lunedì 22 Aprile 2024

Rivolta? No, rivoluzione

La solita Scena

Foto di Randy Laybourne su Unsplash

Ogni anno, la solita scena e la solita storia. Al momento dell’ingresso dei nuovi specializzandi e del relativo numero di contratti stipulati. La nostra specialità è in crisi. Di Identità. Di Forze. Di Vocazione. Di Entusiasmo. Di Competenze. Gli specializzandi non sono più quelli di una volta. Gli strutturati non sono più quelli di una volta. La formazione non è più quella di una volta. Si stava peggio quando si stava meglio. Non esistono più le mezze stagioni. Una rondine non fa primavera. Bisogna che tutti cambi affinché nulla cambi…

No Complaining Zone

Io non so quale siano le cause o le ragioni, tantomeno le soluzioni. Non so neanche bene quale sia la situazione precisa. Se è sempre stata così o se siamo in crisi e quale crisi sia. Se è normale, se è giusto, se è strano. Se è un momento o durerà per sempre. Se è incomprensibile o se è giustificabile. Se siamo cambiati noi o sono cambiati i tempi. O entrambi.

Eppure penso a qualcosa altro. Preferisco pensare ad altro.

Pensare al nostro lavoro. Semplicemente alla nostra specialità e tralasciare tutto il resto: gli orari, la solitudine, la stanchezza, il nervosismo, la rabbia, l’ingratitudine, le offese, le violenze, la desolazione, la retribuzione, gli scioperi, la precettazione, le cooperative, i mercenari.

Lo guardo dall’esterno. Mi “accomodo” su una di quelle sedie, inospitali, di ferro, presenti nel mio pronto soccorso che sorvegliano gli ambulatori dei codici verdi ma, allo stesso tempo, vigiliano la shock room.

Rifletto vedendo personale sanitario che costantemente balla una danza apparentemente disordinata ed entropica. Medito sentendo le storie ed ascoltando le disavventure delle persone che si recano in questi luoghi a chiedere aiuto. Sollievo. Conforto. Ognuno con la loro storia. Ognuno con il suo racconto.

Tutte le storie in un unica storia.

Mi accorgo di una verità ovvia ma potente: nessuna altra specialità ha le storie della medicina del Pronto Soccorso. Della medicina Dell’emergenza e dell’urgenza, prima di curarle, di coglierle ed ascoltarle. E nessuna altra specialità ha la sua varietà. Ha la sua capacità di essere sempre nuova. Di essere cangiante e mutevole. Di offrire ogni nuovo giorno nuove Sfide e nuovi Scenari. Di sorprenderti, entusiasmarti, ansiarti, sfidarti. Di stupirti. E quindi di appassionarti. E di evolversi, costantemente.

Quelle storie

Foto di Mr Cup / Fabien Barral su Unsplash

C’è Maria, 48 anni che proprio stanotte ha deciso di trovare il coraggio per denunciare una vita famigliare condita da poco amore e troppo botte. E lo ha deciso venendo in pronto Soccorso, per iniziare la sua nuova vita. E mi emoziono a pensare che, nonostante probabilmente non sia la scelta più giusta, abbia scelto noi per il suo nuovo inizio.

C’è Aye 36 anni, che mi racconta della sua vita da migrante e della grande traversata. Soffre di solitudine ma non stanotte.

C’è Antonio, 97 anni, che è tutto troppo. Troppo anziano. Troppo Grave. Troppo Sofferente. Troppo Tardi. Troppo Solo per incontrare la morte stanotte. E poi subito dopo C’è Elisabetta, 23 anni, che proprio stanotte ha deciso di voler trovare una risposta ad una nausea sempre costante nelle ultime 4 settimane e non ha pensato di passare prima in farmacia a chiedere un test. Antonio ed Elisabetta si sono sfiorati in quel corridoio di entrata ed uscita, quasi come a darsi il cambio, una ironica e poetica staffetta di vita.

C’è Sebastiano, 57 anni, e la sua aorta che proprio stanotte ha deciso di rompersi e Antonio, suo coetaneo e suo vicino di barella, che proprio stanotte ha deciso di salutare il mondo per qualche secondo per poi essere richiamato da una luce, dice lui, o da una scarica elettrica, dico io. E tu li guardi come dei miracolati o dei resuscitati, li tocchi, sono davvero ancora vivi?

Amore infinito

Forse manca questo. La consapevolezza e l’autorevolezza di dichiarare che nonostante un lavoro orribile facciamo un lavoro bellissimo. Senza schemi. Senza orari prefissati. Senza pazienti certi. Senza un paziente ma con tutti le persone. Senza malattie ma con tutte le malattie. Non solo uno specialista ma tutte le specialità. Non solo medici ma anche sociologi, antropologi, filosofi, pubblici ufficiali, confidenti, psicologi. E persone.

La sua Peculiarità Affascinante. La sua Condanna Ripugnante. Un Paradosso.

Ma come si fa a non amarti.

