Quello che ho visto io – da un lato della barella
Ignota 1
Di lei non sappiamo neanche il nome. Immaginatevi se conosciamo i suoi sogni, le aspettative, le paure e i suoi desideri.
Sappiamo perchè si presenta in pronto. Ingestione di Corpo Estraneo. E che corpo estraneo: due accendini di una nota marca ma lunghi ben 7 cm. Che già ad pensare come ha fatto ad ingerirli, capisci lo sconforto che c’è dietro.

L’ignota 1 è facile e soddisfacente da gestire da un punto di vista medico. Esclusione di complicanza meccanica e richiesta di studio endoscopico per la loro rimozione. Tutto semplice, tutto facile, tutto scontato.
I problemi o meglio i dubbi sono quando ignota 1 rimane ignota 1, ma senza più accendini in stomaco e senza più alcun problema medico attivo e senza nessuna evidenza psichiatrica sottostante ad un gesto che non è altro che una richiesta di aiuto. O di asilo.
Perchè adesso ignota 1 dice di chiamarsi Mary ma per noi continua ad essere la donna che non esiste. Non ha documenti, non ha una storia, non ha una identità, non ha una famiglia o una casa, non ha un posto, non ha sigarette anche se ne ha una passione sfrenata ed esce sempre a fumarle, dice di non avere un passato, sicuramente non ha un futuro ed il presente si chiama OBI.
Io Mary la conosco al quinto giorno di degenza sicuramente non più breve e neanche intensiva. Adesso ha cambiato nome, dice di chiamarsi Manuela e di essere tedesca. La ricerca tramite un sistema all’avanguardia di identificazione anagrafica – Facebook – identifica effettivamente un profilo social a suo nome, con una foto di una bellezza ormai dimenticata ed un sorriso che rende più difficile il riconoscimento perchè non pensi adesso che quel volto possa averlo mai indossato.
Dubbi
Passi nei corridoi, nelle salette visita in infermiera e nello studio medici. Sono molti i giudizi che ascolti, le voci sussurrate, i pareri espressi e le opinioni non richieste. Si possono facilmente riassumere in due principali:
“Ma perchè questa tossica non la abbiamo ancora messa fuori dal pronto soccorso?”
“Ma non riusciamo a trovarle una sistemazione assistenziale?”
Ciò che è opposto si concilia, dalle cose in contrasto nasce l’armonia più bella, e tutto si genera per via di contesa.
Eraclito
Chiariamo: non si tratta di buonismo o di cattiveria. Sei un fascista, no sei un comunista. Fare così è di destra, fare così è di sinistra. Sei un buonista, bisogna rispettare le regole. Prova tu ad essere nato Sbagliato.
Fare il bagno nella vasca è di destra
Far la doccia invece è di sinistra
Un pacchetto di Marlboro è di destra
Di contrabbando è di sinistra
Ma cos'è la destra, cos'è la sinistra
Gaber Giorgio
No. Si tratta di qualcosa di più complesso. Di più difficile. Di più profondo. Non ho l’arroganza di sapere quale sia l’atteggiamento ed il pensiero giusto o sbagliato, ma Mary diventata Manuela mi fa interrogare profondamente su quale è e quale deve essere il ruolo ed il compito del Pronto Soccorso.
Partiamo da un dato di fatto a mio avviso sicuro ed ormai dato per assodato, anche se non sono ancora sicuro se corretto o se è così per una deriva del sistema: Il Pronto Soccorso non può (più) esimersi dalla sua natura oltre che clinica anche sociale ed assistenziale rispondendo a bisogni di salute che ormai non sono più prettamente clinici.
Proviamo ad andare oltre. Oltre, dove i dubbi si approfondiscono e si moltiplicano.

In questo periodo storico, di ristrettezze, di difficoltà, di austerità, il Pronto Soccorso ha davvero la possibilità di curare tutti? o dobbiamo iniziare a capire su chi i nostri sforzi potrebbero essere inutili, futili e controproducenti per il bene collettivo?
E’ compito, dovere o forse possibilità del pronto Soccorso dare identità a chi la sua la ha venduta o forse rifiutata, sicuramente non più cercata negli ultimi 30 anni? Dare un tetto, un letto e cibo a chi da 30 anni non ha combattuto per ottenerlo? Dare assistenza a chi non ha più un nome ma che un giorno, così, quasi per caso, bussa alla porta chiedendone uno, meglio se nuovo ed immacolato? La richiesta di aiuto è umana, è vera, è straziante ma il comportamento è mellifluo, la suo voce pretende, inganna, manipola, non è sincera, non dice dove o chi è stata, semplicemente e comprensibilmente non vuole tornare in strada alla sua vita di prima, anche se è meglio chiamarla esistenza o sopravvivenza.
Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi
Matteo
O forse la più semplice e più scontata e più saggia, sicuramente la più pratica e pragmatica è restituirla alla vita di prima semplicemente senza più accendini nello stomaco e senza speranze illusorie nell’anima?
