19
Mag
2020
33

Piccoli Gesti di Normale Eccezionalità

Storie di chi non si è lasciato piegare

Tonino

Tonino aveva 80 anni ed una grande voglia di vivere e di continuare a coltivare il suo orto.. Me lo ha rivelato la figlia la sera stessa del suo arrivo in DEA, quando la febbre e la sensazione di non riuscire più a respirare avevano avuto la meglio sulla sua normale ritrosia per gli ospedali. Ma più grande della sua voglia di sopravvivere, era la sua voglia di essere generoso, gentile e giusto. In poche parole buono.

Lo ho capito la sera stessa del suo arrivo in DEA, quando nonostante la mancanza di fiato e di forze, mi ha detto che non avrebbe mai voluto occupare posti di terapia intensiva o subintensiva nel timore di sottrarli a pazienti più giovani ed, a suo dire, più meritevoli di cure. Ne avrebbe voluto mettere un casco o una maschera in testa, “che quelli servono a chi avrà occhi e memoria e tempo per raccontare quello che sta accadendo”.

Come se uno poi sapesse davvero cosa sia il merito e come lo si misura. E chi lo merita.

Gli ho parlato, ho provato a convincerlo. Ho prima alzato la voce, poi ho quasi pianto. Mi ha passato una mano sulla guancia e sulla barba incolta. Mi ha consolato e mi ha consigliato di tagliarmela. Irremovibile, con una lucidità commovente, ha “video”salutato la figlia e la nipote. Li ha chiesto di prendersi cura del suo orto. Poi si è messo a dormire, prima prono, poi dato che era scomodo, sul fianco su una barella evidentemente troppo piccola per un GGG. Gli abbiamo tenuto la mano e posizionato una maschera reservoir sulla faccia, attenti che nessuno dei due stringesse troppo.

Lo abbiamo visto e lasciato addormentarsi ed allontanarsi nel suo nuovo mondo. Il nostro, quella notte, ci appariva inaspettatamente stretto, misero ed improvvisamente più povero. Noi indubbiamente più soli. Quella notte era l’unico paziente in pronto soccorso davvero sereno.

Matteo

Matteo “era” la barella numero 17, la più vicina alla mia scrivania, la prima a destra entrando nell’OBI del Pronto Soccorso. Era il suo secondo giorno (di troppo) di degenza “sporca”: il quadro respiratorio era stabile, ma la cautela con un signore di mezza età, iperteso e lievemente sovrappeso rimaneva necessario. Era una mattina di sabato di metà aprile, quelle con il sole primaverile che in tempi simili ma diversi avresti CORONATO con una pizza gustando le prime avvisaglie di estate e di libertà. Erano le riflessioni che esprimevo a voce alta, confidando la mia stanchezza alla collega infermiera con cui condividevo le fatiche di quel mattino caotico.

Sono le tredici, in punto, quando un fattorino si presenta all’ingresso del triage. No, non doveva registrarsi, no non si era fatto male durante il lavoro, no non doveva sporgere nessun reclamo. Solo un pacco, fumante, da consegnare: nessuna bomba all’interno. Dentro 10 pizze fumanti ed un biglietto: “Andrà Mangia tutto bene. Barella 17, la prima sulla destra”.

Gentile

Gentile invece lo ho conosciuto un pomeriggio tardi all’imbrunire, quando la luce cede lo spazio ed il tempo al buio, le temperature si fanno un po’ più fredde e le paure un pò più concrete e più vere. Erano due giorni che un’autoambulanza aveva portato via la moglie da casa, senza tuttavia mai restituirla. Dopo 40 anni di notti trascorse assieme, quei due giorni di apparente rapimento erano evidentemente troppi per Gentile. Anche perché la mente di Agata era stata già sequestrata qualche anno prima da un certo Alzheimer e Gentile le aveva fatto una promessa, stipulata prima che la malattia impedisse al suo cervello di ricordarsela. La promessa di vegliarla e proteggerla. Di augurarle ogni sera buonanotte e ogni mattino buongiorno.

Scopro che Agata è ricoverata al quinto piano dell’ospedale, nel reparto “Covid”. Gentile mi chiede di andare là, un posto solitamente dove le persone chiedono di poter uscire piuttosto che entrare. Lo guardo sorridendo spiegandogli, con un un pizzico di malcelata superiorità, che l’ospedale era “chiuso” alle visite dei famigliari.

Gentile mi guarda. Serio e fiero, di una sicurezza quasi disarmante.

Mi spiega che non vuole andare da parente ma da ricoverato. Ancora adesso ho la viva impressione che stesse inventando di sana, ammirevole ed amorevole immaginazione i sintomi comparsi due giorni prima: febbre, tosse, diarrea, mialgia, astenia ed artralgia, disgeusia ed anosmia e dispnea. Incredibilmente tutti i sintomi noti in letteratura per essere correlati ad infezione da COVID-19, emersi eccezionalmente tutti insieme e tutti straordinariamente comparsi proprio nelle ultime 48 ore. Visitandolo, mi impegno ad identificare qualcosa di anomalo per giustificare il ricovero: ma non ci riesco. Gentile sembra più in forma di me. È notte tarda quando arriva l’esito del tampone. Assurdamente positivo. Gentile mi sorride con gli occhi umidi e mi dice: “allora adesso mi manda al quinto piano?” Ed io, mai stato così felice di un ospedalizzazione assurdamente impropria, clicco mai così sicuro il tasto “Ricovero”.

Antonia e Giuseppe

Antonia aveva 88 anni ed una fottuta paura. Con la maschera reservoir posizionata in urgenza sul suo volto, mi aveva implorato con una drammatica lucidità: “Andrà tutto bene, vero?”.

