Burnout da specialista…

Ho 33 anni e mi chiedo se sono in burnout da specialista

Ero quasi certa di essere vittima di una saturazione da sottoutilizzo, poi ho pensato di essere in burn-out.

No, no, forse ho la compassion fatigue e la moral injury come la definisce qualcuno.

La mia vita lavorativa a volte mi sembra una serie tv anni 90, mi sembra quasi di sentire le risate in sottofondo a volte (o forse sto solo impazzendo).

Episodio 1:  Stronza!

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immagine generata con AI

Ambientazione: Interno – Area critica – Fine turno (ore  19.50)

Atmosfera: Il chiacchiericcio riempie completamente l’area critica: è un turbinio di gente, infermieri e medici al cambio turno, codici rossi in arrivo. Un urlo di dolore si sente con effetto Doppler, si avvicina dal triage all’accettazione.

Inquadratura:

  • Primo piano: Mi giro in direzione dell’urlo: entra in area critica una barella con sopra una signora che urla di dolore tenendosi la gamba. Dietro di lei la collega del NAVI.
  • Dettaglio: Guardo l’orologio: anche oggi uscirò domani.

Dialoghi: “Gea, è un azzurro. È arrivata 1 ora fa per un dolore alla coscia, nega traumi. Stavo facendo un esame obiettivo ma si è messa a urlare per peggioramento del dolore, la gamba è molto più grande dell’altra. Mi aiuti a vederla in eco?”

Azione: Mettiamo la sonda sulla coscia della paziente mentre gli infermieri fanno ematochimici, EGA, banca sangue e antidolorifico. 

Dettaglio: Sullo schermo dell’ecografo raccolta anecogena con blush visibile spontaneamente. Immagine EGA: 6.9 g/dL di emoglobina. Lac 3 mmol/L.

Contatto i radiologi interventisti, eseguita angiotc con evidenza di spandimento di mezzo di contrasto, danno indicazione a trasporto per embolizzazione.

Contatto rianimatore di guardia: “La pressione della signora è >120/80 mmHg, non vedo indicazione a trasporto con rianimatore”.

“Collega, la paziente è già anemica e ha uno spandimento attivo, a me sembra un’indicazione”

“Dopo 30 anni d’esperienza non sarai tu a insegnarmi cos’è un’urgenza, stronza!”

Dissolvenza in nero

Episodio 2: Non esiste il volet sternale.

Immagine creata con AI

Ambientazione: Interno – Terapia semintensiva – Inizio turno mattutino (ore 08.00)

Atmosfera: Le luci sono ancora soffuse, l’odore di disinfettante invade tutto l’ambiente. Gli infermieri hanno quasi finito il giro terapia del mattino. Io e il mio tutor abbiamo già preso consegne.

Inquadratura

  • Primo piano: Entro in reparto ancora in abiti civili, ho la faccia spaventata di chi è al secondo turno dopo la firma del contratto. 
  • Dettaglio: Un infermiere incrocia il mio sguardo, probabilmente con la paura di essere da solo con una novellina.

Dialoghi: “Gea, non mi piace come respira la signora in S9.”

Azione: Vado in S9, guardo il torace della signora: il suo sterno si abbassa in ispirio, mi dice che ha fame d’aria. L’aiuto a sedersi meglio sul letto, le sistemo la maschera dell’ossigeno, chiamo il mio tutor. La signora riprende a respirare normalmente.

Dialogo 2: “Fedo, credo le abbiano rotto lo sterno durante RCP, ma non è stato refertato alla TC post ROSC. Chiamiamo il chirurgo toracico.”

Il chirurgo toracico non è mai sceso in PS, gli ho descritto il caso dicendo che la paziente aveva un “volet sternale”, mi ha riso in faccia al telefono:

“Collega, non esiste il volet sternale”

Gli ho anche inviato un video del torace della signora, come se dovessi dimostrare qualcosa ad un giudice.

Da archivio personale

Quando sono venuti a prenderla per portarla in sala operatoria ho sentito l’urlo di repertorio dell’anestesista “prima fate il danno e poi chiedete il miracolo”, come se rompere uno sterno durante RCP fosse una colpa.

Dissolvenza a stella

Episodio 3: Non sei in grado di lavorare.

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Ambientazione: Interno – Area accettazione – Lunedì pomeriggio (ore 17.00)

Atmosfera: L’aria è colma di impazienza, non c’è spazio per passare tra barelle, pazienti e accompagnatori. Medici, infermieri e OSS corrono da una parte all’altra.

Non sei in grado di lavorare

Inquadratura

  • Primo piano: Sono al PC a chiedere una consulenza per l’ospedale dei bambini, davanti a me una mamma e una figlia in attesa di uscire il prima possibile dal quella bolgia. 
  • Dettaglio: Un infermiere apre la porta di scatto e mi guarda con occhi spaventati.

