sabato 18 Settembre 2021

Canarini in miniera

Quando il povero canarino smetteva di cinguettare e finiva senza vita sul fondo della gabbietta, quello era il momento dell’allarme finale.
Troppo grisou: la miniera andava evacuata, i minatori fuggivano, incombeva la morte. La miniera era persa.


La Medicina d’Emergenza Urgenza è il canarino, non c’è dubbio, e i suoi cinguettii sono sempre più fievoli.
Concorsi oceanici andati deserti, Pronto Soccorso gestiti da figure improvvisate, gogne mediatiche e ora, ultima notizia, oltre 450 posti in specializzazione non assegnati (ovvero rifiutati dai vincitori del concorso nazionale): i nodi che da tempo denunciamo hanno trovato il pettine.

La sorte del povero canarino muove a compassione (qualcuno più di altri: chi ha speso decine d’anni di professione ad allevarlo, quel canarino, oppure chi ha impegnato studio ed entusiasmo per diventarlo, un gran bel canarino).


Ma c’è una questione ancora maggiore: la sorte della miniera. Quella miniera non è, sia ben chiaro, il Pronto Soccorso o la Terapia Semintensiva o la Medicina d’Urgenza.
La miniera è l’intero Sistema Sanitario Nazionale.


I riferimenti personali andrebbero evitati, lo so bene, soprattutto quando si tenta di scrivere una riflessione che vorrebbe avere obiettivi generali: ma ho un ricordo da cui non riesco a staccarmi.
Nel 2014, Auditorium del Lingotto a Torino, apertura del Congresso Nazionale SIMEU: davanti a un migliaio di persone raccontavo emozionato la nuova identità della Medicina d’Emergenza Urgenza in Italia. Proiettammo una diapositiva molto semplice: su fondo bianco la scritta nera che riempiva la slide era l’elenco degli 84 colleghi che poche settimane prima si erano specializzati in MEU, i primi della storia in Italia. Fui interrotto da un applauso spontaneo dell’uditorio.


Gran momento: era il segno della vittoria di una guerra combattuta per anni da tanti di noi (e anche prima di noi) per l’istituzione della Scuola di Specializzazione. Celebravamo un punto d’arrivo, ma sapevamo bene che era solo un punto di partenza. E sapevamo che sarebbe stato difficile.
Già allora lanciavamo appelli per il miglioramento delle Scuole, l’ampliamento delle reti formative ma soprattutto la necessità di un pesante incremento dei posti in Scuola di Specializzazione.


La sensazione era (anche lì!) quella di essere dei delicati canarini. Confinati nella nostra gabbietta, colorati e cinguettanti, sembravamo elementi decorativi: una graziosa e piacevole presenza in un salotto in cui le questioni dominanti erano ben altre. Come se i tentativi di far crescere la Medicina d’Urgenza in Italia fossero solo l’ambizione di una ristretta cerchia di raffinati cultori, ben lontani dalle reali necessità del Sistema.

Nell’emozione di quell’applauso torinese c’era l’orgoglio dell’appartenenza, dell’identità conquistata: sette anni dopo resta l’amarezza di quel che avremmo potuto essere, il disagio dell’impotenza per un obiettivo che abbiamo ben chiaro ma sappiamo di non poter raggiungere.

AMAREZZA (quel che non avrei voluto scrivere)


Forse dovremmo semplicemente ammettere che quell’obiettivo (sacrosanto, scientifico, palesemente utile) lo avevamo solo ingenuamente immaginato, visto che nessuno ce l’ha mai affidato realmente.
La crescita della Medicina d’Emergenza Urgenza italiana è innegabile, ma la riconosciamo solo noi: a quella crescita non ha corrisposto l’evoluzione parallela dell’intero sistema.


Facciamo i conti con competenze previste nel nostro curriculum, chiaramente acquisite da tanti di noi, ma mai, nei fatti, riconosciute. In questi anni abbiamo allevato una nuova splendida generazione di Medici d’Emergenza Urgenza e contemporaneamente abbiamo alimentato la crescita delle generazioni precedenti, che continuano a svolgere un ruolo quotidiano difficile e sempre più gravoso: ma l’obiettivo per cui tutto questo è stato fatto, evidentemente, era chiaro solo a noi.

Pensavamo di dover gestire l’emergenza urgenza. Immaginavamo di avere un compito specifico all’interno di un sistema complesso in cui anche gli altri compiti sarebbero stati coperti. Invece subiamo impotenti il tragico fraintendimento secondo il quale i luoghi e le funzioni della MEU sono la vasca di decantazione di tutte le risposte che il sistema non riesce a dare, il cestino in cui gettare tutti gli errori.
Come accade nelle grandi aziende in fallimento: l’Emergenza Urgenza è divenuta la “bad company” del Sistema, quella in cui ammassare investimenti sbagliati, crediti inesigibili, situazioni non rimediabili.