Mi aveva parlato del marito morto qualche anno prima nello stesso ospedale e del figlio, mancato qualche mese prima. Agitatissima, più per la paura, la solitudine ed i suoi personali fantasmi che per l’ipossia ed la febbre, mi chiede solo di non lasciarla sola e di sedere vicino a lei. Mi chiede di fare la cosa più difficile: mi chiede di restare.

Giuseppe ha 64 anni ed una mamma che ricorda Antonia, rimasta a casa ad aspettare il ritorno del figlio, invece che, dalla guerra come 80 anni fa, dall’ospedale. Giuseppe ha una polmonite ma l’animo combattente ed ilare lo aiutano a sentirsi più forte di come appare dai dati oggettivi di esami ematici, ecografie e referti radiologici. E ci fa sentire ed apparire medici più bravi.

Mi siedo vicino ad Antonia. Le tengo la mano. Ma presto, troppo presto arriva un nuovo paziente ed una nuova urgenza. Mi devo allontanare e staccarmi dalla sua presa ghiacciata. Le urla confuse di protesta di Antonia riprendono. Le lancio una veloce promessa di ritorno che non penso sia mai arrrivata a destinazione.

E’ solo dopo una ventina minuti che mi accorgo che Antonia non “canta” più. Uno sguardo verso il fondo della degenza e li vedo illuminati, dalle luci blu notturne che sembrano trasformare la degenza in un palcoscenico. Giuseppe stringe la mano ad Antonia, Antonia dorme sorridendo.

Cristina

Cristina ha 40 anni ed il volto scavato da una stanchezza che negli ultimi 5 gg era diventata insopportabile. Fa fatica a parlare, non riesce a finire le frasi, vorrebbe dirmi quanto sta male ma non ci riesce ma io le credo lo stesso. Non riesce più ad aspettare la visita seduta, la faccio sdraiare su una barella. La diagnosi è semplice, il responso non facile da accettare, soprattutto per Cristina: polmonite SARS-CoV-2 associata. Il P/F di 280 non mi induce a stare tranquillo. Le copro il viso con una mascherina di Venturi, le faccio passare la febbre. Poi le chiedo di mettersi a pancia in giù. Nonostante non sia comoda, Cristina lo fa. La saturimetria sale. Le chiedo di rimanere il più tempo possibile in quella posizione scomoda perchè potrebbe giovarle. A lei ma forse ancora di più a me.

Ritorno a metà notte: Cristina non demorde. Ancora prona, praticamente un ulcera da decubito vivente, mi saluta con il pollice in su con la mano destra. Noto che tutti i pazienti vicino a lei, prima restii, sono stati convinti da Cristina a posizionarsi proni. E tutti mi salutano con il pollice in su. Avessi fatto la foto, anche io con il pollice in su, sarei sicuramente finito nella sigla di Scrubs o almeno nella sigla iniziale di qualche telegiornale nazionale. Mi accontento di serbarla nel mio cuore. Guardo ammirato cosa può produrre la tenacia. Assumo Cristina come capoclasse della degenza e come mio personale mental coach e proseguo la visita sorridendo rinfrancato. Ovviamente sentendomi un medico superbravo.

Ma chi sono in realtà?

La retorica onnipresente governante in questa parte di tempo e mondo li chiamerebbe, in ordine sparso, eroi, angeli, esempi, paladini. Per me sono Ribelli.

Rivoluzionari che hanno deciso di essere persone migliori nei luoghi e tempi peggiori. Insegnanti di straordinarietà. Creatori di riso e pianto ed Artefici di ammirevole incanto e di incantevole ammirazione. Rivoltosi Indomabili e Silenziosi che hanno preso il destino in mano ed a loro modo lo hanno trasformato in un capolavoro, comunque vittoriosi qualunque sia l’esito finale. Paradigmi della più eccezionale umanità, paradigmi di pura, genuina, limpida ed incontaminata bellezza.

La salvezza in un incontro

Mi siedo e li rivedo. Sono per me carburante quotidiano per poter continuare a fare il mio lavoro. fonte di ispirazione, stimolo e rinforzo per provare quotidianamente a farlo meglio.

Mi trascino di barella in barella nei locali delle degenza del pronto soccorso e li rivedo in ogni momento. Mi, ma forse anche ci, chiedono di trasformare il trascinamento in danza; ci spingono a diventare medici meritevoli del loro spirito. Pongono tutti noi, operatori sanitari e non solo, davanti ai nostri limiti, alle nostre paure, ai nostri difetti imponendoci senza chiedercelo di essere persone degne del loro coraggio. Di essere i medici che si meritano. Di essere i medici che vorremmo essere e che troppo spesso non diventiamo.

Sono stati la mia salvezza in mesi bui, grigi e faticosi. Lavoro ed in mio ogni gesto, li vedo e mi fanno compagnia. Ogni volta sono momenti di pura ammirazione, di persistente stupore e commozione e di fervente ispirazione.

Onore ai Ribelli

Nessun giornale scriverà di loro. Nessuno canterà le loro gesta. Ma è grazie al loro silenzioso eppure così rumoroso esempio che tutti possiamo pensare davvero che, nonostante il buio, la paura, il vuoto, l’ansia e la preoccupazione, effettivamente “tutto non può andare che bene”. Che in ogni momento possiamo sorprenderci e sorprendere la vita con gesti di insensata bellezza. Ed anche se adesso, in questo periodo, l’esistenza stessa sembra “sospesa”, regala comunque scorci di straordinario incanto. Ed ogni volta che li rivedo in qualche angolo del pronto è, insieme, una lacrima ed un sorriso. E un “grazie”, detto a labbra socchiuse, regalato al vento.

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