mercoledì 14 Aprile 2021

Niente paura … sono un INFERMIERE !!!

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Ho volutamente pazientato qualche giorno prima di scrivere questo post in merito alla diatriba insorta in emilia in seno al servizio di emergenza urgenza, ma adesso è arrivato il momento di esprimere le mie considerazioni.

 

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                                    MA CHE E? SUCCESSO ??

Gli ordini dei medici di Modena, Ravenna, Piacenza e Bologna presentano esposti alla procura della repubblica ed aprono procedimenti disciplinari nei confronti dei loro colleghi rei, dal loro punto di vista, di aver stilato protocolli e linee guida che consentono agli infermieri di emergenza urgenza di poter somministrare farmaci ed operare procedure salvavita in assenza del medico. L’annosa questione ruota intorno alla solita problematica dell’atto medico e della sua attribuzione. Il problema, infatti, secondo i medici promotori dell’esposto e delle richieste disciplinari sarebbe quello di aver dato la possibilità agli infermieri di operare come “minimedici” sostituendo de facto la figura professionale stessa. La levata di scudi degli infermieri è stata immediata  e la situazione ha visto ancora una volta le due figure professionali ” l’un contro l’altra armate ” pronte ad affrontarsi .

Gavel and book.
                               LA LEGGE:   

l’art. 10 del DPR del 27/03/1992 … prevede che “il personale infermieristico professionale, nello svolgimento del servizio di emergenza, può essere autorizzato a praticare iniezioni per via endovenosa e fleboclisi, nonché a svolgere le altre attività e manovre atte a salvaguardare le funzioni vitali, previste dai protocolli decisi dal medico responsabile del servizio”.

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Nei paesi industrializzati, specie in quelli di origine anglosassone ma non solo, enorme importanza viene data all’emergenza extraospedaliera ed alla sua organizzazione. In pochi di questi paesi pur avendo un servizio di emergenza urgenza qualitativamente eccellente la figura del medico è prevista a bordo delle ambulanze e gli operatori operano su protocolli condivisi ed atti medico delegati redatti al fine di ottimizzare le prestazioni. Negli stati uniti ad esempio le figure dell’EMT ( emergency medical technician ) o del PARAMEDIC eseguono quotidianamente procedure come l’intubazione e la sedo analgesia con farmaci che in Italia sono invece precluse al personale infermieristico.

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LE SOCIETA’ SCIENTIFICHE:

Le due principali società scientifiche che rappresentano da sempre medici ed infermieri di emergenza urgenza hanno redatto la seguente POLICY STATEMENT comune nel quale chiariscono la loro posizione e delineano la possibilità di operatività autonoma infermieristica nell’ambito di linee guida e protocolli ed atti medico delegati nel rispetto delle figure professionali sanitarie e delle loro competenze.

                                                    Policy Statement

TRATTAMENTO FARMACOLOGICO
DA PARTE DEGLI INFERMIERI NELL’EMERGENZA TERRITORIALE

Approvato nel Consiglio Direttivo Nazionale IRC del 05 novembre 2015 Approvato nel Consiglio Direttivo Nazionale SIMEU del 07 novembre 2015

E’ ormai acquisizione unanime che, nelle patologie tempo dipendenti, la precocità dell’inquadramento diagnostico e i conseguenti provvedimenti terapeutici, anche farmacologici, assumono un ruolo critico nell’esito clinico, sia quoad vitam che quoad valetudinem.

Nonostante ciò si possono verificare ritardi nel trattamento di detti quadri clinici, a causa delle seguenti ragioni:

1- Ritardo nell’attivazione dei Servizi di Emergenza Territoriale 118 da parte della popolazione;

2- Intervallo tra insorgenza dell’evento e primo contatto medico eccessivamente lungo e non adeguato alle necessità assistenziali;

3- Sovraffollamento dei Dipartimenti di Emergenza con conseguente aumento del rischio clinico.

In questo ambito, un ruolo strategico viene rivestito dal sistema di Emergenza Territoriale e, all’interno di questo, dalla figura Infermieristica, che, nella gran parte dei casi, rappresenta il punto di collegamento per la maggior parte delle postazioni, in costante riferimento con la componente Medica, considerato l’attuale contesto organizzativo articolato a più livelli di complessità.

