lunedì 25 Gennaio 2021

Pensieri di fine anno

Marco Garrone

C’è una frase, che la mia memoria ascrive, in maniera probabilmente erronea, al Dalai Lama ma che magari è di George Washington o di Che Guevara o di Snoop Dogg, che suona più o meno così “quando perdi, almeno non perdere la lezione”. Come a dire che in ogni avvento avverso c’è, come minimo, da trarre un monito prezioso per il futuro.

Circa un anno fa ci si è presentato il Coronavirus ed in quella scomposta e massacrante emergenza, sempre grazie al virus, ci sono anche presentate delle occasioni.

Occasioni, per noi sanitari, di riprenderci una prassi ultimamente negletta, quello di chi di fronte ad una malattia nuova prova, studia, ragiona.

Di trovarci in un ruolo sociale stimato e riconosciuto, con i tributi dai balconi e nei disegni dei bambini, nei cibi omaggiati e nei ringraziamenti espliciti e spontanei.

Di riscoprire la dura realtà della nostra limitatezza ed impotenza, di fronte ad una malattia per cui non avevamo e non abbiamo cura.

Di ritrovarci fragili e paurosi, spaventati, a lutto, per il timore di infettarci, di infettare, di aggravarci e di morire, dopo aver perso amici e colleghi.

E’ stata l’occasione per una relazione di cura che esulasse dalle pressioni – sempre indebite – del mercato, dalle gerarchie consolidate e sclerotiche, dalle partigianerie inconcludenti.

E’ stata l’occasione di solidarietà sovranazionale, sopra le categorie abituali del conflitto quotidiano.

E’ stata l’occasione di informazione trasversale, di un networking entusiasta, di un aggiornamento febbrile.

E’ stata l’occasione di una alleanza sociale senza una guerra in corso, a dispetto della retorica bolsa che ci voleva eroi combattenti di un conflitto inesistente.

Andate a (ri)vedervi il film Fuori era primavera, di Salvatores e capirete senza bisogno di mie parole.


Oggi, come un vecchio incantucciato ripenso ai primi giorni della pandemia (che allora proprio pandemia non era ancora) con malinconia: penso a quanto di quel fervore, di quel sacrificio, di quella energia individuale e sociale è stata scialacquata sull’altare dei tornaconto personali, dei narcisismi compulsivi, degli interessi di bottega, dalla coazione al comando e dalla pulsione al trionfalismo di piccoli gerarchi renitenti all’esercizio del dubbio.

Penso a quanti potranno avere ancora fiducia in una medicina che ha sfornato virologi da telecamera che hanno cambiato idea ventisei volte sempre sostenendo di aver tenuto la barra dritta.

Penso alla qualità criminosamente bassa di molti articoli pubblicati, che ha sancito lo stato di coma depassè del peer reviewing e degli editors delle publicazioni scientifiche. Ma come faremo a fidarci ancora anche delle testate una volta prestigiose?

Penso agli antivaccinisti che, dopo un terribile assaggio di cos’è un mondo senza vaccini, sono tornati più virulenti (pun intended, dicono gli inglesi) che mai e che godono ancora dell’attenzione dei media.

Guardo le relazioni umane sul posto di lavoro e non ne percepisco migliorata neanche una. Guardo le figure di comando e mi ritorna in mente il distico shakespeariano ” The insolence of office, and the spurns – That patient merit of th’unworthy takes” ( l’insolenza delle cariche ufficiali, e il disprezzo che il merito paziente riceve dagli indegni).

E già che sono in vena di citazioni dotte mi viene di rileggere una lirica di Montale, scritta guarda caso nello scoramento subito dopo la 2a Guerra mondiale e scoprire che descrive così bene la nostra situazione odierna.
E’ “Piccolo Testamento”
“Questo che a notte balugin
nella calotta del mio pensiero,
traccia madreperlacea di lumaca
o smeriglio di vetro calpestato,
non è lume di chiesa o d’officina
che alimenti
chierico rosso, o nero.
Solo quest’iride posso
lasciarti a testimonianza
d’una fede che fu combattuta,
d’una speranza che bruciò più lenta
di un duro ceppo nel focolare.
Conservane la cipria nello specchietto
quando spenta ogni lampada
la sardana si farà infernale
….
Non è un’eredità, un portafortuna
che può reggere all’urto dei monsoni
sul fil di ragno della memoria ,
ma una storia non dura che nella cenere
e persistenza è solo l’estinzione.
….
Ognuno riconosce i suoi: l’orgoglio
non era fuga, l’umiltà non era
vile, il tenue bagliore strofinato
laggiù non era quello di un fiammifero”

Dobbiamo rassegnarci, abbiamo perso la lezione. Quanti altri virus ci vorranno prima che riusciamo a cambiare veramente le cose?
The answer, my friend, is blowing in the wind, direbbe Bob Dylan.

