8
Lug
2015
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Noi, loro e la violenza. The Dark Side of the MEU (6a parte)

US-AND-THEM“Noi e loro.

Dopotutto, siamo solo uomini.”

Questo post potrebbe chiudersi così, con l’incipit della canzone più bella di The Dark Side of the Moon, l’album che ci fa da guida nel nostro viaggio nei lati oscuri della medicina d’emergenza. Us and them parla della violenza: la violenza nei rapporti con le altre persone, la violenza della guerra, la violenza come elemento onnipresente nella storia dell’uomo. La violenza ci accompagna sempre, e gli operatori di ogni pronto soccorso di qualsiasi parte del mondo la devono affrontare e gestire ogni giorno.
Quando parliamo di violenza in un pronto soccorso siamo portati a pensare solo alle aggressioni verso il personale: in realtà, se riflettiamo bene, osserviamo la violenza in situazioni piuttosto variegate, dal paziente tossicodipendente agitato, all’ubriaco che ci viene accompagnato in PS, all’adolescente in crisi psicotica che graffia e morde, al paziente con demenza che cerca, a suo modo, di difendersi. Questo tipo di violenza fa parte, innegabilmente, del nostro mestiere, al punto che un lavoro pubblicato qualche anno fa, proprio sulla violenza nei dipartimenti di emergenza, si intitolava “The dark side of the job: violence in the emergency department”, l’ennesimo richiamo ai lati oscuri della nostra professione che ritroviamo anche altrove. Ma se questo tipo di violenza fa parte del nostro lavoro, l’altra, quella rivolta contro di noi, non dovrebbe farne parte, e invece sta diventando drammaticamente comune.
Le aggressioni fisiche verso gli operatori di pronto soccorso (quasi sempre infermieri, che sono ancora più in prima linea nella prima linea di un PS) sono in aumento ma ancora più frequenti sono le minacce, le aggressioni verbali e le ingiurie da parte dei pazienti o dei familiari dei pazienti in attesa.
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Le cause sono innumerevoli, legate per lo più ai problemi di sovraffollamento delle nostre strutture, conseguenza di tagli nei servizi territoriali e nei posti letto ospedalieri di cui siamo testimoni incolpevoli: e così, da vittime a nostra volta di una situazione che ci complica il lavoro, risultiamo anche vittime dell’aggressività di persone che non comprendono esattamente la situazione.
Di tutti gli aspetti oscuri del nostro lavoro, quello della violenza contro il personale è forse quello che mi spaventa di più, perché non abbiamo strumenti per poterla fronteggiare. Quanti sono i pronti soccorsi, in Italia, che hanno un posto di polizia nelle ore notturne? o un sistema di vigilanza? Gli episodi di aggressione, come abbiamo visto, sono in costante aumento; e ancora più comune è la mancanza di rispetto, l’insulto, l’aggressione verbale, che quotidianamente osserviamo; e se, come abbiamo visto nel post precedente, possiamo sorvolare sull’assenza di gratitudine, questa costante esposizione ad una sottile e subdola forma di violenza contribuisce in modo molto marcato al burn-out, e all’allontamento di molti professionisti motivati da un lavoro bello, per quanto difficile, e al quale potrebbero dare molto.
Come risolvere la situazione? l’aggressività umana è un problema quanto meno complesso, e la sua crescita è connessa a numerosi fattori. Stephen Hawking, ad una domanda specifica sul destino dell’umanità, ha risposto proprio parlando della violenza:
“Gli uomini continuano ad essere stupidamente aggressivi: è la debolezza umana che vorrei fosse corretta. Potrebbe avere avuto un qualche vantaggio e aver garantito la sopravvivenza ai tempi delle caverne, quando l’uomo doveva procurarsi il cibo, difendere il proprio territorio, riprodursi. Ma ora l’aggressività rischia di distruggere tutti noi.”
E’, in fondo, quello che osserviamo nelle nostre strutture, ormai quotidianamente.
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Ma come possiamo contrastrare questo problema? Il Journal of Emergency Medicine ha pubblicato, un paio di anni fa, una review proprio su questo specifico argomento: “Workplace violence in emergency medicine: current knowledge and future directions”. Gli autori propongono alcune strategie e alcuni livelli di intervento possibili, che vengono sintetizzati in:
-) LIVELLO INDIVIDUALE: ossia l’addestramento del personale, tramite corsi specifici, a riconoscere tempestivamente e precocemente i segnali di potenziale aggressività da parte delle persone, riuscendo ad evitare l’escalation verso l’aggressione e imparando a gestire in modo non violento le varie situazioni;
-) LIVELLO STRUTTURALE: ossia gli interventi rivolti a migliorare la sicurezza “fisica” delle strutture di pronto soccorso, per permettere agli operatori di poter svolgere in piena sicurezza il loro lavoro. Tra i tanti sistemi indicati dagli autori della review (tra i quali i metal detector), l’unico in grado di modificare realmente la situazione sembra essere la presenza di personale adibito alla sicurezza, ben visibile nella struttura, e presente nelle 24 ore;
-) LIVELLO POLITICO-SOCIALE: mediante l’organizzazione di campagne di sensibilizzazione e di interazione con la società (un po’ come nella “Settimana Nazionale del Pronto Soccorso” organizzata dalla SIMEU), e lo sviluppo di una legislazione di tutela del personale sanitario per garantire una adeguata protezione della categoria, e per sviluppare una politica di “tolleranza zero” per ogni forma di aggressione, verbale o fisica, per gli operatori.
La figura sottostante sintetizza i livelli di intervento e le finalità dei singoli passi per migliorare la sicurezza delle nostre strutture.
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Il problema è reale, e le conseguenze sono davvero importanti per quanto riguarda l’induzione delle sindromi da burn out, di cui ci occuperemo in uno dei post conclusivi di questa serie. Però, come abbiamo scritto nell’incipit di queste righe, “dopotutto” siamo solo uomini. E curiamo altri uomini: solo una piccola minoranza dei nostri pazienti è responsabile di una qualche forma di violenza, e per quanto difficile, dobbiamo sforzarci di ricordare che la maggior parte dei nostri pazienti sono del tutto innocenti. Il comportamento di pochi non può condizionarci nei confronti dei molti che richiedono, in buona fede, una qualche forma di un nostro intervento.
Se a volte fatichiamo a tollerare gli aspetti negativi del nostro lavoro, e su tutti la violenza è uno degli aspetti più cupi e difficili, non dobbiamo mai dimentarci di tutti quelli belli e gratificanti, che sono sempre prevalenti; e che senza i professionisti dell’emergenza, il faro perderebbe il suo guardiano: e il paziente (non quello che ci aggredisce o che ci insulta, per il quale dobbiamo comunque tutelarci) perderebbe davvero un alleato importante in un sistema sanitario in profonda riorganizzazione.
Quando i dubbi sul nostro lavoro si fanno più forti, dovremmo guardare (o riguardare) questo video prodotto da Oren Krimchasky, medico del servizio Ferrara118, creato con interviste a colleghi, medici ed infermieri, e volontari, della rete d’emergenza ferrarese.