In particolare la somministrazione, da parte degli infermieri, di terapie, anche farmacologiche, secondo protocolli condivisi ed emanati ufficialmente dal Direttore della Centrale Operativa 118 (concordati con il Responsabile Territoriale, nelle realtà nelle quali sussiste tale figura), si inquadra in processo finalizzato alla tempestività del trattamento e spesso risulta essenziale per la salvaguardia della vita e/o della salute dei pazienti, come in caso di overdose da oppiacei, grave sindrome ipoglicemica, sindrome coronarica acuta, insufficienza respiratoria acuta ecc.

I presupposti giuridici di dette procedure vanno ricercati nel DPR 27 marzo 1992 “Atto di indirizzo e coordinamento alle regioni per la determinazione dei livelli essenziali di assistenza sanitaria di emergenza”, che, all’art. 10 riporta quanto segue: ”il personale infermieristico professionale, nello svolgimento del servizio di emergenza, può essere autorizzato a praticare iniezioni per via endovenosa e fleboclisi, nonché a svolgere le altre attività e manovre atte a salvaguardare le funzioni vitali, previste dai protocolli decisi dal Medico responsabile del servizio”. Tale dispositivo ben si coniuga con l’evoluzione della figura infermieristica, sancita dal DM 739/94 e dalla Legge n. 42/99, caratterizzata dal riconoscimento di specifica autonomia e responsabilità professionale in ambito preventivo, curativo, palliativo e riabilitativo.

Le condizioni che rendono possibile la terapia farmacologica da parte degli Infermieri di Emergenza Territoriale sono le seguenti.

1. Specifico percorso formativo accreditato e finalizzato al trattamento anche farmacologico delle patologie tempo dipendenti in ambito di emergenza territoriale

2. Protocolli Condivisi ed emanati ufficialmente dal Direttore della Centrale Operativa 118 competente per territorio (concordati con il Responsabile Territoriale, nelle realtà nelle quali sussiste tale figura).

3. Addestramento continuo, anche tramite tecniche di simulazione avanzata, e audit periodico su casi clinici e problematiche specifiche.

4. Disponibilità di continuo contatto tra gli infermieri di emergenza territoriale, il Medico di Centrale Operativa e i Medici del Dipartimento di Emergenza, anche tramite reti Telematiche e di Telemedicina.

Numerose esperienze internazionali hanno posto l’accento sull’importanza dell’intervento infermieristico, anche farmacologico, nelle condizioni cliniche caratterizzate nel migliorare le possibilità di sopravvivenza dei pazienti, in condizioni di assoluta garanzia riguardo all’efficacia, sicurezza, tempestività del trattamento, nonché rispetto della soddisfazione di pazienti, congiunti ed operatori del sistema di Emergenza – Urgenza.

In base alle precedenti considerazioni, numerose realtà italiane di Emergenza Territoriale hanno adottato procedure che prevedono la possibilità di intervento terapeutico, anche farmacologico, da parte degli infermieri dell’Emergenza Territoriale, nelle situazioni a rapida evoluzione (tempo dipendenti) e potenzialmente pericolose per la vita. Tali procedure sono eseguite nel rispetto di protocolli condivisi ed emanati dal Direttore della Centrale Operativa 118 territorialmente competente, (concordati con il Responsabile Territoriale, nelle realtà nelle quali sussiste tale figura) in continuo contatto telematico con i Medici di Centrale e del Dipartimento d’Emergenza (anche attraverso sistemi di telemedicina).

La Società Italiana Medicina d’Emergenza-Urgenza (SIMEU) e Italian Resuscitation Council (IRC) anche in considerazione della particolare evoluzione culturale e normativa della figura Infermieristica verificatasi negli ultimi decenni, sostengono tali procedure nell’interesse dei pazienti, impegnandosi e promuovendo un’attività formativa specifica e finalizzata su tutto il territorio nazionale, accanto ad un processo di revisione e miglioramento continuo dei protocolli di trattamento in emergenza, con particolare rifermento alle condizioni caratterizzate da evolutività e potenzialmente a rischio di vita.

