lunedì 22 Aprile 2024

Carbossiemoglobina e paziente critico

E’ noto a tutti che il monossido di carbonio sia uno dei tossici più temibili e pericolosi, ma forse non tutti sanno che in condizioni normali la sua produzione endogena è in grado di esercitare un azione citoprotettiva e antinfiammatoria, almeno questo è quanto si deduce da studi sugli animali.
Nei pazienti critici poi, la produzione endogena tende ad aumentare grazie all’induzione dell’enzima di risposta allo stress: la eme-ossigenasi 1. E’ stato ipotizzato  quindi che i livelli di carbossiemoglobina (COHb) possano così rappresentare un marker prognostico nei pazienti in terapia intensiva e uno studio appena pubblicato su Critical Care ha cercato di verificare questa ipotesi.

L’articolo dal titolo: Carboxyhemoglobin levels in medical intensive care patients: a retrospective,observational study è uno studio osservazionale retrospettivo eseguito in terapia intensiva di un ospedale universitario di Vienna su 868 pazienti ricoverati per problematiche mediche dal 3 dicembre 2001 al 26 settembre 2005. Obiettivo dello studio valutare l’eventuale correlazione tra mortalità e livelli di COHb.
In precedenza uno studio condotto in pazienti sottoposti ad interventi di cardiochirurgia aveva evidenziato che sia livelli minimi bassi che massimi alti erano correlati con un aumento della mortalità. Arterial carboxyhemoglobin level and outcome in critically ill patients Critical Care Medicine 2007

Vediamo invece questo studio più da vicino.

Metodi

La determinazione della carbossiemoglobima è stata eseguita all’ingresso in terapia intensiva e successivamente ogni 4-6 ore mediante prelievo di campioni da una linea arteriosa.
La gravità della malattia è stata calcolata con il SAPS II score.

Questi i risultati

La degenza media è stata di 6 giorni e la mortalità del 25%
L’insufficienza epatica, renale , cardiaca e cerebrale, ma non quella respiratoria, erano quelle che maggiormente correlavano con la mortalità

I pazienti non sopravvissuti avevano livelli  minimi di COHb più bassi rispetto ai sopravvissuti  (0.9%, 0.7–1.2% vs. 1.2%, 0.9–1.5%; p=0.0001) e anche i valori medi di carbossiemoglobina erano inferiori nei pazienti deceduti in terapia intensiva (1.5%, 1.2–1.8% vs. 1.6%, 1.4–1.9%, p=0.003). Non sono state riscontrate differenze significative per i livelli massimi di COHb.

Gli autori concludono che, sebbene le differenze per i livelli più basi di carbossiemoglobina siano statisticamente significative non sono tali da renderlo un marker affidabile per la prognosi dei pazienti ricoverati in terapia intensiva.

Ancora una volta la ricerca del marcatore ideale è fallita.
Non credo ci sia da stupirsi, noi siamo macchine troppo complesse perchè un unico test possa darci risposte così esaustive, o no?

Carlo D'Apuzzo
Carlo D'Apuzzo
Ideatore e coordinatore di questo blog | Medico d'urgenza in quiescenza | Former consultant in Acute Medicine | Specialista in medicina interna indirizzo medicina d’urgenza e in malattie dell’apparato respiratorio | #FOAMed supporter

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