25
Nov
2014
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Problemi di donne

uno ridottaE’ venerdì sera, sono quasi le otto e sta per finire il mio turno di guardia, quando dal triage arriva la telefonata dell’ infermiera di turno: “Ho accettato una violenza domestica. È una donna giovane accompagnata da un’amica. La faccio accomodare nel corridoio”.

Come sempre i casi più complicati arrivano nei momenti meno attesi, e in particolare nelle vicinanze del cambio turno; in testa mi vengono molti pensieri, ma poi li lascio perdere e torno a guardare lo schermo del computer. Faccio entrare la donna, e le chiedo di accomodarsi in saletta. “Mi chiamo Miriam, sono polacca e ho 37 anni”. Su per giù la mia età, penso. La osservo. La prima impressione è che si tratti di una persona curata, a modo. La cosa mi incuriosisce. Miriam parla perfettamente italiano, vive in Italia da circa 8 anni, ha un figlio di 7 e da altrettanto tempo è sposata con un italiano. Ci guardiamo negli occhi prima di iniziare a parlare. Chissà a cosa sta pensando ora. Forse per un attimo abbiamo avuto lo stesso pensiero.

Miriam inizia subito a raccontare. “Dopo l’ennesima discussione, due giorni fa, mio marito mi ha aggredito. Mi ha afferrato per le braccia, poi per il collo. Mi ha spinto a terra facendomi battere la testa sul pavimento. Sono svenuta. Quando mi sono svegliata, mi stava prendendo a schiaffi, dicendomi di smettere di fingere: secondo lui non era successo niente di grave. Se non lo avessi fatto arrabbiare, mi ha detto, a quell’ora saremmo stati tranquillamente seduti a tavola, a cena. Poi ha tirato fuori una valigia dall’armadio e mi ha detto che potevo pure andarmene. Quella è casa sua”.

Mentre ascolto rimango colpita dalla lucidità di Miriam, parole chiare e distinte, il suo volto serio e privo di espressione. All’improvviso mi ricordo che ha un figlio. “Dove si trovava in quel momento?”. “Stava nella stanza accanto, è successo altre volte che assistesse ai nostri litigi”. Domanda da copione di cui prevedo la risposta: “Da quanto tempo questa scena si ripete?” Lei mi guarda senza cedere all’emozione: “Sono esattamente sette anni. Tutto è iniziato con la nascita del bambino, e con il tempo è andata sempre peggio. All’inizio erano solo insulti e critiche, gli schiaffi e le sberle sono arrivati dopo. Non è la prima volta che mio marito mi stringe le mani al collo. Senza la reale intenzione di farmi male…. Ma è la prima volta che svengo. Per questo ho deciso di venire in ospedale”. Le compare una piega sul viso. “Sì, mi sono spaventata e ho avuto paura di morire”. Pausa. “Inizio a preoccuparmi per mio figlio. Ha soltanto sette anni ma mi tratta come suo padre. A volte mi insulta e tira calci”.

Inizio a visitarla. Sono senza parole mentre vedo i segni sulle braccia e sul collo, dove il marito l’ha afferrata. Come si è potuto arrivare fino a questo punto? Come una giovane donna istruita ha potuto mettere sotto i piedi in questo modo la sua dignità, la sua autostima?  In fretta allontano questi pensieri. Non vorrei che li percepisse. Vado avanti con le domande e le spiegazioni di rito, non tralascio nessuna informazione utile e cerco di rispondere alle poche domande che mi rivolge. Ora Miriam ha fretta, il marito non sa che è in ospedale. Deve rientrare. Di notte fa la badante a una signora anziana, non vuole perdere il suo lavoro. Ha anche già parlato con la polizia, ma in questo momento non ha ancora idea se vuole fare o meno una denuncia.

Come prevedevo, non si tratta di un caso semplice. Il mio intuito ha visto giusto, ma questo mi consola poco. Miriam esce dalla stanza. Mentre si allontana, mi chiedo se almeno per un attimo si è sentita meno sola. Mi tornano di nuovo in testa molti pensieri. Ma è tardi e sono stanca. Guardo l’orologio. Sono le otto passate, ho un appuntamento e sono un’altra volta in ritardo.

