venerdì 14 Maggio 2021

Morte di un clochard

Dal dizionario Treccani: Clochard /klo’ʃar/ s. m., fr. [der. di clocher “zoppicare”]. – [persona che vive per strada] ≈ barbone, homeless, vagabondo. ‖ accattone, mendicante, (spreg.) pezzente, (spreg.) straccione.

Chi era Radu?

Radu era sicuramente un clochard, con problemi evidenti di uso ed abuso di alcol. Aveva la barba lunga, per cui anche la definizione di barbone penso potesse essere corretta, anche se ritengo la utilizzasse non come segno di uno stile di vita libertina ma per nascondere i segni di una vita trascorsa in trincea e per mimetizzare il buio assoluto di due occhi nero spento.

Non aveva una casa e quindi anche la definizione di homeless era valida, avendo scelto le panchine intorno all’ospedale in cui presto servizio come domicilio e spesso la sua sala di attesa come dormitorio.

Non era sicuramente un pezzente o uno straccione. Era uno degli Ultimi, un’Invisibile, la cui unica compagnia, speranza e terapia era rappresentata da un cartoccio di un vino annacquato, unica presenza in giorni sempre uguali.

Radu, un nostro amico

Dall’inizio dell’anno Radu era venuto a farci visita in pronto soccorso circa 35 volte. Più spesso la sera, alcune volte passava anche a fine mattinata/inizio pomeriggio per un rapido saluto. Le visite si erano comprensibilmente intensificate con la stagione fredda e con l’irrigidirsi delle temperature.

Ogni volta mentalmente rimproveravo e insultavo, in ordine preciso, prima il responsabile della chiamata al servizio di emergenza territoriale e poi a seguire i solerti volontari accompagnatori di Radu al pronto soccorso. La scena era sempre uguale. Il fantasma della persona che era su una barella, spesso se non sempre, stordito da vino di qualità dubbia.

Il copione era simile in tutte le occasioni: svestizione completa di abiti lisi e consunti da una vita difficile, fradici di liquidi di non chiara origine e natura; approfondita igiene personale regalate da mani gentili ed anime generose e nasi poco sopraffini; ricerca di vestiario che il più delle volte risultava inadatto per forma, taglia e stagione.

Nei giorni più fortunati, Radu vinceva una barella per smaltire l’intossicazione e trascorrere la notte. In quelli più sfortunati una sedia vicino alla porta d’uscita del DEA dove appoggiare un corpo sempre più immagine sbiadita dell’uomo che fu. Quando vinceva la lotteria, Radu otteneva addirittura una colazione frugale. Era diventato quasi un rito, una piccola festa.

Come chi fa la colazione al bar prima di andare a lavoro, Radu consumava forse il suo unico pasto in ospedale prima di trascinarsi fuori dai locali del dea, ancora lievemente barcollante, per reiniziare a trascorrere o, meglio, far passare il tempo su una panchina a bere vino, con abiti nuovi ma abitudini vecchie.

Chi era Radu per me?

Poche volte ho visto Radu per quello che era. Un uomo. Molto più spesso lo ho visto come un Fastidio. Un ennesimo accesso inopportuno in un Pronto Soccorso già saturo di pazienti. Un ennesimo ubriaco che occupava una barella impropriamente. Un paziente di serie Z con problematiche per me sicuramente a priori irrisolvibili. Un malato su cui non bisogna o meglio non bisognava “spendersi”. Un uomo responsabile dei suoi problemi e colpevole delle sue scelte, quindi forse inconsciamente meno meritevole di cure e di soluzioni.

Mai ho provato a conoscerlo in questi tre anni di frequenza occasionale ma costante. Mai gli ho chiesto da dove proveniva, cosa faceva per sopravvivere, chi volesse essere. Di cosa aveva bisogno e cosa cercasse. La massima profondità della nostra amicizia era in alcuni gesti senza bellezza: una misurazione della pressione arteriosa, un controllo della saturazione di ossigeno ed un dosaggio ematico del tasso alcolemico per potergli fare una paternale ma impersonale predica all’atto della dimissione, dargli una barella per poi toglierla qualche ora dopo.

A volte mi preoccupavo facesse colazione e se ci fossero degli abiti. Più per poterlo farlo uscire senza avere la coscienza disturbata che potesse morire di freddo piuttosto che per regalargli qualche ora di quella sensazione, a lui ormai sconosciuta ed insolita, di caldo, comodità e riconoscenza di quando al mattino indossi abiti puliti e profumati ed affronti il mondo con un pò meno paura.

