pochi quelli che, spiegando il perché del tuo “rifiuto”, perseverano. La stessa cosa detta in modo educato e gentile, per quanto fermo, é recepita in tutt’altro modo rispetto ad un “no,il medico sono io”.Imparare questo, ed imparare a mantenere la calma, é tutt’altro che secondario rispetto all’acquisizione delle competenze tecniche del mestiere,anzi…é fondamentale soprattutto per la qualità di vita di noi medici.Saluti.Andrea

    1. Andrea, grazie di aver condiviso la tua esperienza. Come te ho imparato che tutti i comportamenti, anche quelli che non ci piacciono, hanno una loro causa e una spiegazione. Non sempre è facile da parte dell’operatore sanitario, qualsiasi sia il ruolo che ricopre, riuscire però a gestire certe situazioni. La capacità di entrare nella giusta relazione con l’altro è sicuramente un aspetto del nostro lavoro che non va mai considerato secondario.

  16. Sara

    Sono studentessa di Medicina al 4° anno, forse troppo “piccola” ancora, ma forse anche testimone di modi ed esigenze nuove di pensare la Medicina… Credo infatti che l’importanza della relazione medico-paziente non sia un semplice “argomento” ma la spia di un qualcosa. Nel mio piccolo percorso ho virato completamente rotta, dalla ferma volontà di voler entrare nel mondo della ricerca a quella di voler AIUTARE. C’è una cosa fondamentale che credo di aver capito, e se non è universalmente accettata, vale per me. E cioè che per poter dare agli altri, bisogna non essere in deficit con se stessi. Penso questo: se non sto bene io, come faccio a far star meglio qualcun altro? Pensiero ovvio forse, ma credo qualcuno lo abbia dimenticato.

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