Il Presidente Nazionale SIMEU

Il Presidente Nazionale IRC Dott. Gian A. Cibinel Dott. Walter Cataldi

 

VECCHIATI_iStock_000014358283Large                                 CONSIDERAZIONI PERSONALI:

Lavoro in Pronto Soccorso da circa quindici anni ed ho la fortuna di poter lavorare in team infermiere – medico, ma quotidianamente ho ” il polso ” della situazione dell’emergenza territoriale che afferisce al mio triage e delle sue problematiche. Spesso scordiamo che oltre che essere operatori sanitari potremmo essere dei pazienti e di quanto la prospettiva di visione delle cose cambi a seconda di quale lato della barella si occupi. Sono fermamente convinto che l’infermiere di emergenza urgenza debba essere messo in condizione di operare , con linee guida, protocolli, atti medico delegati e quant’altro serva a poter salvare vite . questo non per ” scimmiottare ” la figura o le competenze mediche, ma perchè lo ritengo DOVEROSO nei confronti dei pazienti che si vanno a soccorrere. D’altro canto ritengo, altresì, necessario che la formazione degli infermieri di emergenza urgenza sia portata ad un livello qualitativo più elevato, cercando di puntare sulla formazione ed i retraining e testando continuamente abilità e conoscenze per mantenere un livello medio alto di preparazione. E’ impensabile costituire un equipaggio non medicalizzato 118 con personale non di ruolo che non abbia avuto la possibilità di formarsi adeguatamente e che sia destinato ad andar via una volta cominciato l’iter formativo e l’acquisizione di competenze. Al di la’ delle etichette e dei titoli accademici dobbiamo sempre ricordare chi è al primo posto del nostro operato … IL PAZIENTE !!!!

 

Felice Arcamone
Emergency Triage Nurse U.O. Pronto Soccorso A.O.R. S. Carlo – Potenza – Appassionato di semeiotica e di cardio aritmologia, @felixarcamone

13 Commenti

  1. Sono assolutamente d’accordo che la figura del l’infermiere sia fondamentale nell’emergenza territoriale, almeno in attesa che nascano operatori dedicati. I paramedic americani, gli emt inglesi e australiani, seguono corsi di livello universitario e durata triennale, come un nostro cdl in infermieristica, ma si dedicano solo a quello. In molte realtà italiane, invece, l’infermiere 118 viene mandato su un’ambulanza dopo pochi mesi dalla laurea oppure dopo aver lavorato in DEA o terapia intensiva. Mi sembra ovvio che l’ambiente ospedaliero sia estremamente diverso da quello che ci si può aspettare in ambulanza, e questo vale anche per gli anestesisti “di sala” prestati all’automedica.
    Riassumendo, è ora che si creino percorsi dedicati per chi opera fuori dall’ospedale, infermiere o medico che sia.

  2. Caro Felix, sai come la penso al riguardo. Ho votato in CDN quella policy e mi sembra anche poco. La battaglia deve essere fatta sul piano sociale, culturale e delle competenze. Bisogna coinvolgere la società civile: LE PERSONE! Questi sono problemi che non vanno relegati ai box dei pronto soccorso oppure ai pochi metri quadrati delle ambulanze. NO. La protesta deve partire dal POPOLO. Dalle associazioni che raccolgono fondi per donare defibrillatori da installare nei locali pubblici con relativa formazione del personale “laico”. I medici possono solo essere d’accordo con questa lotta anche solo per il fatto di essere prima cittadini e poi cultori e tutori della salute pubblica. Grazie

    • Sono orgoglioso di vivere una realtà dove le 7 unità infermieristiche dislocate sul territorio della provincia di Firenze (da oltre 10 anni) rendono onore ai professionisti sanitari (tutti) dell’emegenza territoriale.
      Credo moltissimo nell’equipe di area critica, medico ed infermiere, fuori come dentro l’ospedale, ma penso che la figura infermieristica abbia un ruolo di primo piano nell’emergenza preospedaliera.
      Deve essere supportata da formazione specifica e protocolli che, nel rispetto del profilo professionale non ne sminuiscano il ruolo ed anzi ne esaltino i lati fondamentali per l’assistenza al paziente critico.
      Vorrei invitare i molti critici a vedere come lavorano gli infermieri sul territorio, perchè penso che molte delle paure derivino dalla non conoscenza reciproca.
      Sono un medico, ho lavorato in DEA ed attualemnte lavoro al 118 e lo ammetto: NON HO PAURA DEGLI INFERMIERI
      Mario Rugna

