7
Dic
2018
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Codice ROSsA

Sono le 21.00 di un solitamente lungo turno in accettazione in Pronto Soccorso. Guardo la lista dei pazienti in attesa che continua, inesorabilmente, ad allungarsi. Scorgo rapidamente i motivi di accesso. Fra i tanti dolori toracici ed addominali, anche Maria sta aspettando. E’stata vittima di  una violenza. La peggiore, quella domestica. E’ stata colpita da un pugno a casa sua, nella sua cucina. Il pugno è quello del marito.

Il mio turno sta quasi finendo. “Dimetto ancora un paio di persone e la lascio gestire alla mia collega subentrante” penso, con poche forze ed ancora meno coraggio.

Alle 22.00 la cerchiamo. Maria non è più in pronto soccorso. Il coraggio l’ha abbondonata e l’attesa l’ha usurata.  Ed io capisco di aver perso. Anche oggi.

Il post odierno nasce da questa esperienza. Dalla necessità di un approccio urgente per una reale, effettiva ed emergente emergenza: una violenza dell’anima più che corporea. Perché anche loro meritano un approccio ABCDE.

A –  Accoglienza Aggancio Accompagnamento Ascolto

Guardiamole negli occhi.  Riconosciamole subito in triage. Facciamole sentire rispettate. Facciamole sentire comprese. Facciamole sentire difese. Facciamole sentire prima di tutto di nuovo donne. Riconosciamo la dignità e la legittimità del problema. Predisponiamo un percorso separato e riservato dagli altri codici verdi (sempre che siano verdi). Postazioni dedicate. E non lasciamole mai sole. E predisponiamo il nostro animo ad esser turbato.

B – Be aware

Dobbiamo essere consapevoli della importanza di questo momento. Essere consapevoli di dover prendere per mano il nostro paziente e con l’altra mano indicarle il percorso per l’uscita dalla violenza. Dobbiamo essere consapevoli che, a differenza di altri ambiti della medicina, possiamo fare davvero la differenza. Essere consapevoli che siamo noi in quel momento il loro punto di riferimento e di affidamento. Siamone orgogliosi, fieri e dimostriamoci capaci e degni.

C – Comunica – Certifica

Impariamo a comunicare con questa tipologia di pazienti.  Spesso l’unica forma di comunicazione che vogliono è l’ascolto attivo e comprensivo. Spesso spaventate, spesso incerte, spesso contraddittorie. Sicuramente ferite e lacerate intimamente. Schieriamoci al loro fianco.  Legittimiamo il loro dolore. Diamole voce. Aiutamole a riconoscere la violenza come abuso nei loro confronti. Anche con l’aiuto di un mediatore culturale, fondamentale nel caso della esistenza di una barriera linguistica. Ne esistono telefonicamente disponibili 24 ore su 24. Ed impariamo a documentare tutto, anche in formato immagini, anche in formato digitale. Ma impariamo soprattutto ad ascoltare quello che non dicono e notare quello che apparentemente ed esternamente non si vede.

D – Documenta, Denuncia e Dimetti in sicurezza

Abbiamo il dovere di eseguire un’anamnesi approfondita ed accurata, di identificare con precisione l’autore dei comportamenti violenti. Abbiamo il compito di descrivere dettagliatamente le lesioni  (forma – dimensioni – colore – margini – sede) ed allegarne una documentazione iconografica. Abbiamo l’obbligo di redigere un referto all’autorità giudiziaria e definire una corretta prognosi.

Abbiamo l’onere di dimettere la paziente in sicurezza.

Esistono due score proposti dalla letteratura che hanno lo scopo di aiutarci a proteggere la donna vittima di violenza e di valutare e prevenire il rischio di recidiva e di escalation della violenza.

I due score sono:

  • S.A.R.A Spousal Assault Risk Assessment (1,2)
  • D.A. Dangerous Assessment (1,2)

Questi due score permettono di capire il rischio di una dimissione domiciliare. Nel caso di un rischio elevato, è necessario pensare ad un immediato collocamento in una struttura protetta.

