mercoledì 14 Aprile 2021

COVID-19: ospedali aperti ai famigliari?

Metto subito le mani avanti. Questo post sono sicuro sarà divisivo, ma credo che sia altrettanto necessario.

Tutti i parenti fuori

Ai tempi in cui lavoravo questa era una frase che sentivo periodicamente alla fine dell’orario consentito e contingentato di parenti e amici in pronto soccorso.

Sull’argomento avevo anche scritto un post nell’ormai lontano 2012 – link che aveva destato un discreto interesse e una scia di opinioni contrastanti.

Nel tempo le cose sono sicuramente cambiate. Molte rianimazioni sono diventate aperte, e anche nei reparti ordinari parenti e amici potevano trascorrere più tempo vicino ai famigliari.

Poi è arrivato il virus SARS CoV-2

Con l’arrivo della pandemia l’accesso da parte di persone esterne come prevedibile e comprensibile è stato negato in ogni parte dell’ospedale con effetti deleteri sulle relazioni e sul benessere psichico di pazienti e famigliari.

Questo è stato solo in parte mitigato dalla tecnologia che ha consentito un contatto telefonico o tramite videochat.

La parte più drammatica è stata senz’altro l’impossibilità di dare l’estremo saluto ai propri congiunti. Qualcosa che non era mai successa prima in tempo di pace.

Possono esserci altre strade?

E’ evidente che l’obiettivo di questa strategia è stata quella di contenere il contagio, ma a che prezzo.

Da tempo la discussione è aperta e il numero di sostenitori della riapertura di ospedali e RSA sta via via crescendo

Recentemente mi sono imbattuto in un tweet di Marco Vergano, intensivista torinese, particolarmente attivo in ambito etico e di umanizzazione degli ospedali.

Il riferimento è a un post recentemente pubblicato su BMJ. Diamoci uno sguardo.

In molti ospedali nel Regno Unito infatti, come in molte altre parti nel mondo, è fatto divieto ai famigliari di visitare in ospedale i loro congiunti a meno che non siano giudicati in fine vita.

Questo è intanto la prima differenza con quanto accade da noi perché, per quanto mi è dato di sapere, non è consentito ai famigliari di vedere il parente morente o anche deceduto.

Impedire la visita dei famigliari ai pazienti con la Covid-19 è non necessario, crudele e disumano

Questo è quanto sostenuto da Ammar Waraich specializzando del NHS nel suo post su BMJ – link

Perchè…

Waraich afferma questo per tre motivazioni.

In primis, secondo l’autore, molti famigliari sono anch’essi infetti o vaccinati contro il virus quindi a basso rischio di contagio.

Secondo: DPI (dispositivi di protezione individuale) e distanziamento possono essere strumenti efficaci per aumentare la sicurezza.

Infine un autoisolamento dopo la visita potrebbe rappresentare un’ulteriore misura per ridurre un successivo contagio.

A tutto ciò va aggiunto il beneficio psicologico che è di per se un aiuto alla cura offerto da queste visite.

La necessità poi di definire cose non dette o questioni irrisolte prima di un eventuale evento avverso è altrettanto frondamentale.

Nei casi in cui non fosse possibile questo approccio l’alternativa è continuare a favorire la comunicazione telefonica e digitale da parte del personale sanitario, anche se questa opzione è tutt’altro che facile da realizzare.

Si, ma noi non siamo Inglesi

E’ indubbio che il modo di sentire di comportarsi di pazienti, parenti e personale sanitario sia più “mediterraneo” che anglosassone e che la gestione di situazioni come queste sia più complessa.

Lavorare con parenti e famigliari è certamente più difficile, ma il vantaggio per i pazienti credo sia indiscutibile e per quanto mi è dato di sapere, almeno in alcune realtà intensive questo è già una realtà anche da noi.

E allora?

Cominciare a pensare di come affrontare il problema è il primo passo per risolverlo.

Iniziare consentendo l’accesso ai parenti vaccinati potrebbe essere un buon inizio.

Garantire ai famigliari di vedere i propri congiunti prima dell’evento finale credo sia un atto umano e ineludibile.

L’obiettivo rimane quello di trovare una strada che permetta di avere un contatto ancorché saltuario, ma in sicurezza a tutti.

Sono consapevole che la strada sia difficile, ma dobbiamo provarci.

Concluderei con le parole finali del bel post di Marco Ulla medico d’urgenza e intensivista quando descriveva la sua esperienza in un importante trauma center di Londra – link

london-bus

Credo che in fondo tutti noi dovremmo ogni tanto svestire i panni dei “professionisti della salute” e immedesimarci nelle persone che incontriamo ogni giorno nella nostra professione, non so se saremmo migliori o peggiori, ma certamente più uomini. 

Il dibattito è aperto.

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Carlo D'Apuzzo
Ideatore e coordinatore di questo blog | Medico d'urgenza in quiescenza | Former consultant in Acute Medicine | Specialista in medicina interna indirizzo medicina d’urgenza e in malattie dell’apparato respiratorio | #FOAMed supporter | @empillsdoc

4 Commenti

  1. Grazie Carlo per il bel post…. necessario
    Io lavoro attualmente nella medicina d’urgenza dell’ospede di Reggio Emilia, da mesi ormai una una semi intensiva COVID quindi con alto tasso di malati gravi e conseguente quota di pz che arrivano alla terapia intensiva o alla palliazione terminale non avendo caratteristiche per essere ulteriormente intensivizzati.
    Il tema si è presentato da subito nella sua quotidiana gravosità…per altro, in era pre-Covid, siamo sempre stati dell’idea di fare entrare i familiari dei malati gravi…era utilissimo.
    Da noi, forse isola felice, c’è la possibilità ufficiale, cioè avvallata dalla direzione sanitaria, di fare accedere al reparto i familiari dei malati che lo staff ritiene debbano ricevete la visita dei familiari.
    Problema etico che riguarda anche la salute dei familiari stessi, inevitabilmente esposti come noi, spesso senza essere vaccinati, al rischio di contagio.
    Tuttavia, garantendo corretta protezione (vengono assistiti bella vestizione e svestizione da noi) e ottenuto un consenso informato ufficiale, riteniamo sia prezioso se non addirittura fondamentale, soprattutto per i casi che palesemente stanno andando male e virano verso la terapia intensiva o, peggio, la palliazione.
    Nella nostra esperienza è fondamentale questo passaggio…oltre che per i malati anche per i familiari e per il rapporto medico-familiare tanto teso alle volte in questo periodo. È ovviamente un dispendio ulteriore delle scarse energie che abbiamo…ma…glielo dobbiamo e ci sembra giusto così.

    • Francesco, grazie di cuore di questo commento che rafforza, qualora fosse necessario, l’importanza di condividere le nostre esperienze. Spero anche che il vostro esempio possa essere la dimostrazione che volere è potere e che, è quasi sempre possibile trovare soluzioni pratiche a problemi organizzativi. Certo è faticoso, ma ora più che mai, indispensabile.

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