giovedì 22 Febbraio 2024

Burnout

L’altro giorno ho letto su facebook questo commento: “distrutta dalla giornata lavorativa….voglio scappare via… “. A parlare era un medico che lavora in pronto soccorso. Ho così deciso di parlare di un tema molto attuale e importante: il burnout di chi lavora in emergenza. E’ stato infatti pubblicato su Archives of Internal Medicine uno studio riguardante i medici americani. Vediamo cosa dice.


Burnout and Satisfaction With Work-Life Balance Among US Physicians Relative to the General US Population è il titolo dell’articolo pubblicato EPUB il 20 di agosto scorso.

E’ sta infatti condotta un inchiesta su un largo campione di medici americani comprendente tutte le specializzazioni e comparato con un campione della popolazione americana attraverso the American Medical Association Physician Masterfile misurando il burnout e la soddisfazione lavorativa.

Lo studio
Dei 27.276 a cui è stato inviato il questionario via email nel giugno 2011 7288 (26,7%) hanno completato le risposte del sondaggio. La partecipazione è stata ovviamente volontaria e le risposte redatte in modo anonimo. Il campione di controllo costituito da una popolazione lavorativa adulta di 3442 lavoratori era precedentemente stato sottoposto ad un indagine conoscitiva telefonica nel dicembre 2010. L’età di questo gruppo era compresa tra i 22 ei 65 anni.
Le informazioni ottenute  in entrambi i campioni sono state di tipo demografico
– età. sesso, stato relazionale

e sul burnout
– ore lavorate per settimana
– sintomi di depressione
– soddisfazione lavorativa
– idee suicidiare negli ultimi 12 mesi

Nel campione di controllo veniva anche indagato: l’impiego attuale, il loro stato e il grado più elevato di educazione scolastica ricevuto.

Il burnout  è stato misurato mediante the Maslach Burnout Inventory (MBI), un questionario validato che consta di 22 item e considerato il gold standard per la misurazione del burnout.

Risultati

– Il 45,8% dei medici intervistatiaveva segnalato almeno 1 sintomo di burnout
– Le categorie di medici maggiormente interessate sono state:
– medici d’emergenza
– internisti
– neurologi
– medici di famiglia
tutte categorie considerate front-line negli Stati uniti.
A minor rischio invece:
– pediatri di famiglia
– dermatologi
– medici della medicina preventiva

I medici del campione esaminato lavoravano 10 ore alla settimana più dei controlli( 50 vs 40) e il 37,9% dei medici e il 10% dei controlli più di 60 ore.
Il 40,1% dei medici e il 23,1% dei controlli ritenevano che l’organizzazione del lavoro non lasciasse loro abbastanza tempo per la famiglia e i rapporti interpersonali. L’insoddisfazione nel rapporto lavoro vita extralavorativa era sostanzialmente equivalente nei due sessi nel gruppo di controllo (maschi 23,3% femmine 23.0%) mentre quella femminile era lievemente superiore tra i medici (43,1% vs 38,9%)

Paragonati al gruppo campione i medici presentavano:
– maggiori sintomi di burnout (37,9 vs 27,8)
– maggiore insoddisfazione per il lavoro (40,2 vs 23,2)

I medici messi a confronto con soggetti di pari livello di educazione sono inoltre risultati essere a maggior rischio di burnout

Per quanto riguarda la soddisfazione lavorativa le specialità maggiormente premianti sono ancora una volta la medicina preventiva e la dermatologia. La medicina d’emergenza sebbene non nelle prime posizioni risulta sopra la media.

Conclusioni

Implicite le conclusioni degli autoti: il burnout è più comune tra i medici che nella popolazione generale americana e coloro che praticano la professione a più stretto conttatto con i pazienti sono a maggior rischio.

Limitazioni
La prima e più rilevante limitazione per stessa ammissione degli autori è rappresentata dal fatto che una parte di medici cui era sta inviata l’email non hanno aperto il messaggio perdendo così la possibilità di partecipare al sondaggio. La quota di soggetti che invece hanno risposto (26,7%), è stata comunque al di sotto di quella attesa per questo genere di interviste. A questo riguardo va sottolineato che gli autori del lavoro non hanno utilizzato incentivi di alcun tipo per aumentare la partecipazione dei medici.
Un fattore confondente inoltre potrebbe essere rappresentato dal fatto che la popolazione del campione di controllo era rappresentato da soggetti più giovani e con una maggiore prevalenza del sesso femminile.