Ogni volta che sento parlare di violenza contro le donne sono colpita dalla sproporzionalità che esiste tra il fenomeno, la sua percezione, ed il numero di interventi praticati. I media parlano di violenza contro le donne in casi eclatanti, come la violenza sessuale da parte di sconosciuti, soprattutto se extracomunitari, o se la donna vittima di violenza muore. Questo processo alimenta l’idea comune che la violenza sulle donne sia un evento straordinario, raro, lontano dalla nostra quotidianità, con il rischio di cadere in falsi stereotipi e pregiudizi. Un’altra cosa che mi colpisce è l’idea preconcetta degli operatori socio-sanitari, che nella maggior parte ritengono che la violenza domestica sia una faccenda privata tra moglie e marito in cui è meglio non intromettersi. Pochi la vedono e lo vivono come un reato. Per questo il problema è sottostimato, e solo in minima parte oggetto di interventi sanitari pianificati.

La violenza domestica è un fenomeno molto complesso e di interesse interdisciplinare, che coinvolge diversi ambiti, tra cui quello medico, sociale e giudiziario. Comunemente è conosciuta con i termini di abuso domestico, violenza coniugale, violenza di genere ed interpersonale. Può essere definita come un pattern di comportamenti abusivi da parte di uno o entrambi i familiari uniti in un rapporto intimo come il matrimonio, la famiglia, l’amicizia o la convivenza. La violenza domestica a molte manifestazioni, tra cui l’aggressione fisica, l’abuso sessuale, il maltrattamento psicologico, la minaccia, lo stalking, la negligenza e la privazione economica. Rispetto al semplice conflitto di coppia la violenza domestica è caratterizzata da un insieme di episodi violenti che si ripetono nel tempo con un andamento ciclico e crescente, fino ad assumere forme di gravità sempre maggiore. Secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la violenza domestica è un problema medico: “ogni forma di violenza fisica, psicologica o sessuale che riguarda tanto soggetti che hanno, hanno avuto o si propongono di avere una relazione intima di coppia, quanto soggetti che all’interno di un nucleo familiare più o meno allargato hanno relazioni di carattere parentale o affettivo” (1996). Risulta quindi evidente che questa forma di violenza riguarda tanto le donne, quanto gli uomini, i bambini e gli anziani, ma in modo differente in relazione ad uno squilibrio di forze e potere: le donne si trovano in una situazione di svantaggio, i bambini e gli anziani in una condizione di dipendenza. I dati delle ultime denunce in Italia parlano chiaro, l’80 % delle vittime di maltrattamento sono donne, mentre circa una donna su quattro ed un uomo su tredici subiscono nella loro vita una forma di molestie o abuso. Nell’ambito dei diritti umani questo è sempre stato evidente; già nel 1993 l’assemblea Generale delle Nazioni Unite aveva adottato e ratificato la dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne, definendo la stessa come “qualunque atto di violenza basato sul genere che consista, o da cui possa risultare, danno fisico, sessuale, psicologico o sofferenza per le donne, incluse minacce di tali atti, la coercizione, o la sottrazione arbitraria della libertà, si che accada nella vita pubblica o privata”.

Già nel 2002 l’OMS definiva la violenza interpersonale come un problema di salute pubblica, e in quanto tale da trattare precocemente, al fine di ridurne e minimizzarne le complicanze e la gravità delle ricadute sulla salute dei cittadini. Pertanto già oltre dieci anni fa le istituzioni venivano incoraggiate a svolgere un ruolo attivo contro il fenomeno, secondo un modello di prevenzione e diagnosi precoce, come nei casi di problemi cronici.
Risale però all’anno scorso, il 2013, l’ultimo report internazionale sulla prevalenza della violenza contro le donne dell’OMS, in collaborazione con la London School of Hygiene and Tropical Medicine ed il Suth african Merdical Research Council (Global and regional estimates of violence against women: prevalence and health effects of intimate partner violence and non-partner sexual violence).  Rispetto allo studio del 2005, che coinvolgeva soltanto dieci Paesi a basso reddito, la ricerca interessa ben 80 Paesi, diversi per condizione sociale, economica e culturale. I dati dello studio sono allarmanti: il 35 % delle donne nel mondo, pari a una su tre, ha avuto o avrà esperienza durante la propria vita di una forma di violenza fisica o sessuale da parte di un partner o ex-partner (intimate partner violence), o una violenza sessuale da parte di un non partner (sexual violence).