Dialoghi: “Gea, paziente in arresto!”

Azione: Mi alzo di scatto e corro fuori, gli infermieri hanno cominciato RCP, mi butto anch’io sul paziente. Mano destra sul pallone ambu, mano sinistra a C sulla maschera e sul volto del paziente. 

Inquadratura:

La paziente di prima e la mamma si allontanano per la consulenza.

Dopo circa 30 minuti di manovre dichiariamo il decesso.

Ricevo una chiamata nel momento esatto in cui sto scrivendo il diario del paziente deceduto, è il collega dell’ospedale dei bambini:

“Sono 20 minuti che provo a chiamarti, non è modo di lavorare!”

“Collega stavo massaggiando un paziente in arresto”

“Ti ho chiamata 20 volte, non sei in grado di lavorare! Ne parlerò con chi di dovere”

Forse non ha sentito cosa ho detto, di certo non ho mai capito chi fosse “di dovere”, so di certo che io il mio dovere lo stavo facendo.

Dissolvenza in nero

Episodio 4: il paziente non è di competenza psichiatrica

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Ambientazione: Interno – Area accettazione – domenica mattina (ore 10.00)

Atmosfera: L’area è vuota, c’è uno strano silenzio. Un invadente profumo di melanzane fritte entra dalle finestre.

Inquadratura

  • Primo piano: Ho lo sguardo di chi si gode le prime ore della domenica mattina di guardia quando tutto va più lentamente.
  • Dettaglio: Entrano 4 poliziotti e un uomo sulla quarantina. Dietro di loro la triagista.

Dialoghi: “Stato di agitazione psicomotoria in paziente psichiatrico, scappato da comunità presso cui risiede, trovato per strada, stanno arrivando i famigliari”

Azione: Guardo quel ragazzone, ha lo sguardo perso, un sorriso beffardo. Non lo definirei agitato, lo definirei euforico. Tento timidamente il colloquio in un box mentre lui mangia un’intera scatola di biscotti che ha in mano in un nanosecondo.

Dialoghi: “Dottoressa, io non li prendo più i farmaci, io sono guarito. Sto benissimo, è quando prendo i farmaci che mi danno in comunità che sto male, loro mi vogliono avvelenare perché ho scoperto la cura”

Sono arrivati subito dopo i familiari, mi hanno raccontato che il paziente ha un disturbo bipolare, è residente in una comunità e da qualche giorno è riuscito a sfuggire alla terapia. Richiedono assistenza, hanno tentato di convincerlo, non è la prima volta che succede.

Chiamo lo psichiatra che sceglie con cura le domande da porre al paziente:

“Carlo allora la prendi ora la terapia?”

“Si certo”

“Collega, il paziente non rifiuta terapia, non ci sono margini per un ricovero.”

Carlo si è staccato tutti gli accessi venosi, ha volontariamente fatto gocciolare il suo sangue per tutto il pronto soccorso. Si è anche strappato il catetere vescicale con fare di sfida.

Ci sono volute 6 richieste di consulenza, un “mi pare che tu non sia una psichiatra, vaffanculo!” da parte della collega psichiatra, e parecchia disperazione dei familiari prima di poterlo ricoverare.

Dissolvenza a cerchio

Finale di stagione: Addirittura!

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immagine generata con AI

Ambientazione: Interno – Area accettazione – giovedì notte (ore 23.30)

Atmosfera: C’è aria di influenza, tossiscono tutti, starnutiscono tutti e tutti sono coperti da 1000 strati di indumenti. È un gennaio freddo.

Inquadratura

  • Primo piano: Clicco sul primo azzurro in attesa.
  • Dettaglio: Il triage recita “Dolore addominale basso ventre dopo colpo di tosse, PAO 110/50 mmHg, FC 100,satO 100%. Habitus sofferente”. 

Dialoghi: “Dottoressa io non lo so cosa è successo ma ho tossito per l’ennesima volta e ho avvertito un dolore atroce. Dopo l’antidolorifico va un po meglio però ce l’ho ancora”

Azione: Cerco un ernia inguinale ma non la trovo. 

Trovo la zona sotto-ombelicale fortemente dolente, tesa e calda. Il restante esame obiettivo è normale.

L’anamnesi è muta, non assume farmaci.

Dialoghi:

“Collega, ho una paziente in cui sospetto un ematoma del retto dell’addome dopo colpo di tosse. Non prende anticoagulanti o antiaggreganti ma la clinica è compatibile”

La radiologa “Eh addirittura un ematoma del retto. Guarda al massimo ti faccio un’eco”.

La signora aveva un ematoma rifornito del retto dell’addome: è stata embolizzata dopo qualche ora. Aveva un’alterazione della coagulazione che non sapeva di avere.