Un anima persa è un anima che il pronto soccorso ha il compito di salvare? O meglio la possibilità di salvare? Siamo forse o davvero noi gli operatori che possono fare la differenza? Siamo davvero Noi lavoratori in regime di urgenza ad avere il dovere di difendere ogni nostro paziente a fronte di una direzione sanitaria dove il paziente se non è conveniente rappresenta un problema da risolvere in fretta e non da aiutare? Dovremo essere noi a schierarci contro la dimissione del paziente senza una rete sicura sapendo che si perderà di nuovo? Che un giorno o l’altro lo troveranno morto in un angolo buio di una stazione o su una panchina congelato o violato in un fosso? E’ davvero questo il nostro compito? Lo dobbiamo fare? O lo dovremo fare, ma ce lo solo siamo dimenticati?
O la scelta giusta è “proviamo ma se non ci riusciamo va bene così, questa è la vita che si è scelta e la mia coscienza sono comunque riuscita a lavarmela con il panno di Pilato?” Perchè una vita di questo genere si può davvero scegliere?
Io non so la risposta. Non so cosa sia giusto e per chi.
Conosco sola l’esito finale: dopo 5 giorni di panini comprati e sigarette offerte ed un letto mai così comodo, un bagno e tre pasti al giorno, la coscienza alla fine è stata smacchiata con un biglietto del pulman offerto per allontanarla da noi e cercarla di farla diventare un problema di altri. Con scritto, con ironia sottile che sfiora lo scherno, sulla chiusura del verbale del PS: “Dimissione a Domicilio“.
Ho chiesto aiuto per questo post ad altri due colleghe che hanno provato ad ascoltare Manuela insieme a me. Si chiamano Isabella e Laura.
Questo è il loro punto di vista.
Questo invece il mio personale ringraziamento, per la loro costante disponibilità, gentilezza e competenza, in questo post e nel nostro lavoro quotidiano.
Isabella
QuelIlo che ho visto io. Oltre la vetrata . Oppure dall‘altra parte della barella.
Ignota 1
Capelli biondi, occhi chiari, rughe forse troppe. 30 anni o forse 40 chi può dirlo . In fondo non esiste o forse si. Forse non esiste solo per come la conosciamo noi o per come lei vuole che la si conosca qui .
Una vita di scelte sbagliate o forse la vita ha scelto per lei. È nata senza scelta ? Ha scelto lei di non averne? Ci sono mille domande e pochissime risposte in questa storia.
La incontro una mattina.
Una chiamata come tante ricevute altre volte quando mi trovo in turno, frutto della mia passata esperienza lavorativa all’estero: “puoi aiutarmi a tradurre cosa dice questo paziente che parla solo inglese?”
E così mi racconta. È un fiume di parole. Dice di chiamarsi Manuela, una storia difficile da raccontare e difficile da sentire, che lei racconta con naturalezza, come se non stesse davvero parlando di lei.
È così nei giorni successivi, divento senza volerlo uno dei suoi punti di riferimento. Una sigaretta, antidolorifici chiesti con più frequenza di quanto si dovrebbe, un panino, una parola.
Ma quando poi, davanti agli assistenti sociali, quello che deve sentire da me non ha davvero voglia di ascoltarlo, si chiude Manuela. Fa finta di non capire davvero, neanche ciò che gli dico io, e inizia a darmi almeno 3 diverse versioni di quella storia che fino a poco prima raccontava con scioltezza .
Dice di voler tornare a “casa”, ma di fatto poi fa di tutto per non farlo.
Dubbi
Ma dov è casa sua? Chi è davvero? Non spetta a me dirlo. O forse si .
È davvero parte anche questo dell’assistenza infermieristica? Insinuarsi così nel profondo di una storia che non è la mia, per tirare fuori una verità che neanche l’utente forse ha voglia di raccontare .
È molto più facile fare un ecg e posizionare quell’accesso venoso difficile in sala 4.
Fare il desault in sala 7 .
Mettere un SNG in sala 2.
Una interminabile sequenza di ALS in shock room.
In una rianimazione che si prolunga per lunghissimi minuti o con un pedone investito sai esattamente cosa devi fare, dove devono andare le tue mani e la tua testa.
Quale sarà il farmaco successivo da somministrare o il presidio da posizionare .
Qui invece no. Quando dovresti solo parlare oppure ascoltare il nostro lavoro diventa più difficile. Non c’è un algoritmo e neanche una flow chart da utilizzare di fronte a Manuela .
Mi sono sempre considerata piuttosto empatica. Eppure non mi viene più così naturale di fronte a lei . Forse sarà la durezza di certe storie, la facilità di giudizi non richiesti, i luoghi comuni, la frenesia, l’auto protezione.
Non lo so se ho fatto bene il mio lavoro con Manuela, forse avrei potuto o dovuto fare di più.