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I risultati confermano inoltre che la violenza contro le donne non è un problema di piccole dimensioni limitato a poche culture, bensì la forma più diffusa di violenza e uno dei maggiori problemi di salute pubblica e di violazione dei diritti umani a livello internazionale. Una vera e propria” epidemia” diffusa indipendentemente dalle condizioni geografiche, culturali, economiche, sociali. Questo significa che tanto le donne dei paesi in via di sviluppo, quanto le donne dei paesi industrializzati possono essere vittime. Inoltre uno studio americano ha segnalato che negli Stati Uniti le migliori condizioni economiche e sociali delle donne non necessariamente costituiscono un elemento di protezione nei confronti del fenomeno. Al massimo rendono più semplice sottrarsi e/o porre fine agli episodi violenti, rendendo meno gravi le conseguenze nel tempo.

Ma se andiamo a vedere la situazione italiana, l’unica fonte ufficiale è l’indagine ISTAT pubblicata nel 2007. I numeri non sono affato incoraggianti: sei milioni e 700mila donne tra i 16 e i 70 anni hanno subito un qualche tipo di violenza nella loro vita, quasi una donna su tre. Quattro milioni sono state vittime di violenze fisiche (18,8% del totale), cinque milioni hanno subito violenze sessuali, pari al 23,7% del totale, di cui 1.400.000 giovanissime, under 16. Oltre due milioni di donne hanno subito comportamenti persecutori (stalking), 7.134.000 hanno subito o subiscono violenza psicologica. La stessa indagine inoltre conferma che la maggior parte delle violenze si consuma tra le mura domestiche, in ambito familiare, da parte del partner , ex-partner o di un conoscente, a dispetto dello stereotipo che imputa la violenza più frequentemente agli stranieri e per la strada. In più, la quasi totalità delle violenze non vengono denunciate: circa il 96 % delle violenze dei “non partner”, il 93 % di quelle da partner, e oltre il 91% degli stupri. Il fenomeno è quindi ampiamente sottostimato, e quello che noi vediamo è soltanto la punta di un grosso iceberg. Le donne non denunciano per tanti motivi: dai fattori culturali alla dipendenza economica, lo scarso sostegno della famiglia d’origine, la vergogna per il fallimento affettivo, la paura di perdere i figli, l’inadeguatezza e la bassa autostima, il sentimento residuo di amore verso il partner, e, non ultimo, la mancata fiducia nelle istituzioni.

I costi e le conseguenze delle violenze sulla salute delle donne

I costi sociali e sanitari della violenza domestica sono comunque molto elevati, poiché generano direttamente disagio sociale e patologie gravi a volte invalidanti. Dal punto di vista sociale le donne oggetto di violenza faticano ad occuparsi dei figli, della casa e dei parenti anziani, sono spesso in ritardo o distratte sul lavoro, dove non assenti e a ridotta produttività. In ambito sanitario le donne con una storia di violenza alle spalle ricorrono a molte più visite in un anno rispetto altre donne, pur con scarsa soddisfazione dei risultati. Secondo uno studio americano della Cleveland Clinic il maggior ricorso alle visite mediche non si verifica immediatamente dopo l’aggressione, bensì nei due anni successivi.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità documenta come le donne maltrattate sono molto più vulnerabili a problemi di salute e breve e lungo termine rispetto alle donne che non subiscono violenza; infatti la violenza è causa diretta di numerose conseguenze sul piano della salute fisica, mentale, sessuale, e riproduttiva (Report 2013).