Dovremmo essere la rete di sicurezza ma siamo diventati lo sgabuzzino del Sistema, l’ambiente nel quale nascondere tutto ciò che è in disordine e non trova collocazione.
Attese ricovero, esigenze di carattere socio-assistenziale, prestazioni non urgenti, necessità cliniche che non trovano competenze adeguate nell’ospedale: ci penseranno loro, quelli del piano terra. Continuiamo a incontrare colleghi dell’ospedale che si sorprendono delle nostre proteste: in fondo di cosa ci lamentiamo? È quella la nostra funzione…

Già, la nostra funzione: non abbiamo mai negato la parte “sociale” e “civile” del nostro lavoro. Anzi la rivendichiamo: in fondo la nostra parola d’ordine è sempre stata “soccorso”. Ma il concetto di soccorso attiene all’urgenza, e ogni urgenza non può che essere breve ed esitare in una soluzione definitiva. Invece viviamo in un sistema in cui il soccorso è divenuto l’unica, parziale e insufficiente risposta.

E anche la risposta del soccorso è sempre meno efficace, sempre più affidata a figure professionali inadeguate. Colleghi privi della qualifica necessaria comandati, loro malgrado, in Pronto Soccorso, oppure colleghi prestatori d’opera gestiti, a cottimo, dalle agenzie fornitrici di servizi, spesso in assenza dei requisiti che la legge (non i raffinati cultori della disciplina!) stabilisce come necessari: non accade solo in quei comuni in cui alcuni piccoli Punti di Primo Intervento rispondono molto più alle esigenze elettorali di qualche sindaco piuttosto che alle reali esigenze di salute della popolazione. Avviene anche in centri da decine di migliaia di accessi all’anno.
Non è l’allarme per un rischio ma una constatazione evidente: esistono Pronto Soccorso in Italia in cui la Medicina d’Emergenza Urgenza non esiste. Il fallimento è già reale.


Stiamo tradendo i principi fondanti del Sistema sanitario Nazionale: universalità, uguaglianza ed equità (Legge 833/1978: Istituzione del Servizio Sanitario Nazionale).

Ci sono posti in cui i canarini sono già sul fondo della gabbia e la miniera fa finta di nulla. Finge di funzionare, ma in realtà è già chiusa.

VOGLIAMO SALVARE LA MINIERA?

La questione vera non è la sorte dei canarini (anche se ci interessa moltissimo, visto che siamo noi quei canarini!). È la sorte dell’intera miniera, la vera questione.
Può esistere e funzionare un Sistema Sanitario Nazionale senza un’Emergenza Urgenza presente, capillare ed efficace? La domanda è banalmente retorica, ma c’è da chiedersi quanto il legame indissolubile tra MEU e SSN sia chiaro a chi ci governa e ai cittadini. E a guardarsi intorno, a giudicare da quanto è stato fatto sinora, non sembra proprio che il concetto sia chiaro. Perchè non abbiamo visto un solo provvedimento concretamente indirizzato al soccorso alla Medicina d’Urgenza, né abbiamo ricevuto dall’opinione pubblica quell’attenzione che vediamo quotidianamente riservata a questioni che ci appaiono ben più futili.


E allora, al di là delle nostre sacrosante rivendicazioni, è doveroso chiedersi: siamo stati in grado di far comprendere la questione? O forse abbiamo involontariamente dato ragione a chi ci considera una piccola élite velleitaria, quei raffinati cultori distanti dalla realtà di cui parlavamo prima?
Non è semplice individuare il limite tra errori e oggettive difficoltà ma non c’è dubbio che in questi anni la comunità della Medicina d’Emergenza Urgenza italiana non è riuscita ad accreditarsi con la necessaria autorevolezza come soggetto portatore d’istanze non solo tecniche e professionali, ma anche (e forse soprattutto) civili. È da valutare quanto questo sia dovuto alla brevità della nostra storia e alla conseguente scarsità di ascolto ricevuto dalle Istituzioni e quanto invece sia dovuto alla nostra responsabilità (e sia chiaro che non esistono dubbi sulla reale volontà e sull’impegno di chi ci ha rappresentato).


Paghiamo alcune condizioni, che peraltro sono connaturate alla nostra stessa identità: la povertà del nostro potere contrattuale e l’assenza di una rappresentanza specifica e unitaria.


Sul nostro potere contrattuale: partiamo dall’amara constatazione che la Medicina d’Emergenza Urgenza rappresenta una voce passiva nel bilancio di un’azienda. Viviamo in un sistema in cui la cultura del DRG gioca inevitabilmente contro il Pronto Soccorso: siamo un onere, una spesa senza recupero, quando invece ben sappiamo che, per i principi fondanti del SSN, la tutela della salute (anche in urgenza) dovrebbe essere l’obiettivo principale, una voce perennemente in attivo!

