domenica 25 Settembre 2022

Pagare di più, o pagare il giusto? The wall, 3a parte

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Oggi parliamo di soldi.

E’ un argomento complesso, anche poco elegante visto che fino ad oggi abbiamo parlato di aspetti ben più nobili del nostro lavoro (identità, coraggio, temperanza) ma è una questione che dobbiamo affrontare perché, lo abbiamo detto, il nostro altro non è che un lavoro.

Non una missione, non siamo eroi.

Svolgiamo un lavoro, e questo lavoro prevede un compenso.

Quindi,  se vogliamo conoscere tutti i mattoni del muro che si sta chiudendo intorno ai professionisti dell’emergenza-urgenza, dobbiamo parlare anche di soldi.

“All in all it’s just another brick in the wall”, un altro mattone del muro, e quindi continuamo con The Wall, l’album che ci fa da guida in questo viaggio.

E i soldi lo sono davvero, un altro mattone del muro: del resto, Groucho Marx diceva che “Nella vita ci sono cose ben più importanti del denaro. Il guaio è che ci vogliono i soldi per comprarle”.

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In che modo, la questione dello stipendio può contribuire alla chiusura del muro?

L’argomento è davvero complesso, e probabilmente non è neppure quello più rilevante, tra tutti i problemi che abbiamo affrontato e che affronteremo. Lo vedremo meglio dopo, ma un’opinione piuttosto diffusa afferma che lo stipendio è l’ultimo dei nostri problemi: dateci un pronto soccorso con gli accessi giusti, dove poter lavorare facendo la vera medicina d’emergenza, dateci dei posti letto adeguati da risolvere ed eliminare il problema del boarding, e lo stipendio può rimanere come è…

…e vissero tutti felici e contenti.

meu, stipendio

Vero, ma la questione dello stipendio è comunque importante, e merita qualche considerazione in più.

Per iniziare, il nostro stipendio è adeguato a quello che facciamo, alle sue responsabilità, ai rischi che corriamo ed al carico di lavoro che sopportiamo? senza voler fare confronti con nessuno, ma il nostro lavoro rappresenta davvero qualcosa di unico e non confrontabile con altri sanitari del servizio sanitario nazionale, e da questo punto dovremmo partire:

  • è un lavoro rischioso, con un carico cognitivo davvero notevole: quante sono le decisioni che dobbiamo prendere in un turno? per ogni singolo paziente, ci chiediamo che cosa possa avere, quali sintomi o segni possano nascondere qualche insidia, quali elementi possono peggiorare, quali esami chiedere, se chiedere un accertamento più invasivo, quale terapia somministrare, se può essere dimesso, e se deve essere ricoverato, dove ricoverarlo… e questo avviene mentre affrontiamo altri problemi, logistici e burocratici, interagiamo con altri colleghi o magari con la polizia per un paziente agitato o violento, e avviene in contemporanea per più pazienti, giorno dopo giorno, per diverse migliaia di pazienti ogni anno per ciascun medico di pronto soccorso – e parlo di medico, ma in realtà dobbiamo inserire anche gli infermieri dell’emergenza-urgenza, perché il triage non è da meno, parlando di carico cognitivo;
  • è un lavoro pesante, perché comporta un grande numero di notti e di turni festivi ogni mese, e con un grande numero di pazienti da visitare ogni volta, spesso in condizioni di crisi per il sovraffollamento ed il boarding;
  • è un lavoro pericoloso, perché svolto in contesti d’urgenza, con pazienti agitati, parenti spaventati o sotto pressione, e svolto sulla prima linea dell’ospedale o sul territorio, esponendoci ad aggressioni di ogni tipo, come più volte osservato, e come abbiamo trattato in questo post
  • è un lavoro che ci espone a rischi infettivi, noti e non noti, come abbiamo osservato in questi anni di pandemia.

Lo stipendio è adeguato per tutto questo, soprattutto se è del tutto sovrapponibile a chi svolge la propria attività in una degenza, o in un ambulatorio, e quindi con un contesto del tutto differente?

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E se non è adeguato – sia detto per inciso – non permette neppure integrazioni con attività libero professionali, quindi quello è e quello rimane.

La questione dello stipendio assume importanza anche in relazione al difficile se non impossibile cambio di destinazione negli anni, anche se la attuale riforma delle equipollenze ha introdotto un elemento nuovo:  le cose forse cambieranno, ma ad oggi non ci sono ambulatori dove svolgere una attività meno impegnativa, e non è quasi mai possibile ipotizzare una riduzione o una sospensione dei turni notturni o festivi, fino alla fine della carriera.

