20
Dic
2018
25
sufference

Oltre il dolore…

Nel nostro lavoro siamo abituati ad avere a che fare continuamente con il dolore e la sofferenza delle persone di cui ci prendiamo cura.

Negli anni, ognuno in modo diverso, si è costruito una specie di corazza per evitare di essere coinvolto troppo dal punto di vista emotivo, per continuare a fare al meglio il proprio lavoro.

Essere empatici senza soccombere alla sofferenza degli altri è tutt’altro che semplice.

Cosa succede poi quando, essendo parte di una comunità, dobbiamo fronteggiare una maxiemergenza in cui i feriti sono i nostri parenti, gli amici, i vicini di casa o i compagni di scuola dei nostri figli?

Parlarne e scriverne penso faccia bene a tutti.

Per questo motivo pubblichiamo volentieri l’articolo che ci inviato di Sonia Maurizi medico al pronto soccorso di Senigallia dove sono stati trattati oltre 80 feriti di cui 7 codici rossi dopo la tragedia di Corinaldo

Corinaldo: ospedale di Senigallia

Ho sempre avuto problemi con la mia autostima; non ne ho mai avuta abbastanza per affrontare certe situazioni che finiscono sempre col lasciarmi ferite aperte, e che ancora oggi, nonostante l’azione parzialmente risanatrice del tempo, spesso sanguinano.

Ogni volta le medico, ci metto un cerotto e vado avanti cercando di non pensare al dolore… Dolore… Un sentimento che nessuno mai vorrebbe provare, perché è quasi sempre legato al doversi distaccare da qualcuno che amiamo.

Quando da bambina mi rubavano la mia bambola preferita provavo dolore e il desiderio di riaverla tra le mie braccia; e questa perdita, seppur effimera, già generava in me dolore e quasi sempre un copioso pianto inconsolabile. Da quel primo distacco d’una bimba dalla sua bambola compresi quanto io potessi tenere a qualcosa e di conseguenza, a qualcuno.

Potete immaginare, quando morì tragicamente un mio compagno di scuola a soli undici anni.

Quel giorno, provai un dolore mille volte maggiore e mi arrabbiai moltissimo, ma non capivo con chi dovessi prendermela, perché nessuno, può ridarti un amico perduto in quel modo.

Compresi allora che era una cosa chiamata vita, che regolava la mia esistenza e quella di chi amavo, e decisi che andava preservata tanto da convincermi a diventare un medico.

Da quell’esperienza ho studiato tanto per indossare quel camice bianco e quel fonendoscopio.

Tante persone mi sono passate tra le mani, altrettante mi hanno trapassato il cuore.

Poi arriva la notte che non ti aspetti, una telefonata che ti cambia le priorità; perché capisci che le vite da preservare sono tante e giovani e devi fare di tutto perché possano ritornare tra le braccia dei loro genitori.

Non sai se sarai all’altezza, ma abbassi la testa e cominci. Sei lì, in mezzo tra quelle facce incoscienti e sibilanti, tra tubi, accessi venosi, ecografi e respiratori.

Nel volto dei tuoi collaboratori la tensione e il dispiacere per un evento così drammatico si mescolano alla freddezza e alla forza di voler aiutare quanto più bene e rapidamente possibile; nei volti dormienti di quei ragazzi intubati la paura abbraccia l’idea di potercela ancora fare, con l ‘ inconsapevolezza che al risveglio, perché ci sarà un risveglio, qualche caro amico di scuola di cui si dava per scontata l’immortalità, adesso non c’è più.

I più gravi ripartono tutti, intubati, sedati in un sonno obbligato, verso l’ospedale maggiore e mentre ad uno ad uno se ne vanno, lasciano un vuoto fisico e spirituale, in quella sala emergenza oramai disordinata, che pian piano si svuota anche delle altre persone, delle tante parole e delle ultime forze.

È l’alba e non te ne sei accorta, arriva il cambio, che si fa strada tra le barelle e le carrozzine in attesa, piene di ragazzi che guardano il vuoto smarriti nella paura, con al loro fianco genitori attoniti che guardano increduli quel figlio che si è fortunatamente salvato ma che poteva fatalmente trovarsi tra chi purtroppo non ce l’ha fatta.

Tanta gente e tanto silenzio tra quelle stanze del pronto soccorso in un atmosfera quasi surreale.

Guardi in faccia i tuoi collaboratori. Nessuno parla. Qualcuno ti abbraccia. Qualcuno ti passa una mano sulla spalla come per svegliarti da quello che vorresti fosse un incubo ma che invece è tutta realtà.

Dai le consegne con le poche parole stanche che ti escono dalla mente. Ti cambi, metti gli abiti civili che nemmeno ti sembrano i tuoi ed esci dallo studio, ma una parte di te rimane lì… ci lasci l’anima, ci lasci il cuore, ci lasci parte di te stessa convinta che non riuscirai a dormire all’indomani.

Ti senti vuota, come dopo un uragano che ti abbandona, senza forze in mezzo ad un campo, tra le macerie.

Timbri l’ uscita. La vita normale ti aspetta in uno smonto-notte che non sarà mai come gli altri con una te stessa che non sarà mai più la stessa di prima.

C’è molto in letteratura sulla psicologia dell’emergenza.

Oggi pero fermiamoci un attimo a riflettere e a condividere emozioni e sentimenti che penso siano propri di tutti noi.

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