Commento personale   
Tutti gli operatori che lavorano nell’ambito dell’emergenza, non solo i medici,  sono ben consci che il loro sia un lavoro stressante e ad alto impatto emotivo. Frequentemente mi sento rivolgere domande da amici e colleghi, una volta saputo che lavoro in pronto soccorso ormai da molti di anni, del tipo: ” ma come fai? Non potresti trovare un posto più tranquillo?”, e devo dire che a volte questa stessa domanda me la faccio io stesso.
Anche se la realtà italiana, ben lungi dall’esser uniforme, è molto lontana da quella americana , una risposta penso sia data dal fatto che comunque, nonostante stress, turni, impatto emotivo, il livello di soddisfazione per quello che facciamo rimane alto.
Concordo con il commento recentemente postato su MedEmIt Fun Club a questo riguardo: “Io non credo che il burnout in medicina d’urgenza si verifichi perchè lavoriamo troppo. A noi piace lavorare molto e in situazioni difficili. Il problema è non essere apprezzati, non avere riconoscimento per quello che facciamo.”
L’orgoglio per quello che facciamo e la necessità che questo ci venga riconosciuto è fondamentale ma non dobbiamo dimenticarci che il problema esiste e dobbiamo fare di tutto per rendere il nostro lavoro più vivibile. Aiutare chi tra di noi si trova in difficoltà rimane comunque un imperativo categorico.

Dite la vostra…

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Carlo D'Apuzzo
Carlo D'Apuzzo
Ideatore e coordinatore di questo blog | Medico d'urgenza in quiescenza | Former consultant in Acute Medicine | Specialista in medicina interna indirizzo medicina d’urgenza e in malattie dell’apparato respiratorio | #FOAMed supporter

10 Commenti

  1. Per chi, come me, lavora nella “Fortezza Bastiani” ai confini dell’impero… la solitudine non aiuta. Metti tutta la scienza, la coscienza e l’evidenza che puoi e che vuoi e che hai, ma il peso dei giorni e delle notti non è misurabile (con nessuna statistica, per quanto potente)… rimane solo quel “grazie” che ricevi da chi ha chiesto aiuto (o da un suo familiare)… ed al quale, in qualunque modo (tra incredibili ed indicibili carenze strutturali ed organizzative) sei riuscito a rispondere…
    la voglia di mollare riaffiora pesante in certi momenti… ma un solo “grazie”… anche una sola volta… ti fa amare quello che fai e continui a presidiare la “Fortezza”…
    Cordialmente

  2. Concordo…. e avolte penso anche che malgrado la fatica continuiamo ad essere dei privilegiati. Spesso penso di dovere ringraziare io i pazienti per il lavoro che faccio che mi permette di avere una prospettiva di vita diversa e sicuramente una crescita di animo e di valori che non può esserci in nessun altro posto di lavoro. Credo anche che il mutuo aiuto, la condiovsione dei problemi, la creazione di un gruppo che sia capace di divertirsi confrontandosi sia favorevole per prevenire il burnout. Infine mi pare strano che le donne percepiscano lo stress comje uguale agli uomini. Sarò impopolare ma molto spesso essere donna e fare il medico urgentista richiede un grandissimo sforzo organizzativo personale e di rinuncia all’essere donna in sè e ai proprio desideri….si diventa spesso moglie di o madre di di o medico di…e si rinuncia ad essere semplicemente una persona di sesso femminile con tutte le sue aspettative personali…chissà se qualcuno ha fatto un’indagine su questo argomento..sarei curiosa di saperlo!!
    Come sempre Bravo è davvero un piacere leggerti!

  3. Docmac, Marina grazie dei commenti.
    Burnout o meno continuiamo a fare il nostro lavoro perché ci piace e sappiamo di essere utili e le vostre risposte ne sono un esempio.
    Anche io sono rimasto stupito della sostanziale equivalenza tra maschi e femmine. Le donne sono sicuramente soggette ad una maggiore pressione sia all’interno che all’esterno del luogo di lavoro, ma sono anche più forti degli uomini e questa può essere una spiegazione.

  4. Il nostro è un lavoro, come pilotare un aereo o montare dei freni a una automobile.
    Non mi sento un privilegiato, perché per fare quello che faccio (Urgentista, Tropicalista, Infettivologo, Internista, Mini-chirurgo in urgenza) mi sono fatto (e mi faccio ogni giorno) un mazzo tanto.

    Chi mi conosce, come Carlo D’Apuzzo, sa quanto impegno io metta nel mio lavoro.
    Vedere che il nostro lavoro viene svilito e svenduto, che chiunque ci può sputare addosso e rimanere impunito, che la Medicina Difensiva la fa da padrona, che spesso non si vede nessuna voglia di crescere professionalmente, che ognuno cerca solo di tirare l’acqua al suo mulino…be’, mi deprime alquanto…

    Ma chi pensa che siccome facciamo un lavoro importante (ma – ripeto – tutti i lavori sono importanti…si dividono solo in “fatti bene e fatti male”) possiamo sopportare meglio il burn out…be’, è libero di esprimere la sua opinione, ci mancherebbe.
    Ma non corrisponde alla mia.