Allo stato attuale, come abbiamo detto la retribuzione è quasi del tutto sovrapponibile a quella degli altri medici ed infermieri del Servizio Sanitario e Nazionale, perchè il contratto è collettivo e non prevede differenze o correttivi. Si potrebbe lavorare su integrazioni, indennità, e altri elementi – ma non è questo l’argomento del post.

Vogliamo parlare di muri che si chiudono intorno al pronto Soccorso, e davvero lo stipendio non adeguato può essere un motivo per abbandonare questo lavoro?

cosa ci dice la letteratura?

Darbyshire et al, hanno pubblicato una review che analizza le strategie per favorire la ritenzione del personale medico nell’emergenza, ma le conclusioni sono tutt’altro che univoche, e del resto la questione è spinosa e complessa.

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Gli studi sul quitting (gli abbandoni) e le analisi sulle criticità del lavoro dei medici e degli infermieri dell’emergenza, invece, puntano il dito contro lo stress, non contro lo stipendio inadeguato: dobbiamo sottolineare però un bias di fondo, perché i lavori provengono per lo più dalla letteratura statunitense, e pertanto i dati economici non sono confrontabili. I medici e gli infermieri italiani hanno gli stipendi più bassi d’Europa in generale, e quando si parla di emergenza dobbiamo tenerne conto.

Philips, in un testo del 2004 non dedicato alla medicina d’emergenza, scrive che a fronte di stipendi più adeguati gli abbandoni sono generalmente inferiori, ma conclude affermando che la relazione tra salario e abbandono è molto complessa e molto lontana dall’essere lineare o prevedibile. Relazione che diventa oltre modo articolata nell’ambito dell’emergenza, in cui il burn out è sempre possibile e con esso l’abbandono.

Burn Out? Ancora?

ne abbiamo parlato, e non ci stancheremo di ripeterlo: è un termine quanto meno errato, perché analizzando le varie tappe del viaggio nei lati oscuri della nostra professione, e i vari mattoni del muro che si sta chiudendo intorno a noi, ci rendiamo ben conto che non è lo stress del nostro lavoro a costringerci all’abbandono, ma l’impossibilità a svolgerlo in modo adeguato a cause di sovraffollamento, boarding ed altri problemi che ci avvelenano.

Quindi, anche il problema dello stipendio deve essere inquadrato in questo particolare contesto:

nessuno stipendio al mondo può costringerci a svolgere un lavoro così lontano da quello che dovrebbe essere, e così avvelenato da problematiche e carenze di tutto il sistema sanitario da renderlo insostenibile. A fronte di qualsiasi aumento (che peraltro sarebbe corretto e giusto), se i problemi non si risolvono ed il lavoro rimane invariato, gli abbandoni dai pronto soccorso o le fughe dalla specializzazione continueranno.

Però la questione “soldi” è comunque importante, e saremmo stolti a non tenerne conto. “I soldi non fanno la felicità, dicono. Senza dubbio stanno parlando dei soldi degli altri” scriveva Sacha Guitry.

E lo stesso Troisi, ci ricorda l’importanza di una paga adeguata, per evitare problemi.

Più che un salario adeguato, però, viene posta l’attenzione sull’equità del trattamento ricevuto, e questo è davvero un punto fondamentale.

Quindi, se da un lato un compenso adeguato alla complessità del lavoro svolto è un requisito essenziale perchè recepito come equo, dall’altro il lavoro deve essere percepito come giusto rispetto al contesto e alle proprie competenze: un lavoro diverso e aggravato da mille problemi non potrà mai avere un compenso sufficientemente adeguato per farlo accettare, e gli abbandoni proseguiranno. Ed il muro si chiuderà.

Ma da qualche parte si deve pur iniziare, e se lo stipendio “è solo un altro mattone del muro” si può iniziare da qui:

uno stipendio migliore per medici ed infermieri dell’emergenza-urgenza porterà forse a maggiori adesioni a questa carriera, e maggiori adesioni condurranno a condizioni migliori nei turni ed organici più adeguati, e quindi a minor burn out per gli altri. E quindi, la questione “stipendio” può essere vista come un primo passo per iniziare una serie di reazioni virtuose che porteranno ad una inversione della tendenza. Un primo passo, che però non può né deve essere l’unico, altrimenti il muro si chiuderà definitivamente.