Sulla rappresentanza sindacale: chi lavora in emergenza urgenza rappresenta un’anomalia all’interno dell’ospedale. Non possiamo dimenticare l’unicità delle istanze di chi come noi (solo noi!) non ha accesso alla libera professione e svolge un lavoro fisicamente e psicologicamente imparagonabile rispetto alla maggioranza dei Colleghi (su questo neanche spendo due parole: confrontate una notte di guardia in PS con qualunque altra guardia, contate i fine settimana liberi o i turni notturni…): siamo profondamente differenti da qualunque altro Dirigente Medico in ospedale. Le nostre prerogative e il nostro trattamento non possono essere uguali agli altri: possiamo ragionevolmente pensare che qualunque attuale organizzazione sindacale si faccia carico di queste differenze?

E poi l’impossibilità dello sciopero: quante volte ci siamo interrogati su come rendere concreto, visibile e incisivo lo stato di agitazione di medici e infermieri d’urgenza! E sempre abbiamo realizzato che l’unica maniera efficace ma impossibile, vista la natura stessa del nostro lavoro, sarebbe semplicemente il blocco. Lo sciopero vero.


MA CHIUDETECI DAVVERO PER UN SOLO GIORNO!


Probabilmente resteremmo lì, pronti a rispondere alle emergenze vere. Probabilmente noi stessi vanificheremmo gli effetti reali dell’impossibile sciopero del Pronto Soccorso: ma qualcuno provi a pensare alla propria città con i Pronto Soccorso chiusi, tutti, domani.


Come stupirsi oggi se 450 giovani medici decidono di rifiutare la specializzazione in Medicina d’Emergenza Urgenza, di non accettare un’offerta che pochi anni fa sarebbe apparsa fortunata, appagante, addirittura nobile?
Di fronte all’assenza di un progetto costruttivo, alla prospettiva del sacrificio non riconosciuto, dell’ingaggio in una battaglia senza fine (perché non potrà avere conclusione vista la totale assenza di una strategia) come si può chiedere a un professionista che deve scegliere il proprio futuro di aderire a un’offerta di questo tipo?

SIAMO ANCORA IN TEMPO

Sì, siamo ancora in tempo per due motivi.

Primo, perché sarebbe inaccettabile arrendersi: il nostro sistema si fonda su principi eticamente granitici, che in tanti condividiamo, ed è a quei principi che dobbiamo rispondere. È probabile che qualcuno gradirebbe vedere il POS della carta di credito sul bancone del triage, ma sarebbe lontanissimo dalle esigenze e dalla volontà del Paese. Dobbiamo riconoscere che quel rischio lo stiamo davvero correndo e quindi ci attendiamo, anche se in ritardo, il soccorso dovuto dalle Istituzioni.

Secondo, siamo ancora in tempo perché, nonostante tutto, ci sono forze sane e determinate, che resistono. I medici e gli infermieri dell’urgenza ci sono ancora, i nostri pazienti trovano ancora chi si impegna a garantire il massimo dell’assistenza e della cura, nonostante gli ostacoli e le carenze di cui abbiamo parlato.

MA IL TEMPO STRINGE…

Quel che c’è da fare noi, che siamo del mestiere, lo sappiamo bene. Abbiamo idee, soluzioni da proporre, e siamo pronti a rimboccarci le maniche. Non sarà questo post a elencare le nostre proposte. È sufficiente esprimere un unico concetto: è necessario dare dignità alla Medicina d’Emergenza Urgenza italiana.

In questa parola, dignità, c’è tutto quel che serve: il riconoscimento del ruolo e delle competenze, l’attribuzione (anche economica, ma non solo) delle prerogative assolutamente peculiari della nostra attività, la salvaguardia della sicurezza sul lavoro, la necessità di smetterla di far ricadere sulle strutture dell’urgenza il peso di tutti i difetti del sistema, la definizione di un rapporto virtuoso con il mondo universitario.

Dare alla Medicina d’Emergenza Urgenza la dignità che merita coincide con quel che si diceva prima: riconoscere che non può esistere il Sistema senza una MEU forte, valorizzata e tutelata. Oppure, se preferite capovolgere il concetto: riconoscere che agire sul problema dell’urgenza significa agire sull’efficacia dell’intero Sistema.

Continuo a pensare a quelle parole…

… e mi pare impossibile che ci arrendiamo.

Qualche volta i canarini possono rivelare energie insospettate (e comunque non hanno intenzione di arrendersi)

Post Scriptum: non ho mai citato quel che viviamo da oltre un anno e mezzo. Ma basterebbero le nostre immagini nel tempo della pandemia, da sole, a spiegare tutto…


Fabio De Iaco
In Pronto Soccorso da una vita, fondatore del gruppo SAU, impegnato nella formazione. Appassionato di tanto (forse troppo): analgesia e sedazione, comunicazione, temi etici, organizzazione. Coltiva le sue passioni raccontando storie. Un genovese a Torino, passando per Imperia, dirige il Pronto Soccorso e la Medicina d'Urgenza dell'Ospedale Martini. Su Twitter @fabiodeiaco

15 Commenti

  1. Fabio è tardi…. stiamo deponendo le armi per non morire in battaglia. Lo zoccolo duro di questa professione si sta sgretolando e non ne vede una via di uscita ….