Foto di Randalyn Hill su Unsplash

Giocare in Difesa

E se la amiamo, dobbiamo difenderla. E per difenderla, dobbiamo far capire a tutti cosa è. Perchè è così importante. Perché ad un certo punto arriva ad essere così tremendamente bella e tragicamente sorprendente. Probabilmente Dobbiamo semplicemente saperla mostrare per quello che è. Saperla descrivere. Capirla e farla capire. E costantemente difenderla. Perchè difendere lei significa difendere il SSN.

La nostra specialità è la specialità del cambiamento. Ogni momento diverso da quello precedente e dal successivo. Ogni attimo una sorpresa. Una storia diversa, una diagnosi differente, una procedura nuova. Un nuovo insegnamento. Un nuovo confronto con un nuovo specialista. In sintesi, un emozione diversa. Comprese quelle negative, passaggi fondamentali per e momenti di vera crescita.

Solo se capiamo perchè la amiamo, la possiamo difendere.

Foto di Nick Fewings su Unsplash

Giocare in Anticipo

E poi, con e grazie a lei noi dobbiamo cambiare: non ho visto nessuna altra specialità cambiare come la nostra. Cambiare da un’ora all’altra, da un paziente ad un altro, da un turno ad un altro. Da un mese ad un altro. Da un anno all’altro. Affrontare nuove sfide ed acquisire nuove competenze. Scoprirci diversi, scoprirci nuovi, non per forza sempre migliori. Senza fermarci. Cambiare con lei. Come medici, come persone, come discenti, come formatori.

Ormai la NIV e l’ecografia sono sfide (quasi) vinte. Non possiamo pensare di fermaci ancora a quello. Dobbiamo dedicarci anche ad altro. Alle nuove sorprendenti sfide che sono spesso nostre prima di qualsiasi altro: la malattia migrazione, il cambiamento climatico, il degrado sociale, la povertà, la guerra, il multiculturalismo, la nuova tossicologia, l’intelligenza artificiale, la CHAT GPT, le sfide ed i dilemmi etici, la medicina pubblica e quella privata, la sostenibilità e sostegno del sistema attuale, il curare tutti ma il poter guarire pochi. Non dobbiamo aspettare i fenomeni che siano già arrivati ma anticipare questi fenomeni. Evolverci con loro. Come non possiamo essere affascinati da un lavoro che ogni giorno è sempre costantemente un lavoro diverso.

Fino a arrivare alla più grande delle sfide: cambiare il modo di fare medicina. Il concetto di Ospedale. Il concetto di Cura e di Prendersi Cura. Il concetto di Guarigione stesso. Il concetto di Malattia. Non più la medicina delle malattie ma dei malati.

Foto di Clay Banks su Unsplash

Essere rivoluzioni non rivolte

Per questo dobbiamo essere rivoluzioni. Non solo rivolte, spesso destinate al fallimento a causa della assenza di idee specifiche ma armate solo di passioni. Uniamo la passione alla ideazione, uniamo la genialità e l’inventiva e rendiamo merito alla nostra specialità, diventando rivoluzioni permanente.

Rivoluzione. Ciò che davvero è, dovrebbe essere e sicuramente merita la nostra rivoluzionaria specialità.

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Davide Tizzani
Davide Tizzani
Specialista in Medicina Interna, ma specializzando ancora nell'anima. Esperto di Niente. Interessato a Tutto. Appassionato delle tre E: ecg, ega, ecografia. @DavideTizzani |

7 Commenti

  1. E poi ci siamo noi, medici d’emergenza-urgenza (attenzione, non Meu, perché credo che quando si rispetti qualcuno, quel qualcuno vada chiamato col suo nome e non con un abbreviazione, ma questa è una mia battaglia personale…) che non sappiamo esattamente chi siamo.
    Ormai è famosa la citazione del cartone d’animazione Balto:” …non è cane, non è lupo, sa soltanto quello che non è…”
    Alcuni di noi provano a essere cani e altri, con grande impegno, provano a essere lupi…ma alla fine vengono sempre “smascherati”. Per intenderci, il più delle volte non vengono smascherati per lacune nel sapere eh! Vengono smascherati per la propria indole, per l’atteggiamento.
    Perché alla fine possiamo studiare ECG ed ecocardio a menadito ma non saremo mai cardiologi, possiamo diventare esperti in ecografia ma i radiologi ci guarderanno sempre con sospetto, potremmo diventare esperti in gestione delle vie aeree ma rimarremo sempre “quelli che intubano solo per strada”.
    Quello che piace a noi è il caos, è il riuscire a mettere ordine nel caos. Tutti i medici, tutti gli specialisti fuggono il caos perché in tale contesto non riescono ad applicare le loro conoscenze sia teoriche che pratiche; invece noi è proprio lì che diamo il meglio, sotto pressione!
    Sotto pressione noi siamo a nostro agio, riuscendo a gestire più pazienti, anche gravi, nello stesso tempo; oppure riuscendo a gestire pazienti in condizioni talvolta estreme.
    Credo che quello che ci differenzi dagli altri sia il sapere gestire la pressione o almeno dovrebbe essere questo.
    Il medico d’emergenza dovrebbe essere sempre riconosciuto a colpo d’occhio per l’atteggiamento…
    Per questo penso che il medico d’emergenza non sia solo una specializzazione ma uno “state of mind”…quanti colleghi vi vengono in mente che nonostante non abbiano la specializzazione però sono nell’anima dei medici d’emergenza?
    Credo sia necessario ripartire, o forse meglio dire partire da qui: finché non ci sentiremo medici d’emergenza sarà difficile esserlo ed essere visti come tali.