Una volta gli ho portato un fruttino ed una bottiglia di acqua, subito dopo averlo accompagnato in sala triage ad aspettare che il sole scaldasse a sufficienza la sua panchina perché lui ne potesse riprendere possesso. Ogni tanto gli consegnavo una pagina stampata fronte e retro con l’elenco dei dormitori e delle mense sociali. Ma mi sono mai accertato che li capisse? Che comprendesse l’italiano? Che conoscesse dove fossero e come raggiungerli?

Radu e l’ultimo saluto

Lo ho visto l’ultima volta qualche gg fa. Più che lui ho intravisto il suo elettrocardiogramma.

Ipotermia severa. Tutti ad ammirare il suo ECG perfetto agli occhi di veri cultori, pochi a guardare il suo corpo infreddolito e a riscaldare il suo cuore. Una infermiera devota a regalargli gli ultimi attimi di cura e quindi di amore incondizionato, un coperta termica, una flebo per lenirgli i dolori, cure più o meno avanzate per riscaldare il suo corpo, poche, troppo poche terapie per cercare di intiepidire anche la sua anima.

Non ho pensato che sarebbe stato l’ultima volta che lo avrei visto. Anche se immaginarlo, non era difficile.

Una morte annunciata

L’annuncio della morte di Radu ha lasciato un senso di mestizia, di inadeguatezza e di incompiuto. Non certo di sorpresa. Ogni volta che lo vedevo uscire barcollando dal Pronto, mi chiedevo quando sarebbe tornato. Poi mi domandavo, ma a voce più bassa in modo tale che non riuscissi bene a sentirla ed in un angolo più buio della mente in modo tale che fosse lecito non vederla, se sarebbe ancora tornato. Il cuore conosceva dubbi che la ragione economica ed il vantaggio di un uso corretto e congruo delle risorse non permettono di porre.

https://www.lastampa.it/torino/2021/02/04/news/blitz-dei-vigili-cacciati-i-clochard-dal-centro-di-torino-1.39859560

Non posso però smettere di annusare l’odore di colpa che la morte di Radu il Barbone ha rilasciato una mattina nell’aria fredda di una Torino gelida.

Non so se qualcuno potesse davvero salvare Radu o se invece è stato lui a scegliere, giorno per giorno, la sua morte. Non so se Radu sia una vittima o il carnefice di sé stesso. Non sono certo tuttavia che io o il sistema o più probabilmente entrambi abbiamo fatto il massimo o almeno il minimo per salvarlo.

Cosa dobbiamo o possiamo fare?

Non posso smettere di pensare che Radu e la sua scomparsa rappresenti il fallimento del sistema ed una sconfitta per molti. Ieri è toccato a Radu, stanotte capiterà a Ioan e domani notte colpirà Stefan. Ultimi, Emarginati, Soli. Esclusi, Reietti e Derelitti. Straccioni si ma prima Uomini. Mendicanti si ma qualcuno si è mai interessato a cosa? Soli Senza nessuno pronto e prono a prendersene cura.

E se non vogliamo tradire il bambino per l’uomo, senza seguire sogni utopici e senza essere bollati “Dottor Professore Truffatore Imbroglione” né tuttavia morire di fame, cosa davvero possiamo fare?

La risposta è semplice e vera, ingenua ma pura e diretta: “Non lo so”. Ma è un punto di partenza ed una diversificazione dalla risposta più abusata, adatta spesso a coprire, nascondere e camuffare qualsiasi alibi: “Non si può fare nulla”.

Il problema è troppo complesso, articolato, diffuso e rilevante perchè non si possa e non si debba pensare ad una possibile soluzione. Risposta che concordo non si possa trovare in un locale di pronto soccorso ma che ritengo possa e debba partire molto spesso proprio da questi luoghi. I posti, lo sussurro urlandolo a volte alta e con orgoglio, in cui gli ultimi trovano sempre porte aperte ed anime disponibili, a differenze di altri uffici e di altri servizi.

Dai silenziosi plurimi accessi in DEA di persone invisibili al resto della società, bisogna fare cose differenti da quelle solitamente fatte. Bisogna ascoltare la loro muta e rumorosa richiesta di aiuto. E convertirla in un possibile percorso di aiuto o almeno in un tentativo di soccorso, assistenza e sussidio.

E’ necessario istituire una comunità di intenti fra il mondo sanitario ospedaliero e territoriale, la sfera assistenziale statale e pubblica e le organizzazioni dei sempre presenti volontari per creare una rete di assistenza complessiva ai bisogni degli ultimi.