    • Che dire? Ovviamente ti capisco. Pensi che l’idea di mollare tutto non sia venuta anche a me? A queste condizioni non si può biasimare nessuna scelta. Ma continuo a pensare che non ci si possa arrendere. Un abbraccio virtuale.

  2. Sulle competenze vorrei capire perchè le mie debbano essere messe sotto la lente di ingrandimento e guardate con sospetto da parte di tutti, mentre una qualifica di chirurgo è sufficiente per avere scritte sulla pietra determinate competenze inconfutabili anche se di fatto durante la specializzazione non ho mai condotto un intervento come primo operatore. E non credo questa mia affermazione possa meravigliare qualcuno.

    Riguardo al potere contrattuale non sono d’accordo, pur non avendo personalmente esperienza di budget serve poco a capire che quando non funziona il DEA si ricovera di più, si chiedono più esami diagnostici, più consulenze urgenti o visite ambulatoriali.
    E tutto questo ha dei costi. Non è chiaramente quantificabile il risparmio di un DEA che funziona?
    Per non parlare delle PIVA che in alcune realtà ormai giocano al rilancio consapevoli delle gravi carenze e riescono a staccare assegni da 8-9000€/mese. Il triplo di un dipendente, mica scemi.

    La domanda che faccio io è cosa è stato fatto in questi 12 anni? Si intende di concreto, perchè ormai delle parole motivazionali siamo tutti un po’ stanchi.
    Non siamo missionari, siamo professionisti come tutti gli altri colleghi che popolano gli ospedali, il fatto che ci siamo appassionati a un determinato settore non fa di noi dei Mandela da sacrificare per la causa.
    Quando mancavano anestesisti saltavano gli interventi programmati, quando mancano i Medici in PS al massimo saltano le loro ferie o i loro riposi.

    I Direttori di UO, che dovrebbero occuparsi di dare una progettualità alle stesse UO tale da non far fuggire tutti gli operatori verso altri lidi, sembrano interessati solo alla famigerata “copertura del servizio”.
    Anche il PPI dislocato deve essere potenziato per far fronte alla stagione estiva, senza coinvolgere in alcun modo gli altri servizi tra cui quello della Continuità Assistenziale che ormai vive in una bolla fatta di consulti telefonici.
    Poco importa se gli operatori restano senza riposi, o fanno meno ferie degli altri; perchè con lo stesso contratto in medicina interna si fanno 21 giorni di ferie e in pronto soccorso si può aspirare al massimo a 14.
    Così si mantengono le apparenze di fronte alla politica e all’utenza; la stessa che poi se ne frega clamorosamente se sei riposato o meno, tanto se sgarri ti denuncio, così i riposi li passi in tribunale.

    Vietato parlare di ordini di servizio, ognuno pensa e guarda al suo orticello, finchè l’erba del vicino diventa sempre più verde e allora si va dove tutto sommato “si sta meglio”.

    Risposta da umile pleb-meu.

    PS: se non si può ottenere il riconoscimento economico deve essere almeno riconosciuta un’uscita anticipata dal lavoro, mettendo un moltiplicatore degli anni di lavoro passati in DEA.

    • Commento complesso, cerco di rispondere schematicamente.
      Sulle competenze: totalmente d’accordo con te (nel post lo dico, ma forse troppo velocemente)
      Sul DEA come fattore di risparmio: sarei anche qui d’accordo con te, se non fosse che il tuo correttissimo ragionamento si applica in un’economia globale, che non è quella delle aziende (che inseguono un’economia di nicchia). Il buon senso ti dà totalmente ragione, i bilanci aziendali, purtroppo, no.
      Cos’è stato fatto in questi anni: principalmente si è provato a farsi sentire, con le difficoltà e gli errori che ho citato nel post (varrebbe la pena approfondire, ma non è semplice né è questa la sede). Ma sfido chiunque a riuscire a farsi sentire a livello istituzionale senza coperture partitiche e serbatoi di voti da offrire (e non abbiamo né le une né gli altri). Dobbiamo migliorare: ma questo è il momento di farsi sentire con la massima forza possibile.
      Sui direttori: so di essere di parte, ma non sarei così duro. Come sempre, è necessario viaggiare per un po’ nelle scarpe di qualcuno per giudicare. La copertura del servizio non ha il fine di compiacere i direttori generali, ma proprio quella di garantire il servizio (sulla qualità della nostra leadership ho spesso espresso qualche riserva, ma ti garantisco che in questo momento il lavoro di direttore di MeCAU o PS è uno dei più ingrati)
      Sul riconoscimento economico: si può e si deve ottenere, il che non toglie la necessità di un “fine carriera” umano. Oltre al trattamento economico differente rispetto agli altri ospedalieri è fondamentale il riconoscimento di lavoro usurante (con tutto quel che ne consegue).
      Grazie per la tua attenzione.

