23
Lug
2018
56

Stiamo sbagliando qualcosa

Salvatore, uno dei tanti

Salvatore è stanco. Lo conosco un pomeriggio in sala rossi. Due giorni nella degenza del pronto soccorso non gli hanno giovato. Adesso è stanco di respirare, stanco di stare in pronto soccorso, stanco di vivere in sintesi. Non mi sorprende vedendolo. La sua giovane età non collima con la sua pancia prominente e preminente e con un torace in cui i segni di un tabagismo giovanile ed inveterato hanno lasciato profonde cicatrici. La fatica respiratoria è evidente, il suo ega certifica la necessità di un aiuto ventilatorio. Con una commovente lucidità mi confessa la sua assoluta contrarietà ad essere intubato. Non vuole neanche e tantomeno una maschera scomoda e disumana che gli sigillerebbe e chiuderebbe la bocca spingendo aria in un anima spenta.

Sono le sue parole che mi feriscono e mi fanno pensare: “io non voglio stare in questo dannato posto neanche per altri due minuti”

Salvatore, cosa dici?

Cosa ha trasformato un posto in cui si aiutavano le persone che stavano male a stare bene in un posto “dannato”? Quando abbiamo smesso di essere angeli per essere diavoli? Quando è successo? Perché è successo? Ma soprattutto quando e come lo abbiamo permesso?

 

Salvatore non è solo ma sei solo

Guardo la schermo del mio pc dove è aperto il programma di gestione dei pazienti in dea. Sono 95 stamattina, ma non è una situazione occasionale, è la consuetudine. Guardo i pazienti che nella degenza del dea aspettano coraggiosamente il ricovero: i primi, o forse, in modo più consono, gli ultimi, sono ormai lungodegenti su barelle da cinque gg e qualche ora, sperando che i prossimi “prescelti” siano loro.

Ieri, su 25 pazienti che con difficoltà enormi cercavo di gestire, 6 hanno chiesto di essere mandati a casa fiaccati da una lungodegenza in dea a cui il loro fisico e la loro mente non erano pronte. Sono riuscito a convicerne uno di loro a resistere ancora. Gli altri 5 hanno firmato contro il parere medico. In nessun di questi devo ammettere di avere la certezza che abbiano raggiunto casa.

 

 

Alzo gli occhi dal pc. Spesso guardo ma raramente osservo. Spesso mi guardo intorno ma raramente dentro. Vedo Pazienti su barelle. Ovunque. Escono dalla degenza. Occupano i corridoi. I pressi degli ascensori. I vani creati sicuramente per altri motivi. Scomparsa, o meglio, uccisa la privacy. Entro in quella che una volta era la Astenteria dell’ospedale. Il caos. In un sopravvissuto alito di dignità sottili tende, il più delle volte non tirate, separano il paziente 25 dalla sua vicina, vicina di barella e compagna di destino. Dignità che purtroppo non sopravvive alla mancanza di un comodino, di una sedia accanto dove possa appoggiarsi o sedere un famigliare in visita, di un servizio igienico che non sia per 40 persone. Di una finestra dove godere l’idea di essere in un altra realtà. Di un bagno assistito per una igiene che sia davvero intima oltre che completa. Della possibilità di chiamare qualcuno al telefono per poterci parlare in pace o anche in silenzio. Anche e soprattutto del silenzio che viene a mancare. E della impossibilità di versare lacrime che siano intime e segrete.

 

Guardare Salvatore ma non osservarlo

Osservo me stesso: quando è che abbiamo ucciso il senso stesso del nostro lavoro?

Guardo Salvatore. Provo ad osservalo. Provo a convincerlo senza successo. Forse perché neanche io rimarrei in questi posti di soccorsi poco pronti. Luoghi di fatica, di salvezza, a tratti di eroismo. Ma l’eroismo di chi è in realtà?  Nostro perchè ci lavoriamo ma alla sera ne usciamo? O dei nostri pazienti costretti a restare, a provare a sopravvivere in luoghi di cura ma anche di depersonalizzazione, purtroppo ed attualmente (difficile ma onesto da ammettere) a forte rischio di perdita della propria condizione umana?

Corri Salvatore in direzione ostinata e contraria

Salvatore non mi ha ascoltato. Ha preferito allontanarsi. Non so chi abbia avuto ragione, ma sicuramente so chi ha vinto e chi ha perso. Allora Salvatore Vai, smetti di sentirti paziente e ritorna persona. Ti prometto che anche noi cercheremo di tornare medici.

 

 

 

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10 Commenti

  1. In qualche modo abbiamo lasciato che piano piano lacune, tagli e mancanze della sanità si concentrassero nel pronto soccorso. Non ci sono i posti letto? Aumentano i pazienti? Non ci sono soldi per il personale? Il fatto è che in una terapia intensiva o in una sala operatoria sarebbe impensabile lavorare con personale ridotto all’osso, parenti che entrano ed escono di continuo e tutto quello che conoscerai meglio di me (anche se probabilmente la situazione che vivi in nord Italia è migliore di quella del centro-sud). Invece a volte sembra che a noi vada bene tutto perché tanto facciamo un lavoro minore, poco importante o che comunque i benefici per il paziente arriveranno “dopo” il ricovero e che in PS si sta solo in attesa di terapie ed esami che verranno fatti in reparto.
    Insomma secondo me il problema è che troppo spesso diciamo che “va bene così” e andiamo avanti perché siamo abituati ad arrangiarci e a dare per primi noi stessi poco valore a quello che facciamo.

