15
Ott
2020
pandemia, covid-19, complottismo

Pandemia e infodemia. L’emergenza più grave

Infodemia, covid-19
La pandemia dal nuovo Coronavirus ci ha cambiato la vita, ha causato danni e decessi, eppure ancora è nulla in confronto ai danni che l’infodemia può causare, adesso ed in futuro.

Cosa è l’infodemia?
Lo vedremo tra poco, ora permettetemi una piccola disgressione.

Ricordate la fase degli eroi? quando ci osannavano, ci consegnavano le pizze e le torte in Pronto Soccorso? quando le persone cantavano dalle finestre?

Mi irritava, per svariati motivi.

Il primo, perché non eravamo, né lo siamo, eroi, ma professionisti che svolgono il loro lavoro (ne ha parlato bene Fabio De Iaco, nel suo post).

Il secondo, perché sapevo da dove partivamo: dagli insulti, dalla violenza contro di noi, dalle accuse, che poi è uno degli aspetti oscuri del nostro lavoro…

E quindi il terzo motivo: perché a quel clima saremmo ritornati, era indubitabile.

Mi sbagliavo.

Quel clima è addirittura peggiorato, perché ora ci accusano di errori di gestione della pandemia e dei malati, errori nelle terapie, errori di diagnosi, e peggio di tutto, di malafede, di collusione con chi vuole creare una falsa situazione di pericolo.

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Io sono in seria difficoltà perché mi sento disarmato di fronte a tutto questo.

Cosa possiamo rispondere ai negazionisti?

coloro che, sistematicamente negano la gravità della situazione? che ripetono che l’infezione che causa la COVID-19 sia poco più di un’influenza? noi che abbiamo visto gli effetti di questa “influenza”, gli ospedali pieni di persone con fame d’aria, i malati che morivano da soli senza parenti? i colleghi e gli amici malati, i quasi 300 sanitari deceduti in tre mesi, come possiamo mantenere la calma di fronte a qualcuno che nega tutto questo, senza averne esperienza e che, gentilmente, può esser definito un “cretino”?

E come possiamo contrastare le false notizie, i fatti non provati che si diffondono alla velocità della luce grazie al web 2.0 e ai social?

I rimedi “casalinghi” per la COVID-19 sono stati disparati, alcuni hanno causato anche dei decessi – e ricordiamo il caso di Trump, quando consigliava di assumere disinfettanti a base di cloro per combattere l’infezione.

E ancora, come rispondere alle accuse?

quante volte abbiamo letto sui social “avete sbagliato protocolli”, come se una malattia del tutto nuova fosse comparsa con il suo bel manualetto di istruzioni per poterla curare al meglio…

Tutti questi aspetti sono una diretta e nefasta conseguenza dell’infodemia.

E allora, di nuovo, cosa è una infodemia?

Leggiamo la definizione della Treccani: “Circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili”.

Ecco, è tutto qui.

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La circolazione incontrollata di informazioni, in grande quantità, la maggior parte non verificate, se non false o create ad arte, che espongono tutti ad informazioni contrastanti.

Anche le informazioni sanitarie contribuiscono all’infodemia, e abbiamo già accennato ai rischi della situazione di urgenza, che ha allentato i controlli sulle pubblicazioni e ha fatto circolare articoli ancora non accettati ma che creavamo movimenti di opinione.

Noi siamo sanitari, dovremmo riuscire a valutare la qualità di una informazione scientifica, ed essere consapevoli di gestire una situazione con una BET, ossia la Best Evidence at the Time, quindi informazioni che devono essere valutate, rivalutate, aggiornate di volta in volta.

Ma un laico? risulta del tutto indifeso e non riesce a trovare una strada.

L’infodemia, come termine, nasce nei primi anni 2000, coniato da Gunther Eysenbach (WHO). Ogni qual volta una situazione sanitaria acquista una dimensione considerevole, l’ondata infodemica cresce e diventa un problema, più virale e infettiva della stessa malattia che l’ha generata. E’ stata vista con la prima SARS, con lo Zika Virus, con Ebola, con l’HIV.

E ogni infodemia che si rispetti sfocia nel complottismo.

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Una “perla” complottista

Esistono ottimi testi che trattano le cause del complottismo: una delle spiegazioni è che il complottismo sia una via facile, perché inquadra in una teoria unificante le complessità della realtà. Unificando vari aspetti, e modificandoli secondo le proprie opinioni (l’esatto contrario del metodo scientifico), il complottista diventa “imbattibile” su un piano dialettico, perché saprà sempre trovare la spiegazione che rinforza la sua teoria.

Il problema? che il complottismo diventa cattivo, e porta a reazioni di violenza: per Ebola ci sono stati attacchi alle equipe mediche, per esempio, ma non solo.

I risultati sono evidenti, e riguardano tutti noi.

Conducono a comportamenti pericolosi che minano la salute pubblica: il rifiuto violento, cattivo ad indossare le mascherine, per esempio, ma anche all’aggressività verso gli operatori.

Quali soluzioni possiamo mettere in campo per combattere una infodemia?

E’ una guerra difficile, ma deve essere combattuta perchè le conseguenze possono essere davvero molto gravi.

La soluzione più potente, ed efficace, è culturale. Diffondere una cultura solida, soprattutto per quanto riguarda i nuovi mezzi informativi, è essenziale: con i social, ogni utente è sia fruitore della notizia, sia editore nel momento in cui la condivide. La cultura e la competenza sull’attendibilità e la validità di una fonte sono essenziali, ma questa soluzione richiede molto tempo.

