Hub and Spoke

Nicola

Nicola me lo ha detto: nonostante il dolore addominale, nonostante la pressione bassa, nonostante la sofferenza: “Io da questo ospedale non ne uscirò”

La sua aorta era il motivo del suo sconforto. Rotta. “un chirurgo vascolare per il mio paziente”, urlava lo specializzando. “Un’ambulanza con rotta rapida verso l’Hub di riferimento”. Urlava più prosaicamente l’infermiere. “Nicola, hai torto”, sussurrava il medico, con la lettera di trasferimento in mano ed il cd stampato nell’altro, entrambi da mostrare come trofei allo specialista in questione.

Una corsa di 30,5 km secondo Google Maps su strade a scorrimento rapido. Una corsa che sa di speranza, di possibilità, di opportunità ma anche di sofferenza per Nicola, che non si aspettava neanche di uscire dall’ospedale ed adesso sta correndo verso un secondo. “Sua maestà, l’Hub”, gli dicono, anche se non penso abbia capito cosa significa.

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immagine generata con ChatGPT

Sirene spiegate, velocità massima, arrivo in frenata, apertura dello sportello, catapulta fuori dall’autoambulanza. Entrata di corsa. Anche qui barelle, forse più del primo ospedale, ma in fondo lo stesso caos, gli stessi suoni, gli stessi odori. Urina. Vomito. Olezzo. Monitor, allarmi. Strepitii ed urla silenziose. Sofferenze. In quello spazio, in questo microcosmo, qualcosa apposta per Nicola: l’incontro con il vascolare.

Visita, visione delle immagini, consulti. Bisbigli. Sguardi che si corrucciano. E poi il verdetto “Troppo grave”. “Troppo esteso”: “Troppo futile”. L’Hub ha firmato la sua risposta per Nicola, anche se non era quella attesa. Risposta che sa di sentenza. Usate il termine che volete, ma Nicola aveva ragione su una cosa: a casa Nicola non ci tornerà mai più.

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immagine generata con ChatGPT

L’incredibile è che però Nicola esce anche dal secondo ospedale. Nicola, troppo grave, viene rinviato nell’ospedale di pertinenza. Un nuovo viaggio – 30,5 chilometri – e ritorno al punto di partenza. Mi avvicino a Nicola e gli sussurro: “avevi proprio ragione tu”. Dopo poche ore e qualche chilometro di troppo, Nicola si spegne. Esattamente come aveva detto lui.

Il mondo visto da uno Spoke

Chi vive nello spoke lo sa. Quella sensazione di costante e strisciante inadeguatezza.

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immagine generata con ChatGPT

Difendi il fortino di un ipotetico impero stando al confine del mondo sanitario. Ti arrangi, come solo un ospedale “rurale” sa fare. Diventi fantasista di percorsi di cure inventati ma incredibilmente possibili. Diventi specialista in voli pindarici ed atterrati improvvisati. Provi a sopperire alla mancanza di specialisti con un surplus di competenza propria. E dove non arrivi, le conoscenze personali diventano sfruttamento di competenza personale. Crei una rubrica con un elenco numerato degli specialisti che hai deciso di far diventare amici, vuoi per interesse o magari anche per puro affinità di spirito. Tutto per permettere che il tuo paziente abbia una cura adeguata e sufficiente, che lo spoke non faccia rima con sufficienza ma debba comunque poter essere un’eccellenza.

Ed impari a trasferire tutto quello che di superspecialistico necessita, guardando con sconforto ogni paziente che esce come se un pò già ti mancasse. O forse quello che manca è la discussione ed il confronto diretto con uno specialista che ti arricchisca e ti sproni nel tuo percorso di crescita, quella salita che ogni medico per tutta la vita deve purtroppo affrontare, consapevole che, più invecchia, più paradossalmente, la pendenza aumenta.

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immagine generata con ChatGPT

Il mondo sanitario visto da uno spoke è difficile. A volte ti senti difensore di un confine da mantenere inviolato. A volte inviato coraggioso e solo in un campo dove senti che solo tu ce la puoi fare e non gli altri, quelli comodi che “hanno tutto e tutti”. A volte ti senti un medico di serie B per tutto ciò che vedi, per tutto ciò che non vedi più, per tutto ciò che non sai più fare o che nessuno ti insegna, per tutto ciò che devi trasferire o, molto più spesso, pietire aiuto.

Tutte le risorse di cui abbiamo bisogno sono nella mente.
Roosevelt T

A volte vorresti vedere lo Hub e dirgli soltanto: non dimenticarti di me. E non dimenticarti di tutti i Nicola, che anche se non sono più pazienti da Hub, forse lo possono essere ancora per qualche minuto in più.

Il mondo visto da un Hub.