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In particolare, sono frequenti i problemi di salute mentale: depressione, sindrome da stress-post traumatico (PTSD), ma anche ansia, attacchi di panico, insonnia, fobie, bassa autostima, disturbi dell’alimentazione, abuso di farmaci, droghe ed alcool, comportamenti sessuali a rischio ed autolesionistici. Numerose sono le pubblicazioni sulla PTSD nelle donne vittime di violenza, come conseguenza di maltrattamenti prolungati e ripetuti, in cui la vittima vive una situazione di sofferenza psicologica simile alla condizione di prigionia o tortura. Inoltre le ferite, la paura e lo stress associato alla violenza da partner possono portare a problemi di salute di tipo organico e spesso cronici, quali il dolore cronico (mal di testa, dolore lombare, dolore cronico della pelvi, fibromialgia), asma, ipertensione e disturbi gastrointestinali (colon irritabile, ulcera peptica e dispepsie). L’ambulatorio di Gastroenterologia dell’Università di Milano ha calcolato che negli ultimi dieci anni circa il 40% delle donne che si è rivolta al servizio aveva in realtà una storia di violenza domestica alle spalle. Se possibile ancora più triste, è il fenomeno della violenza in gravidanza. Il 30% dei maltrattamenti inizia durante il secondo e il terzo trimestre; nel 13 % dei casi si aggravano e si intensificano episodi di violenza iniziati precedentemente. Le conseguenze della violenza domestica in gravidanza possono essere diverse: un aumento di abortività, gravidanze indesiderate e parti pretermine. Queste patologie sono spesso in associazione ad abuso di alcool, fumo, e psicofarmaci e a una bassa frequenza di controlli durante la gravidanza. Inoltre il 40- 50 % delle donne con dolore pelvico cronico ha una storia di abuso fisico e/o sessuale, e il 30 % dei casi di donne in gravidanza presenta disturbi gastroenterici organici o funzionali. Infine secondo l’Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani, le violenze domestiche sono la seconda causa di morte in gravidanza, dopo l’emorragia, per le donne di età tra i 15 ed i 44 anni.

E quando la violenza diventa omicidio, al culmine di una lunga storia di abusi? Un recente studio condotto dall’OMS e dall’Istituto di ricerca economica e sociale del Regno Unito dimostra che a livello globale almeno un omicidio su sette, e fra quelli commessi sulle donne almeno uno su tre è dovuto a un partner o ex partner. In Italia gli uxoricidi/femminicidi variano tra i 120-135 casi all’anno. I dati non sono precisi perché non esiste un osservatorio nazionale del fenomeno, a differenza ad esempio della Spagna e della Francia, sono agenzie preposte o centri antiviolenza a raccogliere i dati e a misurare il fenomeno.

Ed ora apriamo il vaso di Pandora; qual è l’atteggiamento del personale sanitario di fronte alla violenza domestica?

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Medici e infermieri non sono spesso abituati a riconoscere il fenomeno, e non si sentono preparati ad affrontare questo problema. Tendono a ignorare o minimizzare i segnali, principalmente per un deficit di formazione. Nella tradizione anglosassone ad esempio il fenomeno è conosciuto in modo molto più capillare: in qualunque testo di pratica medica rivolto ai medici di famiglia è presente un capitolo sulla violenza domestica. Purtroppo pregiudizi e resistenze sull’argomento sono ancora molto diffusi nella nostra realtà: prevale l’idea che si tratti di una faccenda privata in cui è opportuno non intromettersi, oppure c’è difficoltà di comunicazione ed empatia con le pazienti. Da quando ho iniziato ad occuparmi di questo problema ho già sentito pronunciare troppe volte la famosa frase “Non è di mia competenza!”. Altrettante volte ho avuto la sensazione di trovarmi in mezzo a un grande paradosso, tra la reticenza dei miei colleghi ed il silenzio di queste donne a lungo maltrattate.