  3. Bellissimo articolo, che finalmente sviscera i veri motivi per cui la medicina d’emergenza sta’ morendo, senza fare la solita retorica degli stipendi troppo bassi, come se i MEU fossero un gruppo di disgraziati a chiedere l’elemosina.
    Il vero problema è che ci è stata negata l’IDENTITÀ e la DIGNITÀ. Non poteva essere spiegato meglio!
    Sul paragone con il canarino non sono completamente d’accordo. Il canarino non sta morendo solo per casuali esalazioni gassose. Il canarino viene ogni giorno avvelenato da persone a lui ostili.
    Siamo morti come specialità ma pur sempre specialisti, con tanto di affinità (cardiologia, m.int ecc.). Questa è l’unica cosa che mi consola….

    • Caro Claudio, sfogo comprensibile! Tutti noi siamo condizionati dalle esperienze locali che viviamo, e posso immaginare le tue. Ma credo che proprio questo sia il momento di vivere totalmente l’ospedale, senza isolarci, andando incontro anche a chi ci ha sempre criticati e osteggiati. Che siamo fondamentali lo sanno bene anche loro… so che è difficile, ma daremmo prova di maturità e capacità se riuscissimo a superare le incomprensioni e imporci come i protagonisti che già siamo in tutti gli ospedali. Abbiamo solo da guadagnarci. Grazie per i complimenti!

      • Mi riferivo non tanto a realtà locali, quanto in buona parte ai sindacati, che pur di difendere la quota di iscritti principalmente non specialisti porta avanti proposte devastanti per la nostra specialità (corsi per neo-laureati, corsi DEU recentemente riesumati in Toscana), ripudiando qualsiasi evoluzione a noi favorevole.
        Unico sindacato a noi vicino come interessi (mancanza di libera professione ecc) e che ultimamente si è mostrato a noi alleato ed interessato alle nostre istanze è AAROI. Il decreto sull’elisoccorso che ha aperto le porte ai MEU, da loro voluto, ne è una dimostrazione.

        I MEU sono stati esclusi volontariamente da qualsiasi ambiente decisionale, e purtroppo anche all’interno di SIMEU (Toscana) siamo stati ostacolati in qualsiasi azione da parte dei vecchi direttori tanto da abbandonare rapidamente anche questa strada.
        Purtroppo c’è ostilità nei confronti della specialità, e la ferma volontà di mantenere un sistema ibrido seppur arrangiato e malfunzionante.
        Io sono uno di quegli 84 nomi, ho sicuramente perso buona parte del mio ottimismo, ma credo che se qualcosa doveva cambiare sarebbe già cambiato, dopo 7 anni.
        Servirebbe qualcosa di diverso, non si può ripartire dalle stesse figure che in questi anni hanno portato a questo… Da tanti si parla di un sindacato MEU… Prima mancavano i numeri, ora no e forse prima o poi ci riusciremo…

  4. Condivido ogni parola. Ho frequentato medicina d urgenza nei primi anni del corso di laurea, credendo che sarebbe stata la passione della mia vita, felice che proprio in quegli anni diventava scuola di specializzazione a sé. Pensavo ” Avrò una eccellente formazione specifica nelle emergenze e nell’urgenza!” Ho fatto la tesi in tutt’ altra disciplina ” per conoscere anche altro” poi una volta laureata mi sono tuffata in PS in piena pandemia. Con pochissime garanzie per la sicurezza sul lavoro o l incolumità per la violenza delle porte sfondate da fuori e delle urla , vivendo la frustrazione di colleghi che se la prendevano coi nuovi arrivati perché praticamente guadagnavano quasi più di loro. Mi sono trovata a pensare
    Se i cinque anni di specializzazione in MEU avrebbero spinto la mia motivazione a vivere queste battaglie anche a 50anni , anche da giovane mamma. Continuo a formarmi in medicina di emergenza, ma ho scelto un altra scuola di specializzazione.

    • Carissima, confermi quel che dicevamo: il nostro sarebbe un gran bel lavoro (personalmente lo considero la migliore espressione della parola “medico”). Ma va svolto in un contesto professionale e ambientale decisamente diverso. Spero che la tua scuola di specializzazione sia equipollente per i concorsi in Medicina d’Urgenza… (qui al computer non ho le emoticon, altrimenti ti metterei quella che strizza l’occhio).