Il nostro lavoro è questo. Dopotutto, siamo uomini che devono assistere e curare altri uomini. E se dobbiamo fronteggiare molti aspetti negativi e qualche volta fronteggiare la violenza, il nostro lavoro è quello che viene descritto da tutte le persone intervistate nel video.
Il nostro lavoro è questo.
Per fortuna.

(to be continued)

 

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5 Commenti

  1. Andrea

    Ciao a tutti! Questa serie di post mi sta facendo riflettere sui vari punti di vista che non ho mai considerato di questa realtà, quale è quella della medicina d’urgenza… veramente molto interessanti! Premetto che non sono un professionista: sto tentando di accedere al corso di medicina all’università; ma sono sempre più affascinato da questa branca della medicina. E ne approfitto per chiedere a tutti voi, medici e infermieri, cosa vi abbia spinto a scegliere di lavorare in un ambiente quale è quello dei DEA? E non perché in altri reparti?

    Grazie a tutti e complimenti per l’al’articolo

    Andrea

    1. Grazie Andrea. La tua domanda è complessa, diciamo che questa serie di post è la mia risposta, e in particolare nel primo post della serie: per me è stato un caso, perché da internista qual ero non amavo il mondo dell’emergenza. Poi ho iniziato a lavorare in un pronto soccorso, e non ho più smesso, trovandomi a casa. Quindi posso risponderti spiegandoti cosa ho trovato nell’emergenza, e che non avevo mai considerato non conoscendola: un lavoro sempre nuovo e diverso, in cui mettersi in discussione ogni ora; un mondo in cui puoi “fare” in prima persona, e nel quale puoi dedicarti a qualsiasi aspetto o tecnica, imparando cose nuove; un lavoro in cui interagisci con molte persone, da cui impari sempre qualcosa; e un mondo in cui si affronta il malato come parte di una squadra, che inizia con l’infermiere del triage, e finisce con i colleghi e gli infermieri del pronto soccorso o della medicina d’emergenza.

  2. roberto

    grazie alessandro
    – come sempre i tuoi post sono illuminanti, specialmente le zone grigie dei nostri pensieri ed emozioni
    – come tu dici, il prof;tema e- reale, colpisce soprattutto gli infermieri, anche fisicamente, perché sono loro a gestire l`attesa del triage
    – proprio per questo credo che una delle soluzioni dl problema sia la formazione del personale sulla comunicazione (gestire l`ansia e l`aggressività` dell`attesa etc.)
    – credo pero` che la soluzione radicale, anche se molto piu` difficile, sia una diversa organizzazione dei nostri PS; prendendo esempio dal nord america, ma già` realizzati in Italia a Foggia e a Reggio Emilia, esistono dei sistemi di organizzazione che permettono di ridurre drasticamente l`attesa (nucleo triage avanza, RAZ Rapid Assessment Zone)
    – utilizzando risorse (infermieri e medici) e spazi, si cerca di visitare i malati appena dietro il triage in grandi spazi attrezza con poltrone, riducendo in modo drastico l`attesa
    – l`ultimo aspetto riguarda invece l’uomo: sono appassionato di tecnologia, ho abolito la carta, lavoro con le App etc. ma ho notato che non siamo più` capaci di aspettare …
    – sara` colpa di internet, dato che appena abbiamo un dubbio lo risolviamo in tempo reale con il nostro smartphone? oppure che siamo tutti ossessionati dall`efficienza? non lo so, il fatto e` che il rispetto per chi lavora e’ crollato e il nostro ne e’ un esempio perfetto
    – quello che possiamo fare subito e’ lavorare su di noi e tra di noi, per esempio partendo da Robin Youngson che cerca di capire come vivere felici lavorando in ospedale …

    biblio
    Michael J Bullard. The role of a rapid assessment zone/pod on reducing overcrowding in emergency departments: a systematic review. Emerg Med J 2012;29:372-378
    Robin Youngson. TIME TO CARE – How to love your patients and your job (www.amazon.com/TIME-CARE-love-your-patients-ebook/dp/B0089U03NM/ref=sr_1_1_twi_2_kin?ie=UTF8&qid=1436653507&sr=8-1&keywords=time+to+care)

    1. Grazie Roberto, del tuo commento (che vale un post) e degli apprezzamenti. Il problema dell’attesa è davvero buffo: siamo in una società rapidissima, con possibilità di accesso a servizi e informazioni in tempo reale, di raggiungere in poche ore città e paesi lontani… eppure hai ragione, non sappiamo più attendere.
      L’organizzazione è davvero essenziale, grazie degli spunti!

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