Le donne che si rivolgono ai servizi di emergenza o ai medici di base sono spesso fragili, sofferenti, non hanno ancora deciso di chiedere aiuto per uscire dal legame violento, sono ancora incapaci di dare un nome a quanto è successo, spesso raccontano di improbabili cadute accidentali o di urti contro inverosimili spigoli di porte. Sono donne che sono state minate profondamente nelle propria autostima, specie se il ciclo della violenza è in atto da lungo tempo; hanno un‘alterata percezione di sé, delle proprie risorse reali, spesso rinchiuse in un isolamento non immaginato, lontane da amici e familiari. Difficilmente arrivano a noi dopo il primo episodio di violenza. Più spesso, purtroppo, è al termine di una lunga e triste storia di maltrattamenti ripetuti.

Il numero di vittime che si rivolge al pronto soccorso spesso è nettamente superiore a quello delle donne che si recano dalla polizia, ai consultori, ai servizi sociali ed agli sportelli antiviolenza. Molti casi, culminati poi in omicidio, hanno mostrato che la vittima si era rivolta precedentemente al pronto soccorso, senza che fosse attuato alcun provvedimento efficace. La violenza domestica però non è un atto privato, bensì un reato. Il 15 ottobre 2013, è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la legge 119 per il contrasto alla violenza di genere, con l’obbiettivo di prevenire il femminicidio e proteggere maggiormente le vittime. Pertanto l’operatore di Pronto Soccorso ha precisi obblighi da rispettare, la cui ignoranza potrebbe essergli imputata, e la cui inosservanza può causare grave pregiudizio per la vittima.

Uscire da un abuso è un passo difficile ed impegnativo per le vittime. L’indagine sui maltrattamenti è un terreno molto scivoloso, sia perché i segni dell’abuso non sono sempre evidenti, sia perché le donne tendono a coprire la realtà per vergogna, mancanza di consapevolezza, e timore degli sviluppi giudiziari che queste vicende comportano. Se vogliamo prevenire la lunga catena di violenze che si perpetueranno sui figli una volta divenuti adulti, dobbiamo imparare a guardare in modo diverso al fenomeno, e a prestare attenzione ai segnali inespressi quando queste donne arrivano da noi alla ricerca di un aiuto. Dobbiamo essere disponibili e non giudicanti, fornire le informazioni necessarie, facilitare l’accesso ai servizi disponibili, rispettando sempre i bisogni ed i tempi delle donne. In ultimo, alla luce della complessità del problema, è necessario costruire una solida rete di collaborazione sia sul piano medico, psicologico, sociale e giudiziario, che sia in grado si sostenerle anche per lunghi periodi.

Bibliografia:

World Health Organization, Responding to intimate partner violence and sexual violence against women, W.H.O clinical and policy giudelines, Geneva, 2013.

Linee guida assistenza sanitaria, medico legale, psico-sociale, nelle situazioni di violenza alle donne ed ai bambini, Soccorso violenza sessuale clinica Mangiagalli, Milan, 2006.

AOGOI (Associazione degli Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani), Sito: www.aogoi.it, link diretto http://violenza.aogoi.info

Pallotta N. et al., Prevalenza dei maltrattamenti fisici e/o sessuali in pazienti con disturbi cronici gastrointestinali, Neurogastroenterologia, n. 3, 1998

Gonzo L., Violenza alle donne: la cultura dei medici e degli operatori, un’indagine nella Azienda USL di Bologna, 1995

Heidi Stockl at all. The global prevalence of intimate partner homicide: a systematic review. The Lancet 2013, 382: 859-865.

J. Campbell:health consequences of intimate partner violence. Lancet 2002; 359: 1331-36.

G.Kaur at all: Recognizing and interventing in Intimate Partner Violence. Cleveland Clinic Juornal of Medicine. Vol.72 :2005.

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4 Commenti

  1. Purtroppo non è semplice, è triste e doloroso sapere che ancora al giorno d’oggi si debba affrontare sempre più spesso questo problema. Non è semplice per una donna denunciare una violenza anche perché spesso ci sono figli di mezzo e, piuttosto che mettere a repentaglio a sicurezza dei propri pargoli, subiscono in silenzio.