    • Forse il problema è anche nostro. Non sentirci mai qualcosa altro. Probabilmente dovrebbero sempre gli altri specialisti a non sentirsi MEU o meglio medici dell’emergenza e dell’urgenza

  2. Caro Davide, come si fa a non essere d’accordo con te. Nonostante la fatica, le notti insonni, i turni di 12 ore senza nemmeno riuscire a trovare il tempo di far pipì o di bere, quello dell’Area di Emergenza resta sempre il lavoro più bello del mondo. Dopo 11 anni di Area di Emergenza resto ancora innamorato di questo lavoro. Una finestra privilegiata sul mondo, sull’umanità e sulla società. C’è purtroppo bisogno di una rivoluzione sociale e culturale. E’ un lavoro che in alcuni contesti non è fattibile all’infinito, che ti usura e ti distrugge lentamente se non riesci ad attuare dei meccanismi di tutela e di difesa. Mi viene in mente Neruda “Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio o freccia di garofani che propagano il fuoco: t’amo come si amano certe cose oscure, segretamente, tra l’ombra e l’anima”. Non è forse questa la più bella definizione della Medicina d’Urgenza? Spero che le cose cambino nei prossimi anni e che il lavoro pur rimanendo così bello diventi più a misura d’uomo, di marito e di genitore…

    • “Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio o freccia di garofani che propagano il fuoco: t’amo come si amano certe cose oscure, segretamente, tra l’ombra e l’anima”.

      Grazie Mauro perchè sei sempre il vero poeta della vera medicina d’urgenza.

  3. parafrasando un grande collega “noi siamo il lato oscuro della luna anche se in realtà un lato oscuro non esiste perchè l’unica cosa che fa sembrare la luna luminosa è il sole”

  4. Chi è lettore di LIMES, rivista italiana di geopolitica – secondo me utile passatempo anche per chi lavora nel’ Emergenza urgenza e nella sanità in senso lato- avrà senz’altro letto che le rivoluzioni più spesso che no hanno portato a un peggioramento, almeno ne breve – medio periodo, rispetto alla situazione pre- esistente o, paradossalmente ma non troppo, hanno migliorato l’ esistenza di chi si opponeva quale nemico naturale degli stati oggetto di rivoluzione.

    Per certi aspetti, una mia idea che credo proprio sia controcorrente, un esempio, da quello che posso pensare, lo vediamo anche in ambito emergenza – urgenza: il fatto che molti speciaisti in Emergenza Urgenza siano diventati esperti in fatto di NIV o ecografia ha significato un vantaggio per la Direzione Sanitaria – che così non deve ingaggiare pneumologi o diagnosti per immagini – e per gli specialisti stessi, che possono concentrarsi sull’ attività in elezione e, perché no, arrivare di pomeriggio o sera alle visite in regime intra o extra – moenia più “freschi” ( aspirazione che del resto è, anche se può far storcere il naso, perfettamente legittima) . Che cosa ci hanno guadagnato i medici in Pronto Soccorso? Che ora, dato che il buco nella diga è stato aperto, tutti sono obbligati a buttarvicisi, magari riempiendosi la testa di nozioni di fisica acustica o di fluidodinamica (senza le quali non si può certo dire di comprendere NIV o ecografia). Ancora più serio, dato che non sono più pratiche opzionali, ma mandatorie, se non si fa l’ ecoscopia con la perizia di uno specialista dedicato , il magistrato giudicante ha ora il diritto, anzi, il dovere, di condannare per imperizia/ negligenza o per omissione di atti d’ufficio (reato che comporta l’ interdizione dai pubblici uffici fino a 5 anni…) . Nei sistemi sanitari Bismarck o privatistici allargare le competenze è un vantaggio, perché allarga consensualmente il ventaglio dei servizi che si possono vendere a Pazienti/ clienti (infatti, se ci fate caso, tali pratiche di “popolarizzazione” di certe conoscenze o procedure sono contrastate), in un servizio sanitario Beveridge questo non accade. Non è un caso che per rendere appetibile l’ ecografia ai Medici di Medicina Generale è stato in parte re istituito il sistema del pagamento-a-prestazione o notulare ( più ecografie in ambulatorio = più denaro aggiuntivo)

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