E – E non lasciarle sole

Nel caso in cui il rischio non sia elevato, è possibile una dimissione domiciliare ma pianificando concretamente un percorso di uscita dalla violenza. Questo è fattibile solo coinvolgendo diversi soggetti e facendo affidamento alla rete di supporto territoriale per la presa in carico ed il proseguimento del cammino. Rete che dobbiamo conoscere. Ma non dobbiamo consegnare solo passivamente recapiti telefonici, volantini e brochures colorati. Dobbiamo alzare il telefono, dobbiamo chiamare e programmare già un primo appuntamento. Davanti agli occhi di chi ha subito violenza. Un gesto concreto. Un gesto semplice. Tuttavia così greve che farlo da solo spesso è impossibile. Facciamolo insieme. Perché se lo vede, vede che non è sola.

Bibliografia

  1. Kilvinger F, Rossegger A et al. “Risk assessment for domestic violence”. Fortschr Neurol Psychiatr. 2012 Jun;80(6):312-9
  2. Olver ME, Jung S. ” Incremental prediction of intimate partner violence: An examination of three risk measures.” Law Hum Behav. 2017 Oct;41(5):440-453

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12 Commenti

  1. Claudio Didino

    Da oltre 10 anni mi occupo di violenza domestica e di genere. Grazie Davide per averne parlato e congratulazioni per come ne hai parlato. Speriamo che migliori ovunque l’attenzione, la partecipazione e la sensibilità. Non dimentichiamo che molte donne arrivano da noi con disturbi aspecifici e incomprensibili, conseguenze di anni di maltrattamenti; in questo ambito semplici domande possono aprire la porta su vite devastate e terrorizzate; semplici domande possono salvare vite.

    1. Davide Tizzani

      Hai davvero ragione. Semplici domande possono salvare le vite. Speriamo che sempre di più possiamo rendercene conto. E dare a tutti ed a tutte le giuste e doverose riposte.

  2. Alessia

    Complimenti Davide, approccio ABCDE anche per questa “patologia”. Perche’ anche la violenza sulle donne e’ un problema di salute e l’approccio metodologico per il medico di PS deve essere lo stesso. Semplicemente geniale. Ti ringrazio. Alessia medico di PS

    1. Davide Tizzani

      Si, bisogna diventarne sempre più consapevoli. E’ una vera urgenza al pari di tutte le altre per cui abbiamo linee guida internazionali e protocolli aziendali. Bisogna dotarla di Uguale Dignità e di uguale risorse da poter mettere in campo.

  3. Isabella

    Gentilissimo dottore,ho letto con molto interesse il suo post e mi permetto di approfittare dell’argomento per accedere un piccolo faro riguardo le persone transgender. Io mi chiamo Isabella e sono un’infermiera che lavora al pronto soccorso del Levante Ligure. Visto che Lei e alcuni suoi colleghi sembra abbiate a cuore le tematiche riguardanti le violenze di genere vorrei che vi ricordate di noi transgender. Durante tutti i convegni,corsi ecc. si parla sempre e quasi soltanto di donne ,cis,etero. La parola omosessuale è ancora di più transessuale non appare mai. Eppure noi persone transgender anche se minoritari dal punto di vista numerico,subiamo una elevata percentuale di violenze nell’accezione più ampia del termine. Io le parlo da donna transessuale vittima di violenza sessuale che il giorno dell’accaduto ad esempio sono stata appellata al maschile da uno dei poliziotti intervenuti. Sarebbe bello che si potesse cominciare a parlare con serenità di persone che hanno intrapreso un percorso difficile non per scelta ma per la necessità di poter ricongiungere la propria anima al corpo. Siamo persone come tutte e abbiamo doveri e diritti di tutti. Senza contare i bisogni di salute un po’diversi rispetto alle persone cis. Non le porto via altro tempo,ma quando parlate di violenze di genere non pensate solo al binarismo maschio/ femmina.
    Sono a sua disposizione se vorrà approfondire la tematica. Le auguro buon lavoro.
    Isabella

    1. Davide Tizzani

      Buongiorno Isabella, la ringrazio per il suo commento che apre la pota ad un mondo, spesso inesplorato, più per ignoranza e superficialità che per negligenza. Nel mio piccolo le prometto quello che tutti le persone meritano: il rispetto di ogni scelta, l’aiuto doveroso, l’attenzione necessaria e la attenta difesa dei propri bisogni di salute Nel frattempo le auguro delle feste le più serene possibili.

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