  2. Elizabeth

    In effetti la violenza sulle donne è un problema molto triste. I figli sono spesso motivo che trattengono le donne all’interno di una relazione d’abuso. Altre volte invece sono la molla che le spinge ad uscire da una lunga storia di maltrattamenti. Inoltre ci sono molti altri motivi che trattengono le vittime di violenza nella loro condizione: la dipendenza economica, fattori colturali, il senso di fallimento e vergogna, la bassa autostima, un residuo sentimento verso il proprio maltrattante, e soprattutto la scarsa autostima. È da tenere inoltre presente che il continuo stress a cui sono sottoposte le vittime di violenza domestica, impedisce loro di prendere decisioni chiare e trovare soluzioni rispetto al problema. Spesso infatti soffrono di decit dell’attenzione e della memoria. La decisione di fare una denuncia difficilmente giungerà a breve, anche dopo il passaggio in ospedale. Per queste donne è necessario un lungo cammino di sostegno prima di poter prendere una decisione così importante. Noi possiamo aiutare queste donne creando un percorso di accoglienza all’interno dei nostri ospedali, facilitando l’accesso ai servizi necessari ( cure mediche, servizio sociale e psicologico.ecc).

  3. taher djafarizad

    prima di tutto faccio complimenti a lei che ha spiegato in maniera semplice e chiara. lei ha ragione quando evidenzia il menefreghismo dei suoi colleghi. infatti stragrande maggioranza delle persone che subiscono la violenza prima si rivolgono a voi cioe’ allo spedale dopo magari andrebbero alla polizia di cui la percentuale deve essere basissima perche’ si vergognano(in realta’ si devono vergognarsi chi commette la violenza)
    . comunque la faccio complimenti . quando ero responsabile degli immigrati al livello regionale del friuli ne ho viste tantissime.auguri e buon lavoro.

  4. elizabeth

    Grazie per aver letto quanto ho scritto. Mi fa piacere che la stesura e descrizione del fenomeno che ho riportato possa essere comprensibile a tutti, e non solo a quelli che lavoro in ambito sanitario. In effetti è vero che il numero di donne che si rivolgono ai servizi sanitari ed ai medici di base è nettamente superiore a quelle che si recano dalle forze dell’ordine, semplicemente perchè ai medici ed agli infermieri richiedono un intervento di cura delle proprie ferite e del loro dolore, e questo è il primo passo e non sempre richiede spiegazioni. La decisione di recarsi ai servizi sociali o ad una postazione di polizia, oltre che coraggio, richiede molta più consapevolezza di quello che sta succedendo, e la successiva decisione di fare qualcosa. Spesso su queste donne pesano fattori culturali, familiari ed economici che distorcono la corretta visione dell’abuso, e cadono nella tacita accettazione e giustificazione di una condizione di violenza quotidiana e familiare. In italia si parla di questo problema da alcuni anni, ma molto è il tempo in cui si è taciuto. Basta pensare che la violenza sessuale sulle donne poco prima degli anni 80 era considerato come un dìritto alla morale, e soltanto dopo è diventato una violazione contro la persona. E’ evidente quindi il salto di mentalità che bisogna fare. Dove c’è più povertà c’è più violenza fisica e dove c’è più emancipazione c’è più violenza psicologica, ma non sono altro che lo stesso volto della stessa violenza. Certo l’istruzione, l’inidipendenza economica ed il sostegno familiare e delle istuzione permettono a queste donne di uscire prima da queste condizioni, ma non tutte ci riescono alla stessa maniera. La mia esperienza mi ha anche dimostrato che la formazione del personale sanitario migliora la percezione del fenomeno, rendendo medici ed infermieri molto più disponibili ad occuparsi del problema, smettendo di derogare agli assistenti sociali ed all’ambito giuridico ogni cosa. Di fatto solo la collaborazione di tutti questi ambiti, ossia giuridico, sociale e sanitario può agire in modo determinante sul fenomeno; come sempre per una buona sinfonia ci vuole l’intera orchestra. Grazie ancora.

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