  5. Solo carne da macello
    Anni a perfezionarsi, crescere. Solo con l’idea di diventare il medico autosufficiente del ps. Imparare da molte figure. L’ecografia, le procedure. A dirsi “finché non arrivo a 10 000 ecografie, 800 intubazioni, 50 drenaggi, per correttezza non faccio nulla da solo”
    Poi ci arrivi. Ti guardi intorno e vedi il nulla. Devi solo morire di notte a guardare all’infinito anziani da ricoverare, codici bassi che invadono il servizio perché il territorio non funziona, specialisti che ti guardano storto se presenti il malato impacchettato perché tu sei solo un medico di serie B, colleghi di altre specialità al tuo fianco a coprire i turni, neolaureati a coprire i turni, consegne ormai essenziali, più della presentazione del tuo infermiere di triage che di urgenza ne sa molto di più del neolaureato e anche lui infatti chiede trasferimento, TAC e consulenze per tutti, mai un ragionamento clinico che tanto si demanda allo specialista di turno, responsabili assenti e preoccupati solo del posto letto e di riempire gli organici a caso, ecografi distrutti con cui trovi una bella appendicopatia dopo corsi e anni di ecografia, la referti in 10 righe, ma tanto non servirà perché sei solo come un neolaureato e ci vorrà quella “ufficiale” di un radiologo che fa altro, non la vede e ti chiama per vederla e poter fare il referto “ufficiale”. La tua intubazione viene posta in dubbio perché chissà se il gcs era veramente 4. Non lo ha visto un rianimatore. Quindi resta il dubbio.
    Così non va.
    Io mi sono licenziato. E mi è stato risposto che va bene così, arriveranno le cooperative.
    Vivevo per quel posto. Tutti i giorni in sala operatoria per migliorarsi fuori servizio, proposte di ambulatorio ecografia e test ergometrici e relativa preparazione per questo, stufo di dimettere senza alcun percorso tutti questi dolori toracici. Ma tutto lasciato a se stesso perché siamo serie B, e l’ospedale non può vederci altrimenti. A nessuno interessa. Tanto se arriva il paziente con lo Stemi like, la wellens o il the Winter, decide sempre e comunque il cardiologo, lui ha la prima e l’ultima parola, anche se non sa di cosa si parli, anche se è un neospecialista, perché tu sei serie B anche dopo 10 anni di questo lavoro. Come il primo giorno. Come il neolaureato al box affianco. Una umiliazione continua.
    Bene. Direi che è veramente la fine.
    La medicina d’urgenza non esiste più. Anzi. Non è mai esistita.
    Colleghi. È venuto il momento di abbandonare la nave. Si salvi chi può, con le proprie competenze personali. Siamo tutti specialisti. Ci hanno ammazzato. Ma possiamo riproporci come affini ad altro. O rientrare con le cooperative. Pagati e rispettati.

    • Il tuo commento è amarissimo e in larga parte condivisibile: racconti meglio di me il disagio che ho cercato di descrivere troppo rapidamente. Ma la tua conclusione equivale alla fine della Medicina d’Urgenza: in fondo, da quel che scrivi, hai semplicemente scelto di guadagnare di più, ed è una scelta rispettabilissima e condivisibile. Ma questo significa anche che basterebbe cambiare alcune cose (tra cui il trattamento economico), per tornare attrattivi. Alla fine quel che chiedi è la stessa dignità – economica e professionale – della quale parlo. Spero di riaverti tra noi prima o poi.

  6. Mi scuso per la lunghezza del commento e la scarsa organizzazione delle idee che esprimo.
    Le cause del disamore c’è le siamo dette tante volte; quantità di WE , notti, qualità del lavoro, attuale organizzazione, remunerazione , impossibilità all’ attività privata, ambienti , utenza, etc, etc, etc, etc….
    Le responsabilità sono varie e complesse, viene citato il ”Sistema” ma per essere operativi penso sia più utile dire che LE RESPONSABILITA’ SONO DEI RESPONSABILI

    I responsabili delle MECAU sono i direttori delle MECAU.

    Il responsabile del modello organizzativo e culturale dell’ emergenza urgenza è la SIMEU (noi della SIMEU) di fatto unica vera rappresentante dei medici delle MECAU (e prima dei medici del pronto soccorso). Presente ai vari “tavoli” istituzionali.

