giovedì 22 Febbraio 2024

Segni vitali nel paziente critico: quanto contano davvero.

Ci sono dei punti fermi nel nostro lavoro su cui basiamo le nostre decisioni ed i nostri comportamenti. Uno di questi è la rilevazione dei parametri vitali. Ma nella realtà qual è la loro importanza nel determinare l’outcome del paziente critico? A questa domanda, che molti di noi immagino considereranno del tutto superflua, hanno provato a dare ua risposta gli autori di un articolo pubblicato sull’ European Journal of Emergency Medicine nel mese di dicembre 2011.

Il lavoro dal titolo How accurate are vital signs in predicting clinical outcomes in critically ill emergency department patients. è stato portato a termine da un gruppo di ricercatori dell’università di Singapore.

Sono stati valutati alcuni parametri vitali rilevati al triage su 1025 pazienti afferenti al pronto soccorso del Singapore General Hospital nel periodo dal novembre 2006 e dicembre 2007. I segni vitali presi in esame sono stati: la pressione arteriosa sistolica, quella diastolica, la frequenza cardiaca a livello del polso, la frequenza respiratoria, la saturazione di ossigeno e la scala di Glasgow.
I pazienti venivano categorizzati secondo la  Singapore Patients Acuity Category Scale, una scala di triage suddivisa in 4 classi sostanzialmente sovrapponibile a quella che viene applicata da noi  .
Le classi di pazienti prese in considerazione sono state la 1 e la 2 corrispondenti ai nostri codici rosso e giallo.
Criteri di esclusione sono stati l’età inferiore a 18 anni,, la gravidanza, i pazienti giunti al dipartimento di emergenza già in arresto cardiaco e quelli con codice a bassa priorità.
Gli outcome dello studio erano rappresentati da
– arresto cardiaco entro 72 ore
– ricoveri in terapia intensiva
– morte entro 30 giorni
Questi i risultati:
La pressione arteriosa sistolica > di 140 mm Hg,
la frequenza cardiaca a livello del polso 100 bpm,
 la frequenza respiratoria di 20 atti min,
 la saturazione di ossigeno < 95%  e la GCS  < 15 erano  associate in modo significativo con l’arresto cardiaco entro le 72 ore mentre gli stessi parametri ma non la frequenza respiratoria
Una frequenza del polso < di 60 bpm e una GCS < 15 presentavano un’associazione statisticamente significativa con il ricovero in terapia intensiva.
La pressione diastolica invece, non mostrava alcuna correlazione con i tre outcome considerati nello studio
I segni vitali insieme all’età avevano inoltre una sensibilità molto bassa ma un’alta specificità nel predire i sopracitati oitcome .
SN 11.54%, SP 99.28%  per arresto cardiaco
SN 22.73%, SP 97.22  per la morte entro 30 giorni
SN 12.50%, SP 93,80 per il ricovero in terapia intensiva
Alcune considerazioni personali.
E’ del tutto evidente che questo studio non aggiunge molto alla nostra conoscenza riguardo al diverso significato prognostico dei diversi segni vitali e che ovviamente , come anche sottolineato dagli autori, quello che più conta è la valutazione generale del paziente e non il singolo dato numerico di uno o più parametri vitali. D’altro canto il tentativo di “quantificare” ed analizzare quello che facciamo tutti i giorni non può che essere apprezzato.
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Carlo D'Apuzzo
Carlo D'Apuzzo
Ideatore e coordinatore di questo blog | Medico d'urgenza in quiescenza | Former consultant in Acute Medicine | Specialista in medicina interna indirizzo medicina d’urgenza e in malattie dell’apparato respiratorio | #FOAMed supporter

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