sabato 6 Marzo 2021

Comprima il torace…

L’altro giorno al termine di una rianimazione cardiopolmonare vi è stata una discussione su quale dispositivo per le vie aeree fosse meglio utilizzare in questi casi. I più, senza esitazione, si sono schierati a favore del tubo endotracheale ma un tirocinante a un certo punto ha detto:” in ospedale non lo so, ma fuori la sopravvivenza aumenta se vengono effettuate le sole compressioni…”

E’stato infatti recentemente pubblicato uno studio su Circulation che ha analizzato la sopravvivenza dei pazienti con arresto cardiaco sottoposti  rianimazione cardiopolmonare da testimoni laici sotto guida di un dispatcher dei servizi di emergenza. In pratica era come se un operatore del 118 fornisse  istruzioni telefoniche su cosa fare in attesa dell’arrivo del team di soccorso avanzato. Chest compression alone cardiopulmonary resuscitation is associated with better long-term survival compared with standard cardiopulmonary resuscitation.

Lo studio
E’ stato condotto uno studio retrospettivo di coorte che ha analizzato due studi randomizzati che confrontavano questi due differenti approcci in pazienti vittime di un arresto cardiaco. Sono stati così randomizzati 2496 pazienti, di cui 1243 sottoposti alle sole compressioni e 1253 alle compressioni e alle ventilazioni. I due gruppi erano omogenei per quanto riguarda le caratteristiche di base (età, genere, patologia cardiaca, ritmo defibrillabile, tempo di intervento dei mezzi di emergenza, luogo in cui era avvenuto l’arresto cardiaco).
– La percentuale degli uomini era doppia rispetto alle donne
– L’età media 66 anni
– In due terzi dei casi la patogenesi dell’arresto fu cardiaca
– In 1/3 dei casi i pazienti si presentarono con un ritmo defibrillabile

Obiettivo
Obiettivo dello studio era confermare l’ipotesi che le sole compressioni toraciche, eseguite da testimoni di un arresto cardiaco, avessero una prognosi migliore della rianimazione cardiopolmonare che associa compressioni e ventilazioni, quando queste venivano suggerite telefonicamente da un operatore dei centri di emergenza territoriale

Risultati
– Durante il 1153,2 persone/anni di follow up, 2260 pazienti morirono.
– La sopravvivenza globale fu
     a 1 anno 11% (9.8–12.2)
     a 3 anni  10.6% (8.9–11.3)
     a 5 anni    9.4% (8.3–10.6)
– I risultati corretti per gli eventuali fattori confondenti, evidenziarono che le sole compressioni come strategia di rianimazione in questo contesto furono associate a una riduzione della mortalità (adjusted hazard ratio[HR], 0.91; 95% confidence interval [CI], 0.83–0.99; P=0.02)
– La riduzione della mortalità è risultata evidente nella fase precoce del follow-up (< 30 giorni) (adjusted
HR, 0.90; 95% CI, 0.83–0.98; P=0.02) e non associato ad un rischio di mortalità nella fase tardiva (adjusted HR, 0.99; 95% CI, 0.62–1.58; P=0.99), ma anche in questo caso eliminati i fattori confondenti si è assistito a  una riduzione della mortalità nel gruppo delle sole compressioni toraciche (adjusted HR, 0.90; 95% CI, 0.82–0.99; P=0.03).

Conclusioni
Le conclusioni degli autori sono in accordo con i risultati. le sole compressioni toraciche sono la strategia in grado di determinare un outcome più favorevole

Limitazioni
Come esplicitamente dichiarato dagli autori lo studio ha in se alcune limitazioni.
– Ha messo insieme dati di due studi separati, ognuno con un registro di mortalità proprio.
– Gli studi considerati non erano stati disegnati  per valutare l’outcome a lungo termine
– Nella valutazione prognostica non sono state considerate le condizioni di vita, ma solo il dato numerico della sopravvivenza.
– Dallo studio sono stati esclusi gli arresti cardiaci in età pediatrica, quelli per asfissia, annegamento e trauma
– Il rapporto compressioni/ventilazioni è stato di 15:2, diverso da quello consigliato attualmente che avrebbe potuto forse  condurre a risultati diversi.

Commento personale
Anche non andando a fondo nella valutazione statistica,ammesso di averne la competenza, le conclusioni mi sembrano piuttosto condivisibili e ragionevoli. Al telefono è sicuramente più semplice spiegare ad un “laico” come fare le compressioni che non un BLS classico. Oltre a ciò, è altrettanto evidente che un testimone di un arresto cardiaco preferisca eseguire le sole compressioni che non associare a queste una ventilazione senza dispositivi di protezione. Molti dubbi rimangono sul fatto che questo possa poi portare,  in  un futuro più o meno lontano, ad abbandonare definitivamente le ventilazioni, almeno sino al ripristino dell’attività cardiocircolatoria, anche nella rianimazione cardiopolmonare avanzata, come viene sostenuto da alcuni. Altro discorso è invece indugiare, perdendo tempo prezioso, nel tentativo di ottenere una via aerea definitiva  In questo caso è assai meglio utilizzare i presidi sovraglottici e intubare il paziente una volta ottenuta la ripresa dell’attività cardiaca. A pensarla così però non siamo in molti.

Carlo D'Apuzzo
Ideatore e coordinatore di questo blog | Medico d'urgenza in quiescenza | Former consultant in Acute Medicine | Specialista in medicina interna indirizzo medicina d’urgenza e in malattie dell’apparato respiratorio | #FOAMed supporter | @empillsdoc

1 commento

  1. Ventilare, non per forza intubare, soprattutto se si perde tempo, si rischia di sbagliare via (perdendo tempo per reintubare) e se non si tratta di edemi della glottide o similia.
    Le compressioni toraciche sono spesso assimilabili, soprattutto in condizioni di urgenza extraospedaliera eseguita da personale non sanitario, alle escursioni respiratorie toraciche…

    Ben condensato o troppo condensato?

    🙂

    Buone compressioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

dal nostro archivio

I più commentati