Forse neanche lei lo voleva. Forse non volevo andare così nel profondo neanche io. So che l’ho accompagnata all’uscita quando è arrivato il momento, dicendole di avere cura di lei , quando forse avrei potuto farlo meglio anche io.
Laura
Quella che ho visto io – dal fondo della barella.
Ignota 1
Lo scopo dell’intervento dell’Assistente Sociale ospedaliero è quello di intercettare precocemente le persone in condizione di fragilità socio sanitaria e di adoperarsi a favore di dimissioni protette mediante l’attivazione della rete dei Servizi Sociali e Sanitari presenti sul territorio di competenza, per residenza anagrafica.
La residenza anagrafica è l’espressione di un interesse della persona a stare in un certo territorio: una casa o una struttura residenziale, un lavoro, motivi di studio, ragioni sanitarie, esigenze familiari, ecc. In questo caso il Comune di residenza rilascia un documento che attesta l’identità del suo cittadino.
La salute dei cittadini è garantita dal Distretto Socio Sanitario delle ASL a cui afferisce il Comune.
Nel Pronto Soccorso di un Ospedale non di rado capita di incontrare persone che l’identità l’hanno smarrita, senza colpa, nel caso degli anziani affetti da demenza o dei pazienti in condizioni troppo gravi o per scelta, come nel caso di Manuela, che giunge in DEA perché ha ingoiato un accendino ed è recidiva in questa pratica.
Manuela che in triage dà false generalità e nazionalità.
Manuela dai capelli biondi e l’assenza di accento per essere di Londra. Manuela sporca, senza neanche uno slip di ricambio. Manuela senza assorbenti. Manuela che scappa da violenze ed abusi, da case di cura per pazienti affetti da malattie e disturbi psichiatrici. Manuela che tace il passato di tossicodipendente e lo trasforma in un racconto persecutorio in cui è la vittima di tentativi di avvelenamento. Manuela dal corpo martoriato dai tagli, dalle ustioni. Manuela che ha ingoiato un accendino, come altre volte. Dice, per farsi esplodere l’intestino. Lo Psichiatra di turno lo definisce un atto teatrale per livello culturale nel tentativo (aggiungo: misero) di ottenere aiuti.
Il passato ritorna
bambino.
Inquietudini del cuore
le attese.
Occhi stropicciati
le assenze.
Presenze vacue
di vuoti a rendere.
Tamburini Olga
Manuela una come tanti
Manuela “normalizzata” in questi suoi agiti come migliaia di altre persone che non accedono più alle cure psichiatriche. Manuela su cui si chiede l’intervento dell’Assistente Sociale Ospedaliero perché in fondo è solo una straniera, senza documenti, senza soldi, che dimora nelle tante strade dei territori europei che sta attraversando da più di 10 anni. Manuela fugge ma le sfugge anche il nome. Manuela che è braccata dagli operatori “cacciatori di identità smarrite”. Manuela che cede alla verità sul suo nome.
Il nome che le avrebbe dovuto restituire un’identità e il diritto ad essere aiutata ma che non è stato abbastanza per farle ottenere un colloquio con l’ Assistente Sociale di territorio o l’operatore di un dormitorio, o un’opportunità.
In fondo era di questo che si trattava, l’opportunità di poter scegliere un’altra esistenza purché sostenibile. Sostenibile non vuol dire la risoluzione del problema ma una condizione in cui si può “stare” assieme alla propria storia, ai dolori e alla propria identità.
Durante i giorni di ricerca di una condizione favorevole per Manuela e di vana attesa lo scandalo è stato capire che, a quelli “fuori dalle mura”, non interessavano le sorti di una donna, già derelitta, che costretta a scambiare sesso con cibo e non lo sosteneva più.
Manuela non ha la residenza e nessun Servizio paga per lei, così anche l’Ospedale si è alla fine arreso alle dimissioni, pagandole un taxi che l’ha condotta verso un dormitorio.
Ti aspetto.
E cerco in te una casa
e trovo in te un altrove.
Tamburini Olga
Manuela che ritorna Ignota
L’identità che era perduta ed è stata ritrovata e servita a onorare il mandato istituzionale, per cui Manuela è stata segnata all’Ufficio Fasce Deboli della Procura della Repubblica di Torino e al Consolato da cui si è recuperato il duplicato del suo documento. Manuela, però, lo ha già smarrito di nuovo assieme al suo nome che non ha rivelato in un altro Pronto Soccorso che l’ha accolta dopo l’ingestione dell’ennesimo accendino.
Tutto ricorda una casa,
un sorriso,
una nube disfatta di attese
che diventano chiese
forse pieghe di un giorno sperato.
E si torna,
un po' stanchi,
dove si è stati.
Tamburini Olga
La vicenda di Manuela grida al mandato etico professionale a cui non siamo più abituati a rispondere, assuefatti e sottomessi a quello istituzionale che solo in apparenza dà più garanzie di protezione e tutela.
Questo post è stato scritto in collaborazione con Isabella Racca infermiera e Laura Tamburini assistente sociale.

