Siate il migliore amico del vostro collega

Un giorno al lavoro

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Lei, 80 anni, una vita spesa a lottare e combattere. Fino a quel momento, in cui la possibilità diventa certezza ed il tempo un’unità di misura a termine.

Tu, 41 anni, non più giovane, non ancora vecchio, non esperto ma ormai preparato, ma sempre non troppo per quel momento. In cui le paure si fanno certezze, in cui le parole diventano sentenze, in cui l’atmosfera si fa peso e l’aria è un respiro di desolazione, disperazione ed insano, ma costante senso di colpa.

Cerchi la forza necessaria, la sensibilità giusta, la delicatezza adeguata, ma ti senti solo sbagliato e fragile. Ti guardi intorno e cerchi mani, cerchi sorrisi, cerchi braccia, ma trovi solo sedie vuote. Ti scopri ancora solo e da solo affronti ciò che insieme sarebbe un momento che unisce e da solo diventa un peso che schiaccia.

Perché no, questo giorno non è fatto di insieme.

"Ti voglio bene.
Grazie.
Ti perdono tutto.
Perdonami
"
Ho'oponopono

Una notte al lavoro

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Lei ha 34 anni, un desiderio fottuta di star bene e una voglia infinita di vita.

Tu hai 31 anni, un desiderio infinito di essere bravo, una paura fottuta dell’errore ed una incredibile smania di fuggire. Il tuo cervello, o forse il tuo cuore, ti comandano di rimanere, di esserci, di provarci.

Cerchi il coraggio, la fiducia, la spinta, il supporto negli occhi dei tuoi vicini. Qualcuno che ti dica senza parole: “puoi farcela”. Ma no, questa notte è povera di sguardi, è scarsa di incoraggiamento.

Perché no, questa notte non è fatta di complicità.

Una sera dopo il lavoro

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Turno solito, fatto di sudore, fatica, lacrime. E di discussione ai limiti dei litigi. Con gli utenti, i colleghi, gli specialisti, i superiori.

Tu hai 51 anni, ma covi ancora il sogno di qualcosa di migliore ed il disappunto a fine turno.

Cerchi le orecchie giuste per poterti sfogare, confidarsi, liberarsi, aprirsi e per una salutare, salubre, redentrice e sterile lamentela. Ma no, questo post-turno è sordo alle tue parole e cieco ai tuoi bisogni.

Perché no, questa sera non è fatta di ascolto.

La solitudine dei numeri primi

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Immagine generata con. ChatGPT

Possiamo studiare per anni. Sapere algoritmi e linee guida, protocolli aziendali e percorsi diagnostici terapeutici alla perfezione. Ma saremmo sempre a metà se vicino a noi non ci sono occhi che ci infondono tranquillità, mani che ci donano certezza e orecchie che ci regalano equilibrio, calma e sicurezza.

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Allora proviamo ad essere noi quello che vorremmo per noi. Quella presenza, quella complicità, quella sicurezza. Quel migliore amico lavorativo che vorremmo sempre vicino a noi, che rende il turno più bello, le sfide superabili, la fatica minore e la vita al lavoro e fuori più semplice.

Proviamo ad essere noi quel qualcuno con cui condividere progetti, gioie, speranze, delusioni. Vita e morte. Quel qualcuno che ci dice: “E’ difficile ma la affrontiamo insieme”.

Proviamo ad essere noi quell’ingrediente che è poi la componente più importante e semplice di un’effimera felicità.

Proviamo. Funzionerà.

Essere presenti è molto più che essere qui.
Forbes M

Autore

  • Davide Tizzani

    Specialista in Medicina Interna, ma specializzando ancora nell'anima.
    Esperto di Niente. Interessato a Tutto.
    Appassionato delle tre E: ecg, ega, ecografia.
    @DavideTizzani |