Titoli di coda.

Pensavo male

Questa serie TV l’avevo immaginata diversa. 

Avevo visto diverse serie TV sull’argomento, avevo fatto da comparsa in alcuni stagioni girate in varie parti d’Italia: Trieste, Torino, Termini Imerese, Palermo.

L’esperienza mi aveva così tanto affascinata e appassionata che avevo scelto questo genere come lavoro della vita.

Molti colleghi me l’avevano sconsigliata, perfino i miei parenti.

Pensavo si riferissero ai turni, alla costante mancanza di personale, all’ansia di dover prendere decisioni dalle quali dipende letteralmente la vita di un’altra persona, dallo stresso psico-fisico di doverlo anche fare in fretta.

Pensavo mi parlassero del costante peso di dover comunicare all’ennesimo genitore che il figlio di 18 anni è intubato perché ha avuto un brutto incidente stradale, che abbiamo fatto tutto ciò che era nelle nostre possibilità per salvargli la vita.

Pensavo alludessero a tutti i fine vita che avvengono in area d’emergenza, a tutte le nonnine e i nonnini ai quali teniamo la mano e che adottiamo come se fossero i nostri parenti perché i loro non sono in città o non hanno il tempo di arrivare.

Pensavo male.

È il fuoco amico che logora: la frustrazione dell’infermiere che è alla sesta notte del mese, la stanchezza dell’OSS che deve gestire 35 pazienti, ma soprattutto la mancanza di empatia dei colleghi delle altre specialità, il fare supponente come se una consulenza fosse una cortesia personale, come se la chiamata in reperibilità di notte fosse fatta per disturbare volontariamente il loro sonno, come se la richiesta di TC fosse per girare una puntata di “esplorando il corpo umano” e vedere a casaccio cosa c’è dentro il corpo del paziente. 

È perché sono consapevole che anche i colleghi delle altre specialità sono a loro volta stanchi e frustrati ma mi piacerebbe se prima di prendere una decisione sul porre indicazione al ricovero o meno, richiedere la millesima troponina per prendere tempo, scrivere solo “non di competenza chirurgica” perché in quel preciso istante non è da operare, guardassero il paziente e il percorso assistenziale nell’insieme facendo ognuno la nostra parte.

Quando penso al mio lavoro penso sia davvero il lavoro migliore del mondo, ed è stressante, si, ma non è il caso difficile, la paura dell’errore, il parente aggressivo a renderlo così stressante, è il fuoco amico.

No, non è burnout, l’unico termine che ho trovato calzante è il backfire-stress, il punto è che non voglio fare il passo indietro e allontanarmi dal fuoco di ritorno, mi piacerebbe tentare nuovamente di porgere la mano al collega per metterci entrambi al sicuro dallo stesso lato e non più uno di fronte all’altro.

Nel frattempo mi appiglio all’amore per questa professione, a quello che vedo negli occhi dei miei colleghi quando gestiamo un caso insieme, alle parole del mio mentore che mi invita a non perdere mai l’entusiasmo, e spero che mi basti per attraversare la pioggia di proiettili. 

Grazie a Marta, Ceci, Pietro, Enrico e Salvo.

Grazie sempre a Davide.

Autore

  • Gea Nicoletti

    Specializzanda MEU
    - Fatta non fui per viver come bruta, ma per lavorare in emergenza-urgenza (semicit.) -

6 Commenti

  1. Bellissimo post e bellissima riflessione! se solo facessimo tutti più squadra, senza pensare che l’altro ci vuole “rifilare un paziente spinoso” ma provando insieme a ragionare sul percorso migliore per ciascuno, quanta fatica che si risparmierebbe!

  2. E’ mia, e non solo mia, impressione che i colleghi “di reparto” siano un po’, o più di un po’ più rispettati perché chiunque abbia genitori, figli, partner, amici, potrà prima o poi “avere bisogno” di un ricovero da casa, di una visita o semplicemente di un consiglio… e se si risponde male, o non si è collaborativi… insomma, si raccoglie quel che si è seminato.
    Invece Voi del pronto Soccorso quest’arma incredibilmente non potere usarla, nessuno, anche giustamente, può essere respinto dal Pronto Soccorso.

    Però, una cosa forse si può fare: in molti Ospedali, lo vedo personalmente, il Pronto Soccorso non chiede se può ricoverare in Medicina, vede i letti liberi tramite sistema informatico e, se si ritiene indicato il ricovero, il Paziente è ricoverato senza bisogno di nessun accordo, salvo casi particolari Poi, sarà compito del Reparto dimettere questa persona o chiedere il trasferimento altrove. Ho motivo di pensare che nell’ Ospedale dove lavora la Nostra Collega non sia sempre così.

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