    Io non ringrazio. Se non rarissimi pazienti e ancor (molto) più rari Colleghi.
    Sono gli altri che mi devono ringraziare per il mio lavoro, per l’impegno che metto in esso, al limite.

    E se questo vuol dire essere in burn out, sono contento di pensare di essere uno di quelli che avrebbe risposto al sondaggio, facendo statistica…indovinate da che parte? 😉

    Buon lavoro a tutti, come sempre.

  5. A mio parere un problema potrebbe sorgere nel caso in cui un medico si trovasse a lavorare da “urgentista” come ripiego, magari dopo aver completato il corso del “118” per non essere riuscito ad entrare in alcuna scuola di specializzazione. All’inizio ,penso, si conta di dover rimanere in quel ruolo per poco tempo,magari con la prospettiva di vincere il concorso per diventare MMG,ma poi la stanchezza e un po’ di rassegnazione intrappolano in questi lavori contro-voglia e si arono le porte del burn-out. Dato che questa situazione non è poi così rara- l’urgenza è praticamente l’unica prospettiva di lavoro per molti medici, i quali sono di fatto costretti a sceglierla- mi aspetto che il burn-out divenga un problema non marginale nei prossimi anni

    • Simone, grazie del tuo commento. Penso che tu abbia centrato uno dei problemi che sono causa di insoddisfazione per ogni persona: non fare quello che ci si era prefissi di fare nella vita o trovarsi a dover fare qualcosa che alla resa dei conti ci entusiasmo poco o per niente.

    • Carissimo Simone Canepa, è anche questo il punto, hai perfettamente ragione.
      Il fatto di aver dovuto “ripiegare”…che tristezza, il Pronto Soccorso è fondamentale, come le Guardie del Castello…e io credo che ogni Medico debba comunque fare molto tirocinio in Pronto Soccorso (Medico-Chirurgico) e comunque essere obbligato a esercitare parte della sua carriera proprio in DEA (un po’ come fare – ma seriamente – il Servizio Militare, per quanto sia solo una analogia: potrebbe non servire mai, ma saper fare, in emergenza, è meglio di non saper fare o fare male).

      Il punto è che il burn out spesso deriva proprio dal fatto di essere impiegati un in ruolo che non è il proprio (io sto scrivendo un libro, “Un Tropicalista a Chivasso – sottotitolo: che cacchio ci sto a fare???”), certo, ma anche dall’essere comunque sottoutilizzati e vedere che in moltissime realtà non c’è assolutamente alcuna voglia di crescere e di far crescere, ma solo di tentare di barcamenarsi e “non creare problemi”.

      Ecco, sopporterei di non praticare la mia specializzazione (in cui, tutto sommato, me la caverei, e magari sarei anche più utile), se dove lavoro ci fosse più serietà e più voglia di crescere. In questo caso il burn out verrebbe tenuto “out”!!!

  6. BURNOUT
    1 giugno 2014 alle ore 22.21

    Certe notti di questi tempi – quando sei in trincea in Pronto soccorso, oppure in corsia assillato da mille dubbi e mille questioni burocratiche (ma lo fanno apposta?), oppure hai la fila davanti alla porta dell’ambulatorio – sentendoti solo una piccola rotella (e neanche tanto importante per giunta) di questa società ipermedicalizzata, vorresti scappare e andare lontano …

    Alzi il capo e vedi quegli occhi spenti, il respiro affannoso, le braccia stanche, le gambe gonfie: l’ennesimo relitto – pensi – di questo mondo confuso, impazzito, senza cuore.
    Sei stranito dalla pressione: dei familiari, dei giornali alla ricerca della notizia, dei procuratori in agguato, dei manager sanitari. Perchè devi essere risoluto, efficace, efficiente, salvifico.
    … lontano … su un’isola deserta …

    Poi guardi meglio e vedi oltre quegli occhi un refolo d’anima, un luccichio residuo, l’alito di una vita.
    Allora provi: a volte logico, coerente, secondo i crismi dell’Evidence Based Medicine, più spesso – forse – giocando di sponda, seguendo l’intuito e qualche volta l’immaginazione.
    E quando ci riesci percepisci la riconoscenza, quasi una fiammella dentro quegli occhi. Non solo se vivono, a volte anche quando si spengono, definitivamente.
    O forse è solo la gratificazione di avere fatto (del) bene.

    … e ti senti lontano, su quell’isola deserta!

    un medico

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