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3 Commenti

  1. Non voglio essere polemica e, scanso equivoci, rispetto assolutamente il contenuto di questo post, ma penso che l’amicizia in Pronto Soccorso sia un unicorno: tutti ne parlano, nessuno l’ha mai vista. Il famoso rumore di zoccoli che solitamente è cavallo, ma in questo caso è decisamente zebra. L’idea di poter essere amici tra colleghi in Pronto Soccorso è molto poetica. Quasi commovente. Peccato che abbia la stessa aderenza alla realtà di un manuale di mindfulness scritto durante un codice rosso.
    L’amicizia è paritaria. Il Pronto Soccorso no. È un luogo dove uno decide, l’altro esegue, e se qualcuno sbaglia non si risolve con un “dai, siamo amici”. Se davvero fossimo amici, dovremmo anche fingere che i turni siano equamente distribuiti. E questo sì che sarebbe fantascienza.
    Vulnerabilità? Certo, appena finisce la pandemia… cioè mai. L’amicizia richiede di mostrarsi fragili. In Pronto Soccorso, se ti mostri fragile, ti ritrovi con tre pazienti in più e un collega che ti dice “ti vedo provata, vuoi anche il mio turno?”. È un ambiente dove si sopravvive grazie a una sana dose di corazza emotiva. E l’amicizia, poverina, sotto la corazza non respira.
    Il conflitto è il nostro cardio quotidiano, in Pronto Soccorso si litiga per tutto: priorità, risorse, scelte cliniche, perfino per chi ha finito il caffè della sala medici. Non è un incidente: è il sistema operativo del reparto. E l’amicizia, per funzionare, avrebbe bisogno di qualche giorno di pace ogni tanto. Noi, invece, se abbiamo due ore senza discussioni, controlliamo se il mondo è finito.
    La pressione trasforma tutti in versioni distorte di sé: sotto stress diventiamo più cinici, più bruschi, più stanchi, più… tutto. È difficile essere amici con qualcuno che conosci solo nella sua modalità “sopravvivenza estrema”. È come fare amicizia con qualcuno mentre entrambi scappate da un incendio: possibile, certo, ma improbabile.
    Inoltre, la distanza emotiva è un DPI. In Pronto Soccorso la distanza non è freddezza: è protezione. Se fossimo davvero amici, soffriremmo troppo nel vedere l’altro/a crollare. E soffriremmo ancora di più quando saremmo noi a crollare davanti a lui/lei. Meglio un collega affidabile che un amico devastato.
    Io credo che non serva romanticizzare il Pronto Soccorso. Non siamo un gruppo di amici in una sitcom ospedaliera. Siamo professionisti che si fidano l’uno dell’altro perché devono, perché serve, perché funziona. E questo legame — fatto di rispetto, competenza e sopravvivenza condivisa — è molto più solido dell’amicizia. Non sarà poetico, ma almeno è vero.
    (Ovviamente questa è solo la mia mera opinione, nessuna pretesa di essere detentrice di verità assoluta!)

    • Grazie C. del prezioso ed argomentato commento. Io non credo che dobbiamo romanticiizzare il Pronto Soccorso. Ma neanche cadere nella retorica che fa di ogni turno una battaglia per la sopravvivenza, mettiamoci l’elmetto ed andiamo a combattere contro le orde di nemici (interni ed esterni) che si presentano ad ogni ore del gionro e della notte solo per ingannarci e fregarci. Facciamo un lavoro, spesso faticoso, a volte degradante, sempre stimolante ed arricchente, ma è sempre un lavoro. Si, il pronto Soccorso ci abbruttisce. Certo preferisco un collega competente ad uno simpatico. Ma il fatto di fidarsi di qualcuno e di provare un qualsivoglia rapporto umano al di fuori della freddezza potrebbe essere l’antidoto alla bruttezza, al conflitto perenne ed ad una corazza perenne che alla lunga diventa pesante. E se un giorno non hai più le forze per indossarle, il rischio è perdere il proprio posto in battaglia, se battaglia vuoi che sia.

  2. Per citare un nostro illustre collega, la medicina d’emergenza è come la parte oscura della luna, serve fantasia per immaginarla e studio per vederla ma ciò che spinge a pensarla non è paragonabile a una battaglia o a una guerra ma all’attrazione per la sfida. E le sfide si vincono e si perdono insieme a quelli che hanno la tua stessa voglia di affrontarle. Per cui, hai ragione Davide, è difficile ma lo affrontiamo insieme, proviamoci, funzionerà

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