  3. Caro Felix ne abbiamo già parlato…questa volta non sono d’accordo con te. Credo molto nel ruolo del medico sul territorio o meglio sull’equipe medico infermiere che credo sia la risposta migliore che un utente possa ricevere. Sul territorio a mio parere ci vorrebbero medici capaci e preparati…che credo possano impattare sull’outcome del paziente tanto quanto e in alcune situazioni anche più dei colleghi del DEA. La medicina sul territorio come la intendo io è diagnosi e terapia…con l’ausilio di ecografi,EGA,ventilatore etc etc etc. Chi pensa di poter gestire tutto con quattro protocolli è fuori strada. Certo non sono contrario all’ambulanza infermieristica che applica alcuni protocolli,ad esempio su ipoglicemia,intossicazione da oppioidi,adrenalina e sovraglittici nell’acc etc etc. Per il resto ci vuole un equipe…ovvio preparata. Se al 118 si continuano ad assumere medici della medicina generale (con tutto il rispetto per i colleghi della medicina generale)che vivono facendo i “militi con il camice”,come accade in alcune regioni…allora hai ragione..va benissimo l’infermiere e i protocolli…ma non è così ovunque e non deve essere così.
    Lasciamo perdere gli studi che dimostrano come i pazienti gestiti con un equipe dove è presente il medico abbiano un out come migliore…te ne posso citare diversi… Mi sembra lapalissiano che sia così…perché come si fa a gestire una dispnea con un protocollo!? Può essere un problema polmonare,cardiaco,neurologico,sistemico etc…la diagnosi richiede un esame clinico,un eco,un ega,un ecg,ragionamento clinico ed esperienza…Senza contare che un medico può decidere di non ricoverare un paziente quando non necessita di ricovero (personalmente almeno il 30% di quelli che vedo) sgravando parecchio il carico di lavoro del pronto soccorso. Riguardo al Documento si SIMEU E IRC…provo stupore…chi lo ha redatto dimostra di non sapere come e quanto può fare un medico sul territorio…oppure di cercare qualche iscritto in più in categorie numericamente più appetibili…è un po’ come se il presidente della SIAARTI scrivesse che l’anestesia la può fare chiunque basta che la faccia bene (in alcuni paesi è praticata da infermieri e tecnici)….pura follia. Certo nei paesi anglosassoni su territorio ci sono i tecnici…ma secondo te perché sono più bravi o perché costano meno!? Ti ricordo che le linee guida ALS hanno rivalutato la necessità di effettuare l’intubazione tracheale perché fino al 20% di quelli che giungevano cadavere nei DEA americani avevano il tubo posizionato in esofago..e nei servizi di elisoccorso USA dove c’è un medico la mortalità è più bassa che quella dei servizi gestiti da paramedici….quindi il problema non è la qualità ma il costo…sai benissimo che negli Stati Uniti un medico guadagna enormemente più che in Italia.
    Abbiamo un servizio potenzialmente eccezionale….come in Francia,Austria e Germania…invece che concentrarci sulla formazione e mettere sul territorio gli specialisti in medicina d’emergenza…con queste proposte tendiamo a regredire e senza motivo ( perché in Italia un medico guadagna poco di più che un infermiere) scimmiottare paesi meno performanti.
    Concludo come sempre in maniera critica verso i medici che spesso sono poco motivati e poco preparati…prestando il fianco ai detrattori…ma non credo che la categoria infermieristica sia meglio…di FELIX ARCAMONE ce ne sono pochi…lo sai anche tu. Un abbraccio.

    • Caro Francesco, questo tuo dissentire mi piace .. perchè mi consente di rispondere a tono . Innanzitutto il documento condiviso Simeu Irc mette in condizione gli infermieri di poter agire proprio sui punti da te citati e non su complesse diagnosi differenziali che , a dirla tutta , non credo siano proprie di un equipaggio di ambulanza il cui compito e’ la stabilizzazione del paziente. Cio’ posto, condivido con te che il ” top ” sarebbe un team medico infermiere su ogni ambulanza … ma … credi sia possibile ? con gli attuali tagli il futuro e’ sempre piu’ a tinte grige e fosche , quindi perchè non cercare di fare come direbbero dalle mie parti ” ottimi soldatini con la creta che abbiamo ? ” . Non so se i Felix Arcamone sono davvero pochi … forse vanno solo messi in condizione di potersi esprimere al meglio. Ti ringrazio per l’ottimo spunto di confronto e riflessione. un saluto.

    • Io, infermiere, condivido la lucida analisi di Francesco. Fuori, e dentro, funziona meglio Medico-Infermiere. Solo Infermiere è “piuttosto che niente, meglio piuttosto”. E’ altrettanto chiaro che è mandatorio che il Medico sia un Anestesista Rianimatore e l’Infermiere specializzato in Area Critica. Il resto è demagogia.