Perchè per aiutarli bisogna sapere parlare la loro lingua. Parlar loro. Non farsi prendere dalla rabbia, dalla disillusione, dalla frustrazione di un impegno a grosso rischio di fallimento e da comportamenti facilmente giudicati irrispettosi.

Chiedere di cosa hanno bisogno e cosa vorrebbero. Forse troppo ardimentoso chieder loro cosa sognano. Spiegar loro come possono essere aiutati. Sovente neanche loro sanno che forse è effettivamente possibile. Che esiste qualcuno che può regalar loro tempo, cura, attenzione, impegno, informazioni, coperte e cibi senza altro in cambio. Che forse qualcosa di altro e di diverso esiste.

Spesso La mia impressione è che la scelta di quello stile di vita non sia una opzione di libertà ma un obbligo, condizionata dal fatto che non conoscono un modello alternativo. Spesso non hanno bisogno di medicine. Sovente hanno bisogno solamente dell’idea che il mondo si possa accorgere di loro. Che non sono invisibili.

Se nessuno ti vede, anche tu alla lunga penserai che in fondo forse non esisti e che non meriti nulla. Hanno bisogno di affidarsi ad una cosa che non hanno mai provato, all’idea che le cose possano cambiare, anche per loro.

Ma dobbiamo proprio assisterli?

In italia la sanità è pubblica proprio perchè è rivolto a tutti. A tutti, compresi chi non se la può permettere o chi non la merita.

Molte volte ho riflettuto sulla giustizia di curare o, meglio assistere, persone che in fondo nel nostro cuore e nella nostra mente consideravamo approssimativamente non degne. Sono orgoglioso di appartenere ad un sistema che permette a tutti di essere curato, evitando derive assolutistiche di un qualcuno superiore che decide chi giudica meritevole e chi no.

Solamente una categoria è esclusa da questo ragionamento: chi non si vuole fare curare. Perchè se in Italia la cura è un diritto, lo è soprattutto la morte. Non so se Radu abbia mai avuto la fortuna di poter scegliere consapevolmente e coscientemente come vivere e soprattutto come morire.

E’ questo, rappresenta una sconfitta per ognuno di noi.

Addio Radu, uno non di noi

Ciao Radu. Non eravamo amici. Ma spero che la tua morte possa non essere vana. E cercare di essere ricordata, con qualcosa di effimero ma vero, come un semplice, misero ma sentito post. E ricordandoti, ricordiamoci di cercare di scegliere sempre ciò che riteniamo giusto, non ciò che è più semplice. Soprattutto per chi non è davvero libero di scegliere.

Davide Tizzani
Specialista in Medicina Interna, ma specializzando ancora nell'anima. Esperto di Niente. Interessato a Tutto. Appassionato delle tre E: ecg, ega, ecografia. @DavideTizzani |

6 Commenti

  1. Ciao Davide! Articolo molto bello!!
    Non sono medico, ma seguo comunque il tuo blog e approfitto di questo piccolo spazio per farti i complimenti la tua scrittura scientifica così ricca di umanità.
    Ti seguirò come esempio di umanità e sensibilità anche per il mio lavoro.
    Grazie!

  2. Eercitare la professione di medico e’ un dono un privilegio una fortuna ,farlo bene e’ una grazia, rispettare aiutare amare chi si rivolge a noi e’ una gioia ti gratifica rende luminose le tue giornate. A VOLTE c ‘e’ dolore notti di insonnia di domande senza risposta ,ti senti fallito hai perso un pz o comunque non hai saputo curarlo aiutarlo a vivere.IL giorno dopo ricominci, devi sorridere essere disponibile sempre.Solo tu conosci i tuoi limiti,Chi si rivolge a te pensa che sicuramente dopo la tua visita le tue terapie stara’ meglio.QUESTA e’ la stima che ti accompagna.NON puoi fallire ,ma succede che avvenga e tu io sai benissimo.CHE FARE?STUDIARE IMPARARE SEMPRE ESSERE DISPONIBILE E ONESTO .CHI PENSA DI ARICCHIRSI FACENDO IL MEDICO ,FACCIA IL POLITICANTE .OGGI , PROPRIO un ora fa ho ricevuto una telefonata,FRANCO il nonno sta morendo lo so che lo abbiamo portato fino 99 anni che sono tanti ma non voglio ricoverarlo ,mi ha detto che e’ stanco e mi ha stretto la mano.Tu che faresti mi ha detto piangendo.ECCO questa e’ la ns professione. Complimenti DAVID,uomo di immensa sensibilità e umanità.

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