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immagine generata con ChatGPT

Nicola è l’ennesimo paziente che giunge da un altro ospedale. Arriva a noi medici di pronto soccorso di un ospedale hub, che ci sentiamo spesso i paladini che devono difendere la propria fortezza dagli assalti dei pazienti, dell’emergenza territoriale e anche degli ospedali che gravitano attorno al nostro.

Nicola arriva in triage e la prima cosa che sentirà chiedere a chi lo accompagna sarà:”Avete avvisato?” “Con chi avete parlato?”. Nicola si sentirà un po’ invisibile, un po’ un pacco che nessuno desidera scartare. E sarà ancora peggio quando sentirà dire: “lo registriamo?” “lo sbarelliamo?” Seguirà discussione su: triage sì, triage no, passaggio in pronto sì o no, passaggio su barella del Ps si o no. E poi sentirà il personale che lo ha accompagnato dire “noi ce ne andiamo”, seguito da “no, voi non ve ne andate, ma aspettate”.

Amo gli invisibili perché sanno ascoltare.
Casiraghy A

Nicola aspetterà quindi una nostra rivalutazione, ma sarà difficilmente sentito come un nostro malato perché non abbiamo fatto diagnosi noi e perché è arrivato dopo un consulto telefonico e in accordo con gli specialisti. E quindi già ci chiediamo perché deve prima passare da noi, e saremmo già pronti a battagliare perché il paziente non ci venga poi lasciato una volta che il consulente decreterà l’assenza di indicazioni.

“Nicola deve tornare da dove è venuto?” Sicuramente penseremo di si, questione di competenza territoriale e così ci dirà la direzione sanitaria. Ma in realtà è anche ciò che desideriamo anche noi, che ci sentiremo così alleggeriti di un problema in meno.

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immagine generata con ChatGPT

Hub and spoke

Io ho sempre visto il mondo da parte dell’hub, il posto dove ho cominciato a lavorare e dove sono rimasta; negli ultimi anni, complice la carenza di medici d’urgenza, mi sono messa in gioco e in qualità di “gettonista”, ho provato a passare dalla parte più scomoda.

Da allora riesco a comprendere meglio le difficoltà e a volte la frustrazione di lavorare in un posto in cui non si ha tutto e tutti. E se è già difficile interagire con specialisti che lavorano nel nostro stesso ospedale, anche se col tempo le difficoltà si stemperano perché dopo anni di lavoro fianco a fianco in qualche modo ci si affeziona e si è più collaboranti e tolleranti, lo è molto di più quando bisogna contattare specialisti che non ci conoscono, che dobbiamo in qualche modo “disturbare” magari in piena notte. E quindi l’eterna sensazione di noi medici di pronto di stare chiedendo ai consulenti un favore personale si amplifica ancora di più.

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immagine generata con ChatGPT

Tutto ciò mi ha fatto cambiare la mia forma mentis: ora credo che dovremmo pensare che Nicola arriva grazie all’abilità diagnostica di un nostro collega, che ha già fatto tutto ciò che poteva e che ce lo affida non perché se ne vuole liberare ma perché noi possiamo essere per lui l’ultima risorsa e l’ultima speranza.

In ultimo ma non per ultimo, come sempre, dovremmo vedere il mondo dalla parte del paziente. Di Nicola, che non ha chiesto certo lui di essere sballottato da un posto all’altro, spesso senza sapere neanche perché. E che tornerà indietro o rimarrà li, a volte senza avergli chiesto cosa voleva davvero per se’ stesso.

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Questo post è stato scritto in collaborazione con la Dr.ssa Tizzani Maria, che non solo è mia sorella ma è soprattutto colonna portante del suo Pronto Soccorso e della Medicina d’Urgenza e fulgido esempio di professionalità, competenza e disponibilità. Il medico di un HUB che tutti noi vorremmo avere dall’altra parte del telefono per avvisare di un trasporto, segnalare un problema e, soprattutto, chiedere un consiglio, un aiuto, una salvezza. Il grazie va a lei per questo post e, soprattutto, per molto altro.

Autore

  • Davide Tizzani

    Specialista in Medicina Interna, ma specializzando ancora nell'anima.
    Esperto di Niente. Interessato a Tutto.
    Appassionato delle tre E: ecg, ega, ecografia.
    @DavideTizzani |

3 Commenti

  1. In Veneto esiste la direttiva regionale per cui un pz visto da un PS NON può essere trasferito in altro PS – a meno che non si trattino di punti di primo intervento che non hanno TC, esami, e devono rifare tutto.
    Cosa significa: un pz che a punto X ha già fatto diagnosi di AAA andrà ad Y solo a fare la consulenza chirurgica, rimarrà in carico all’equipaggio che porta con sè il pz ed eventualmente ritornerà da là. Il ricovero verrà fatto dal reparto, come quando si accoglie un trasferimento da altro reparto.
    Avendo lavorato in entrambi i setting, è deleterio per chi lavora negli Hub farsi carico di tutto da capo, MA SOPRATTUTTO è deleterio per il pz, per il tempo perso, etc.

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