  4. Grazie Felix per questo spunto di discussione. Trovo la situazione più sfaccettata di quanto non possa apparire a primo acchito. Lo statement SIMEU si rivolge (così come le disposizioni impartite dai SUEM “incriminati”) alla stesura di istruzioni operative che permettano in piena libertà all’infermiere di gestire situazioni di complessità e severità variabile, a discrezione dei singoli responsabili. Detta così si tratta di una proposta del tutto ragionevole, anzi quasi scontata: non vedo perché l’infermiere che si trova sul territorio con uno STEMI debba aspettare me per cominciare l’idonea terapia, piuttosto che nel caso di una ipoglicemia severa o di un’overdose da oppioidi. Questo dovrebbe far parte della normalità in un sistema come quello 118 che accoglie (o dovrebbe accogliere) professionisti di esperienza e con attitudine all’autonomia. Non si può però negare che, almeno da parte di una quota della professione infermieristica, la presenza del medico nell’emergenza territoriale venga vissuta con un po’ di sofferenza (o addirittura sufficienza). Sintomatico di questa corrente di pensiero è stato un recente articolo di una testata online che si occupa di emergenza con un punto di vista soprattutto infermieristico: veniva illustrata la gestione di un ACC da parte di una auto infermieristica: un solo infermiere in supporto ad equipaggio BLS. Paziente inizialmente trattato secondo ACLS (da un solo provider!!), gestito in sola laringea, poi trasportato ancora in arresto al centro spoke (!) più vicino dove, una volta raggiunto il ROSC, veniva diagnosticato lo STEMI e trasferito al centro HUB. Quello che mi ha colpito è stata non tanto la gestione in sé, poco condivisibile ma che può avere avuto motivazioni anche contingenti che non ci è dato sapere, quanto il fatto che tale intervento venisse rappresentato come un esempio della qualità del servizio che può essere fornito da un sistema ALS basato sul solo infermiere. Penso che questo tipo di atteggiamento concorra solo a creare un senso di paura ed un riflesso difensivo, in particolare in quei medici che poco o niente conoscono l’emergenza territoriale ma che poi ispirano le azioni sindacali e degli Ordini.
    Io credo che il territorio debba essere considerata il prolungamento del PS e pertanto la gestione debba essere la medesima: come l’equipe si basa sul duo medico-infermiere in area rossa così deve essere anche in strada. Lavorare in due professionisti vuol dire un cervello in più, due braccia in più e la possibilità di mettere in pratica procedure e processi clinici altrimenti non possibili. Non è un caso che i sistemi EMS più avanzati del mondo anglosassone stiano adottando pratiche che da noi sono considerate quasi scontate (London Ambulance Service da alcuni anni invia il medico dell’elisoccorso anche sugli arresti cardiaci, Sydney HEMS sta cercando in tutti i modi di implementare un programma analogo…).
    Non si parla certo di un team medico-infermiere su ogni ambulanza (non ce n’è alcuna necessità ed anzi porterebbe ad una inaccettabile diluizione del case mix) ma di garantire che un’equipe medicalizzata sia sempre disponibile nei pazienti in cui è stato dimostrato un beneficio (e su questo la letteratura c’è). Proposte alternative portano solo ad un livellamento verso il basso del sistema, e credo siano in fondo interessanti soprattutto per chi nella vita fa quadrare i conti.

  5. Caro Francesco, ho apprezzato altri tuoi post precedenti, ma mi sento chiamato in ballo dal tuo ultimo commento. Sono un medico SET 118 Regione Puglia, ho la medicina generale e a breve terminerò il Master in Medicina d’Urgenza, lavoro da oltre 6 anni in ambulanza e collaboro molto con i colleghi di P.S.. Uso un eco portatile (mio personale ) per E-FAST, intubo in Arresto e Periarresto ( in base alla tempestività che l’intervento richiede e alla difficoltà di avere solo Madazolam come “induttore”) , ho discrete competenze su EGA ed ECG.
    Personalmente conosco colleghi Anestesisti e Medici di PS e 118 che non hanno tutte queste capacità…quindi alla fine MEDICO e/o INFERMIERE….mi viene spontaneo affermare che “L’ABITO NON FA IL MONACO”.
    Grazie ad EM PILLS e a tutti voi!!!