Se il problema dello stipendio per i professionisti dell’emergenza-urgenza è dunque un grande problema, non dobbiamo dimenticare che “dentro un grande problema, ce ne è uno più piccolo che sta lottando per venire fuori”.

Ecco, non è facile essere ottimisti…

Alessandro Riccardi
Alessandro Riccardi
Specialista in Medicina Interna, lavora presso la Medicina d’Emergenza – Pronto Soccorso dell’Ospedale San Paolo di Savona. Appassionato di ecografia clinica, è istruttore per la SIMEU in questa disciplina, ed è responsabile della Struttura di Ecografia Clinica d’Urgenza . Fa parte della faculty SIMEU del corso Sedazione-Analgesia in Urgenza. @dott_riccardi

6 Commenti

  1. Punto molto importante della questione. Ovviamente le sue sono domande retoriche. La risposta la sappiamo. Il sistema sanitario quando assume un medico MEU gli richiede competenze che, per adottare similitudini artistiche, fanno di lui un Van gogh ma e’ disposto a spendere per il suo stipendio come se andasse a comprare una cornice vuota Ikea. Troppo comodo. Troppo ipocrita. L’artificiere si fa pagar bene per andare a mettere le mani sugli ordigni da neutralizzare, nessuno gli dice “…ma la tua dovrebbe essere una vocazione…”. #diamoilgiustovaloreallecose

    • Ottima metafora!! Ribadisco quanto espresso nel post. Lo stipendio deve essere ovviamente adeguato, ma il lavoro deve essere quello dell’artificiere. Se non è giusto pagare poco un professionista altamente qualificato che fa un lavoro rischioso, non è neanche giusto far fare ad un artificiere un lavoro in cui svolge attività gravose di routine e, nel mezzo, ogni tanto, disinnesca una bomba. Finisce che abbandona il lavoro, indipendentemente dalla paga

  2. “Giuda avrà avuto una ragione per fare una cosa del genere no?!” “Eh no per soldi!” “E’ non è una ragione?! Bastava farlo nascere ricco e si evitava tutta questa storia!”

    UN GRANDE!

    • Sai che sono affezionato a questo video, da quando è un caposaldo del sau nella tua lezione. Troisi è un Maestro, e in questa scena è inarrivabile

  3. La mia opinione
    – Non penso che i medici guadagnino poco. Soprattutto tenendo conto di una serie di fattori che per brevità riassumerei nel concetto (antipatico) di “posto fisso”.
    – Non penso che un MEU debba essere pagato più di altri specialisti. Non è il tipo di lavoro il problema , ma le condizioni in cui si svolge e sono queste a dover essere cambiate.
    – La mancanza (nei fatti) della libera professione attualmente viene in parte compensata dai “gettoni”.
    – Il disagio di certi turni deve trovare un compenso (anche economico). Questo già avviene, ma non in maniera a parer mio, sufficiente. I fondi da cui prendere sono limitati, dare di più a qualcuno significa togliere ad altri. Quindi in contrattazione (sia centrale che aziendale) avremmo bisogno di sostenitori, ma chi?
    – Mi pare ci sia anche troppo autoreferenzialità nel giudicare il nostro lavoro. Attualmente nei Pronto Soccorso (perché di PS e non di MECAU che ormai dobbiamo parlare) il personale è mediamente poco qualificato sia a livello medico che infermieristico.

    Grazie per i tuoi post sempre arricchenti e stimolanti.

    • Grazie del commento!
      Sollevi questioni interessanti, e vorrei darea mia opinione.
      1) sul guadagnare poco o tanto, è corretto ma intanto si parla anche di infermieri… E poi, il concetto di “stipendio adeguato” dovrebbe essere messo in relazione a tanti fattori, in primis il confronto in Europa.
      2) sui gettoni, vero anche questo, ma il gettone è un vantaggio che diventa poi una sorta di “cappio” da cui non si riesce ad uscire. In pratica, vendi il tuo tempo libero per avere uno stipendio che dovresti avere di base;
      3) sulla questione di contrattazione, vero anche questo, ma una soluzione deve essere trovata, perché deve essere riconosciuto il carattere unico del nostro lavoro;
      4) sull’ultimo punto, vero anche questo. Dobbiamo essere più intransigenti sugli standard di qualità offerta. Ma non pensi che uno stipendio migliore, insieme ad una maggiore selezione, possa portare ad una migliore scelta del personale?

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