    Sono stato al mio primo congresso nazionale di medicina d’urgenza (allora FIMUPS ora SIMEU) a Bologna nel 1999 e da allora il mantra è stato: a) il PS deve essere unico, in contrapposizione al modello allora dominante di PS internistico, PS di chirurgia, PS di ortopedia, etc. b) il personale deve essere unico e dedicato e preferibilmente in possesso di una specializzazione specifica.
    Alla fine (dopo lunghi contenziosi con i rianimatori) siamo stati (noi della SIMEU) accontentati: a) Sono state create le MeCAU il cui core è costituito da PS, obi e TSI. b) è nata la specializzazione MEU che dovrebbe essere lo specialista che lavora in MeCAU.
    Prima conseguenza: abbiamo buttato fuori (non ancora completamente e loro ben contenti) chirurghi e internisti, abbiamo messo dentro i MEU, ma il bilancio è negativo. Credevamo che avremmo risolto con l’ aumento delle borse , ma così non è stato. da quando sono aumentate le borse , sono arrivati specializzandi per i quali la MEU era una scelta di ripiego e nel frattempo neo specialisti MEU si iscrivevano a una seconda specializzazione.
    Seconda conseguenza: Abbiamo perso i posti letto tradizionali in cambio delle TSI, ma queste non decollano (ne parlo dopo).
    Terza conseguenza: si è creato un equivoco. TSI, PS, MECAU, MEU. Mi spiego:
    PS (pronto soccorso): del “core” identitario delle MECAU è quello di gran lunga più importante (in molte realtà coincide con la MeCAU). Il medico di PS è un “ESTENSIVISTA”. L’approccio è orizzontale, trasversale su tutte le patologie (che in passato erano internistiche, chirurgiche, ortopediche, etc).
    Il MEU viceversa (così mi pare) , sia nell’anima, sia nel programma di specializzazione, ambisce ad essere “intensivista”. La battaglia per la nascita della specializzazione del resto fu con i rianimatori , non certo con gli internisti , i chirurghi e gli ortopedici. Questo lo porterà a cercare di lavorare nelle TSI o occuparsi dei codici alti in PS o prendere la seconda specializzazione in RIA o lavorare comunque in luoghi dove possa fare la semintensiva/intensiva.
    La terapia sub-intensiva TSI (quelle vere di almeno 10 posti) rappresenta la parte “nobile”, ma minoritaria delle MECAU. Il“DM 70 del 2015” non dice che devono essere nelle MECAU, ma nei presidi sede di DEA di primo e secondo livello. Potrebbero anche essere collocate in altre strutture complesse o in reparti organizzati per intensità di cura. E’ verosimile che la maggior parte delle MECAU non avrà (vere) TSI.
    Inoltre e questo la ritengo una questione importantissima TSI e PS sono due lavori molto (ma molto) diversi che richiedono conoscenze e competenze diverse.
    A complicare il tutto c’è il grosso problemi dei medici anziani (di età) e/o con limitazioni) che naturalmente in passato passavano dal PS al reparto.
    Così non reca scandalo che una parte dei pazienti e delle attività del PS (la meno stimolante e la più rischiosa) , cioè i pazienti con codici a bassa priorità, vengano “subappaltati” alla continuità assistenziale, ovvero alle cooperative, ovvero deviati direttamente agli specialisti tramite i fast-track.
    Inoltre
    a me sembra che la SIMEU veda le cose un pò troppo con l’ occhio dei direttori. La “curiosa” riunione annuale dei direttori ne sarebbe un indizio.
    Nel caso specifico della mancanza di “vocazione”, pur condividendo le preoccupazioni per la tenuta del sistema si può intravedere (e la SIMEU non mi pare lo faccia) una grossa opportunità per i medici che lavorano nelle MECAU. Di fatto si è creato uno squilibrio tra domanda e offerta a favore della domanda. Questo normalmente dovrebbe essere favorevole per i medici che lavorano in MECAU e ancora di più per quelli in possesso di specializzazione in MEU che diventano “materiale raro e pregiato” (per fortuna o purtroppo qualcuno già lo sfrutta ottenendo rapporti di lavoro con “impegno a orario ridotto”). Così la SIMEU potrebbe dare suggerimenti ai propri iscritti su come sfruttare questa opportunità, ad esempio non accettare straordinario non pagato, chiedere di recuperare le ore in eccesso, di non accettare di “scoprire i turni” (cioè fare lo stesso lavoro in meno persone ) e ai direttori di guardarsi bene di ovviare alla mancanza di personale con straordinario non pagato e turni “scoperti”, di chiedere più “posizioni”, di rispettare i tempi ministeriali del PS (in particolare il T3) etc etc etc, etc….

    • Commento complesso… cerco di essere sintetico nella risposta.

      Ho lavorato molti anni fa con il vecchio modello, poi sono riuscito a passare a quello del “medico unico” ed ho lavorato così per almeno quindici anni (compresa l’emergenza territoriale integrata con l’attività in ospedale) ed ora sono di nuovo, per causa di forza maggiore, in un contesto in cui convivono medici di PS, chirurghi, ortopedici. Sono fermamente convinto che il modello del MEU sia vincente, sia per la qualità offerta al paziente, che per ragioni organizzative e, non ultimo, per il benessere e la soddisfazione del medico stesso.

      Concordo con te che staccarsi dalla realtà del PS sarebbe un errore madornale, lo ripeto da tanto. Ma le TSI di MEU sono una realtà (non ovunque, è vero) preziosissima per interi ospedali. Basti pensare a cosa hanno fatto in tempo di Covid (laddove erano presenti). Vedo le due attività come assolutamente compatibili e l’integrazione tra le due attività come un’occasione non solo di crescita e di miglioramento dell’efficacia, ma anche di miglioramento del benessere lavorativo (senza assolutamente staccarsi, lo ripeto, dal lavoro di Pronto Soccorso).