    • Caro Fabio,probabilmente mi sono espresso male. Ho solo detto che attualmente la figura professionale più idonea a gestire un paziente critico sul territorio ( dove non puoi chiamare aiuto) è lo Specialista in medicina d’emergenza. Il loro percorso formativo,nelle università che funzionano,prevede una rotazione in Dea,rianimazione,sala operatoria,Utic,118,dea pediatrico etc etc…posizionare un drenaggio toracico,mettere una centrale,usare correttamente un ecografo fa parte del loro patrimonio. Poi è ovvio che ci sono medici che sono diventati bravissimi partendo da altre specialità o dalla medicina generale…studiando…frequentando reparti di area critica…ma seguendo un percorso individuale e spinti solo dalle proprie motivazioni…invece ci vorrebbe un percorso serio anche per chi già lavora al 118 e rivalutazioni continue delle capacità e delle dotazioni (Trovo assurdo che tu abbia solo il Midazolam!). Purtroppo però ci sono molti medici che cercano di fare il meno possibile…limitandosi a trasportare e sono quelli dannosi per il paziente e per la categoria. Ho poi massima stima per la professione infermieristica….credo molto nell’equipe e anche nelle ambulanze infermieristiche che operano in base a protocolli…su problematiche semplici e protocollabili… Sul paziente critico serviamo entrambi. Poco tempo fa ho dovuto gestire un bambino di 8 mesi con uno stato di male epilettico…alla fine dopo aver tentato tutto…ho dovuto curarizzarlo e intubarlo…ero con un medico specializzando in Meu,un infermiere è un infermiere in affiancamento…c’è stato da fare per tutti…da solo non avrei portato a casa il risultato…nessuno dei due infermieri (preparatissimi) avrebbe voluto essere solo…e io neppure!

  6. a me sembra, che nell’emergenza territoriale, si sia applicato quello che Karl Jaspers riteneva “deleterio” “il principio di adattamento del sapere al livello inferiore”

  7. Credo si enfatizzi troppo l’iot che,personalmente,trovo una banalissima manovra che la pratica frequente in due anni si acquisisce.In parte concordo tutti e da infermiere ormai vecchio con esperienza quasi ventennale in anestesia (fortunatamente in un posto dove era valorizzata la figura) e quasi 10 al 118 vedo difetti in entrambi i lati…la differenza la fanno l’applicazione di imparare non o protocolli ma tutto quel resto che é enorme.Se si lavora solo per lo stipendio od i turni,fare il meno possibile tanto si ricovera in fretta o la responsabilità é del medico andiamo tutti poco lontano….specialmente il pz.
    PS…Fra,spero che il collega cui lo scorso giorno ho dato il cambio ti abbia beccato per darti i miei saluti.Ma se torni e non me lo dici non ti becchi un bel bisteccone.

  8. Nulla di nuovo sotto il sole.
    Dopo 21 anni la diatriba è sempre la stessa medico vs. infermiere vs. tecnico.
    Fin tanto che non usciremo dalla logica perversa del “questo è affar mio e non tuo” non ne usciremo mai,continueremo a vedere queste tristi scene quando nel resto del mondo ci stanno doppiando senza problemi.
    Serve il medico sul territorio?
    Certo,sicuramente,ma mirato e con mezzi specifici per poter lavorare al meglio.
    Ogni medico va bene? ma nemmeno per sogno,la mera laurea in medicina non è sinonimo di nulla,bisognerebbe staccarsi dalla logica che in strada va chiunque quando,giustamente,in sala di cardioch. ci va solo lo specialista….anche la strada merita il suo (discutiamo pure 10 anni se anestesisti o medici d’urgenza).
    Il medico sempre migliora il servizio? ma anche no,in piemonte raccogliamo i cocci di 20 anni di apertura a chiunque sul territorio,con personaggi imbarazzanti che hanno ,in primis,mai attuato la gestione a domicilio del paziente,inviando chiunque e in ogno occasione in DEA.
    L’infermiere da solo? va benissimo se fossimo tutti d’accordo su cosa fargli fare e come,invece a macchia di leopardo passiamo da chi fa fare protocolli ACLS rivisti e corretti per l’infermiere a chi al massimo fa posare un acceso venoso con fisiologica e nulla più…
    Nuove figure? lasciamo stare,sono sempre 20 anni che sento parlare di nuove figure e ancor amancano le basi legislative per inquadrare i soccorritori,prima di diventare una nuova Svizzera per l’extraospedaliero dovrebbero passare 100 anni.
    Annovero questa polemica nella oramai routinaria polemica annuale verso gli atti medico delegati,fino alla prossima,nel frattempo i nostri pazienti sperino di capitare nel posto giusto tra le mani giuste.

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