Rispondi a Marco @drmarcogarrone

Maverick

Un anno vissuto in volo rovesciato. Covid, post covid, poi di nuovo covid e ora forse in pausa aperitivo. Un anno in cui spesso l’unica certezza -forse- era che a ciascuna notte sarebbe seguita una nuova alba e un nuovo giorno.

Un anno in cui ho chiuso e riaperto due PS, per richiuderne uno.

Un anno in cui dal nulla -e non è retorica- sono nati due reparti di medicina d’urgenza.

Un anno di: “Fa di me ciò che vuoi per i turni, lasciami solo questo sabato pomeriggio; avevo promesso a mio figlio una festa di compleanno, la festa non si fa ma ci devo essere. Ha 11 anni, lui il covid non lo capisce…” (fine febbraio 2020, impossibilità a coprire i turni, tutti i medici in quarantena). Ho pianto.

“Ho visto -come quasi tutti voi- cose che gli altri umani non possono nemmeno immaginare: medici d’urgenza quasi senza protezioni che senza risparmio si prendevano cura dei malati sospetti/positivi.

Infermieri di DEA/PS e di medicina d’urgenza che piangevano per la morte di un paziente solo, i familiari a casa.

Ho visto medici d’urgenza dimenticarsi di orari di servizio, riposi, ferie, chiedermi di lavorare di più, oltre ogni limite consentito dalle umane forze, per gestire quanti più malati possibili e contestarmi duramente quando ho detto loro: NO!”.

Oggi Roy Batty personaggio fantastico di Blade Runner, osservatore di questo distopica realtà, direbbe forse così.
“Abbiamo combattuto in triage, in pre-triage, abbiamo lottato nelle camere calde, nei corridoi, nelle stanze visita dei DEA, nelle osservazioni, nei reparti di medicina d’urgenza, persino nelle chiese.

Abbiamo combattuto con fiducia e forza crescente nelle Direzioni Generali e con certi colleghi “specialisti” che ritenevano non toccasse anche a loro lottare. Non ci siamo mai arresi e non ci arrenderemo mai. Ogni ondata ci troverà insanguinati ma più pronti e determinati di prima.

Combatteremo fino a quando il vaccino ed efficaci terapie farmacologiche spazzeranno questa pandemia.” Oggi Winston Churchill, medico d’urgenza, scriverebbe all’incirca così.

“Tutti questi momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia”, cito sempre Blade Runner. Così è stato, è, sarà.

Il mondo cambierà moltissimo, ma in fondo non cambierà nulla. Non è cinismo, è una rassicurante certezza cui ci si può appigliare o con cui bisogna fare i conti. Vedete voi.
Per tutti coloro che non amano andare controcorrente auguro un 2021 in volo normale.

Per me, finita la pandemia, solitudine, il mio cane e un sigaro toscano a farmi compagnia. Controcorrente
Maverick

maverick

Rispondi a Maverick @Maverickdocit

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Carlo D'Apuzzo
Ideatore e coordinatore di questo blog | Medico d'urgenza in quiescenza | Former consultant in Acute Medicine | Specialista in medicina interna indirizzo medicina d’urgenza e in malattie dell’apparato respiratorio | #FOAMed supporter | @empillsdoc

6 Commenti

  1. Grazie di aver dato voce al mio dolore alla mia rabbia alla mia impotenza e alla mia irriducibile professionalità.
    Buon 2021 cari colleghi, col cuore

    Paola Brasca
    MEU ASST OvestMilanese

  2. Sono medico di famiglia ma seguo sempre com interesse questo blog dai tempi del mio tirocinio in Ps. Grazie per questa tua intensa condivisione. Sicuramente il vaccino é, per noi, un’iniezione di speranza. Buon 2021 Carlo e a tutti voi

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