      Concordo anche sul problema dei medici più anziani che devono assolutamente essere salvaguardati (ci sono varie proposte e possibilità al riguardo).

      Per quanto riguarda SIMEU: hai ragione, è l’unica vera rappresentante dei MEU e come tale (convinzione personale) deve assumere posizioni decise anche sul versante della tutela e della valorizzazione della professione. Le molte critiche che giungono alla Società Scientifica sono, almeno in parte e senza nascondere errori e inadeguatezze, dovute proprio a questa unicità rappresentativa di SIMEU rispetto alla nostra categoria. Ma SIMEU non può essere “il sindacato” dei MEU per quanto, lo ripeto, sono convinto che debba assumere posizioni “para sindacali” senza perdere la propria connotazione di Società (sarebbe un problema serio anche a livello di rappresentatività istituzionale, perchè inevitabilmente, per ragioni legali, perderebbe quelle occasioni e quelle entrature che in questi anni sono state faticosamente costruite e si sta cercando di mettere a frutto ora).

      Per quanto riguarda l’ultimo punto, cioè i suggerimenti da dare ai Colleghi per valorizzare economicamente il proprio lavoro: anche qui, attività para sindacale ma legittima, se all’interno di SIMEU ci fosse (è da proporre) una specifica attività con questi obiettivi (in altre Società Scientifiche esiste). Ma al contempo credo che il vero obiettivo di SIMEU dovrebbe essere (e sicuramente sarà) quello che è l’oggetto del post: lavorare per ottenere quella dignità a tutto tondo, così come l’ho espressa rapidamente, che è l’unica possibile via d’uscita all’attuale situazione.

      Infine, permettimi di non essere d’accordo su questo: SIMEU non è affatto ripiegata sulle posizioni dei Direttori, per il semplice fatto che anche i Direttori sono in prima linea in questa situazione. Credo di aver già scritto in un altro commento che in questo momento fare il Primario di PS è il lavoro più scomodo e meno gratificante che si possa fare in ospedale. E a proposito della riunione dei Direttori (che tu definisci “curiosa”): forse sai che ne sono l’ideatore e il coordinatore. E sicuramente l’iniziativa andrà migliorata e dovrà evolvere. Ma in questi anni (con l’eccezione dell’anno Covid, naturalmente) la riunione dei Direttori è stato il più importante momento politico e, come dicevamo, “para sindacale” per la Medicina d’Urgenza italiana. Se mi chiedi qual è stata la ricaduta concreta, ovviamente, ti rispondo ben poca. Ma quel lavoro, iniziato solo pochi anni fa, inevitabilmente potrà dare frutti nel tempo: attualmente, però, è la miglior base possibile per muoversi verso quelle posizioni decise ed evidenti all’opinione pubblica che tutti auspichiamo.
      Credo che tutto questo debba essere il punto cardinale della nostra attività da oggi in avanti.

      Grazie per il commento e per gli spunti di discussione.

      • Grazie della risposta
        Non sono un nostalgico, sottolineavo alcune criticità, che ribadisco in estrema sintesi:
        la maggior parte delle MECAU non avrà vere TSI
        TSI e PS sono mestieri diversi (probabilmente compatibili).
        Non sapevo che fossi tu l’ispiratore dell’Accademia dei Direttori. La mia opinione è che se si viene invitati come direttori (e non come esperti) vuol dire che si è interessati al punto di vista degli “apicali”, al punto di vista dell’ azienda.

  7. Breve commento al dato delle oltre 450 borse andate perse. Non sarei catastrofico nell’interpretarlo. Rispetto a quando ho iniziato la specialità quattro anni fa le borse MEU sono praticamente decuplicate. Il problema non è che i giovani hanno rinunciato alla carriera da medico d’urgenza. È che non l’hanno proprio presa in considerazione. Non dimentichiamo che è una disciplina giovane con una società scientifica ancora in costruzione. Il punto è riuscire a introdurla nelle università, nel piano formativo teorico e pratico, essere coinvolgenti in congressi seminari corsi anche con i futuri colleghi partendo dagli atenei. Ai tempi dell’università il mio piano formativo prevedeva un turno diurno e uno notturno in PS. Stop. Le lezioni di urgenza le tenevano i rianimatori. Del trauma te ne parlava il chirurgo. Della DKA l’internista di reparto. E penso che molto non sia cambiato in questa manciata di anni.
    Nella mia esperienza personale la scelta definitiva di buttarmi nell’avventura meu è stata fortemente condizionata da una ‘lectio magistralis’ sulla SCA tenuta all’università da un urgentista fuoriclasse. Favoriamo questi momenti.
    Concludo dicendo che se è vero che la medicina d urgenza è in crisi è altrettanto vero che forse stiamo affrontando il primo passo per affrontarla. Ne stiamo parlando, ci stiamo sfogando e il confronto è vivo su diversi fronti. Ce la vogliamo fare!

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