Ne esiste una, immediata, che però non amo: l’utilizzo di strumenti informatici per “filtrare” le notizie non validate, i siti non attendibili, le fonti falsificate. Sono strumenti potenti ed efficaci, ma entrano ampiamente nella censura. Chi stabilisce se una notizia è attendibile o no? e se lo stesso strumento venisse utilizzato da chi nega il problema COVID-19 per propri interessi politici?

La censura non è mai una soluzione, e l’utente dovrebbe poter possedere i mezzi per valutare e giudicare con la propria cultura ed esperienza.

Quindi, apparentemente non abbiamo soluzioni?

No, esiste una soluzione che è di immediata applicazione e di duratura efficacia: la comunicazione, e la comunicazione scientifica in particolare.

Come deve essere condotta, una comunicazione efficace? in modo empatico e diversificato. Lo stile deve essere costantemente ricalibrato a seconda del contesto e degli ascoltatori: e rivedere una strategia aggressiva (nel gergo dei Social si definisce “da blastatore”) che crea entusiasmo nei propri sostenitori ma cristallizza le posizioni avverse senza portare a nessuna mediazione o apertura.

E’ stata ipotizzato un modello della comunicazione, pensata come una torta nuziale a più piani, con il vertice (che da origine alle notizie) costituito dalla scienza; il gradino successivo, più ampio, è costituito dai professionisti e poi, più in basso dai mezzi di comunicazione, per arrivare agli utenti e ai social media.

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Ogni passaggio di informazioni deve essere accurato e preciso, e adeguatamente “tradotto” tra un piano all’altro perché un errore porta a conseguenze impreviste e dannose.

Una comunicazione scientifica non può arrivare al piano più basso (i social) senza adeguata traduzione, e i livelli intermedi devono essere in grado di gestire questo flusso di dati.

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Noi sanitari siamo il punto più vicino alla fonte scientifica originaria, e quindi noi dobbiamo essere in grado di modulare la comunicazione.

Quando il WHO ha erroneamente posto un alert sui FANS nei malati con COVID-19, il flame di notizie che si è generato ha portato al pubblico la falsa notizia che i FANS fossero pericolosi: e questa onda lunga è proseguita per mesi. Lo stesso è accaduto quando si è diffusa la falsa notizia della pericolosità degli ACE inibitori in questi malati, di cui ci siamo occupati in due post in precedenza. La comunicazione scientifica deve essere gestita, a partire dagli anelli più alti, e non si dovrebbe permettere che sia la parte più bassa e lontana dalla fonte originaria (i social media e gli utenti) a condurre il gioco.

Marshall McLuhan in un’intervista ha detto “Le società sono sempre state modellate più dal tipo dei media con cui gli uomini comunicano che dal contenuto della comunicazione.”

Se questa affermazione è vera, le nostre prospettive sono drammatiche se permetteremo ai Social Media di gestire ancora la comunicazione e l’informazione.

Noi professionisti, medici ed infermieri, dobbiamo gestire la nostra comunicazione, ed essere in grado di evitare molti errori.

La nostra comunicazione deve essere accurata e precisa, calma, adeguata al contesto, e cauta.

Questo è un punto essenziale: ricordiamoci quello che afferma David Rand: “Contenuti evocativi dal punto di vista emozionale rendono le persone meno accorte. Quando le persone si affidano all’intuito e alle emozioni è più probabile che credano ad affermazioni false”.

La nostra comunicazione deve tenere conto di questo elemento, che è molto importante.

Cosa ci ha svelato, la prima ondata della pandemia?

qualcosa di antico come il mondo: più che ai fatti, le persone sono sensibili alle storie. E quindi le storie possono aiutarci a veicolare i fatti, ma sempre secondo una comunicazione adeguata e “tradotta” tra i differenti piani della torta.

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Quindi abbiamo precise responsabilità comunicative, anche sui social, ma di questo se ne è già occupato Sossio Serra in un altro post, che invito tutti a leggere (o rileggere).

Se non si corre ai ripari e si interviene su più livelli (culturali, legislativi, informatici) le conseguenze possono essere molto preoccupanti. E dobbiamo imparare a gestire i social media, la principale fonte degli attuali guai.

Se Quino, appena scomparso, scriveva che “I giornali inventano la metà di quello che dicono… se poi ci aggiungi che non scrivono la metà di quel che succede, ne consegue che i giornali non esistono”, come potrebbe definire un mezzo di comunicazione che è diventato un canale preferenziale per notizie e fatti del tutto falsati ed inventati?

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Noi sanitari, però, abbiamo la possibilità di contrastare l’infodemia: con adeguata cultura, e con competenza metodologica, sapendo leggere e interpretare le varie fonti scientifiche con cui entriamo in contatto, ed evitare di condividere informazioni non ancora validate, e imparare a “tradurre”, ossia comunicare in modo adeguato, corretto e competente, queste stesse informazioni.

BIBLIOGRAFIA

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PS: la situazione è comunque più problematica e complessa.

Proprio adesso, che stiamo osservando un brusco aumento dei casi e dei malati gravi, che vediamo riaprire (e riempirsi) i reparti COVID, che ri-vediamo amici e colleghi infettarsi, su Internet molti utenti ci spiegano che non è vero, che il virus è clinicamente morto, che è tutto finto. La tentazione di rispondere a tutti, a reagire è forte, ma non ne vale la pena. Intanto perché stiamo osservando solo una piccola percentuale di persone e questo ci crea una percezione sbagliata; ma soprattutto perché non serve a nulla.

Però il problema è reale: l’infodemia deve essere arginata. E deve essere arginato lo strapotere dei social, perchè valorizzano e danno importanza a chi, un tempo, avrebbe vaneggiato in un bar. Oggi riesce a creare movimenti di opinione. Ma di questo non è l’oggetto di questo post.

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