  2. Giacomo Magagnotti

    Concordo con quanto scritto da Simone, in parte questa condizione è anche dovuta alla nostra inclinazione ad adattarci e tamponare le falle del sistema che si scaricano su quello che viene percepito come l’anello debole, ovvero il PS. Ma le alternative esistono. Nell’Azienda Ospedaliera dove lavoro (Padova) a tutti i reparti di degenza ordinaria è assegnato un numero di ricoveri giornalieri “virtuali”, in base al numero di posti letto totali del reparto. Il medico di PS, una volta deciso il ricovero di un paziente, sceglie semplicemente da una schermata a quale reparto tocca il ricovero (ovvero a quel reparto che fino a quel momento ha ricevuto il numero minore di ricoveri effettivi rispetto a quelli previsti) e chiude la cartella. I portantini vengono e portano il paziente al piano. Fine. Nessuna telefonata, nessuna necessità di concordare il ricovero, nessuna necessità di verificare che ci sia un letto libero: la responsabilità di garantire un numero di letto liberi adeguato ad accettare i ricoveri della giornata spetta al Reparto, così come la responsabilità di valutare e stabilizzare qualunque paziente entri dalle porte spetta al Pronto Soccorso. Ad ognuno il suo. Il risultato è che nel nostro PS il boarding dei pazienti ordinari non esiste, paradossalmente ci troviamo a gestire più prolungatamente i pazienti intubati in attesa di posto letto in terapia intensiva. È un risultato riproducibile ed esportabile in ogni azienda sanitaria d’Italia, perché dipende esclusivamente dal modello organizzativo… basta volerlo. E smettere di chinare la testa.

  3. Patrizia

    È vero che noi Medici di Ps abbiamo accettato questo stato di cose, ma che dobbiamo fare? Mi sembra sempre una lotta contro i mulini a vento e una dispersione inutile di energie combattere contro un sistema che non puoi cambiare. Io lavoro in Ps da ormai 20 anni e ne ho visto di acqua passare sotto ai ponti….ho combattuto, sono orto è risorta ma una cosa l’ho capita. È inutile piangersi addosso e provare a farsi ascoltare da chi è sordo alle nostre richieste: dobbiamo salvaguardare il nostro ambiente e la nostra salute oltre quella dei nostri pazienti per cui fare squadra con i nostri infermieri, motivarci a vicenda, imparare cose nuove, trattare ogni paziente con i guanti e come se fosse nostro parente… trovare comunque una motivazione per andare avanti . Il nostro è il lavoro più bello del mondo, coraggio!

  4. michele beatrice

    michele
    come dice Sbojavacca,che tutti voi conoscete,l’errore è voler dare delle risposte organizzative ai gravi problemi dei pronto soccorsi quando invece bisogna dare a questi problemi delle risposte culturali .
    Se le nostre “Direzioni” non capiscono la dimensione culturale delle risposte da dare non avremo speranze.

    1. Davide Tizzani

      Ringrazio tutti per i commenti.
      Io non ho risposte, o forse la riposta è andare a Padova o in altri luoghi “santi e puri” che sicuramente esistono ed imparare.
      Sicuramente una riposta è studiare. Ma io ho purtroppo l’impressione che il nostro sistema sanitario stia arrivando ad un punto di rottura. Ho l’impressione che non siamo più in grado di sostenere un sistema ospedalocentrico. E’ che questa riposta o deriva degli ultimi 20 anni non sia neanche la soluzione giusta per i nostri pazienti. Io sogno un ospedale a domicilio per il domicilio di ogni paziente. Perché casa è sempre casa

      1. Alessandro Reano

        Dici bene, il sistema ospedalocentrico sta collassando.
        Parlo da specializzando di Geriatria e ho visto nella mia breve esperienza di PS che molti pazienti in PS non sono diversi da quelli del mio reparto di provenienza: spesso sono anziani pluripatologici cronici con problematiche cliniche e socio-assistenziali. La risposta per “svuotare” il PS e gli ospedali credo che (almeno in parte) possa provenire dal potenziamento dei servizi territoriali: Post acuzie, ADI, Ospedalizzazione a Domicilio, CAVS, etc. La mancanza di possibilità di investimenti ovviamente può costituire un ostacolo, ma a mio avviso in gran parte dipende da una necessità di riorganizzazione delle risorse già esistenti che a sua volta deve nascere da un cambiamento culturale.

  5. Gianfrancesco

    Ho lasciato il DEA in cui sono nato e cresciuto come medico d’urgenza quasi sei mesi fa, il “mio” DEA, dove avrei voluto continuare a lavorare e ritirarmi quando l’età mi avrebbe impedito di fare il lavoro che amo, il medico d’urgenza, il solo che credo di saper fare.
    Non sopportavo di vedere ogni giorno decine di esseri umani come Salvatore giacere su barelle per giorni, con me costretto a visitarne talmente tanti da concludere la giornata con la certezza di non essermi preso cura davvero neppure di uno di loro.
    Non sopportavo la rassegnazione negli occhi dei colleghi a questo stato di cose, l’accettazione supina e consapevole di una organizzazione dell’ospedale costruita apposta per lasciare esattamente in questo stato di cose esseri umani sofferenti, medici, infermieri e OSS del DEA.
    Se le cose stanno in questo modo in tanti, troppi DEA italiani è anche nostra responsabilità, soprattutto nostra responsabilità. Personale e collettiva. Cercare la “pagliuzza nell’occhio” dei colleghi dell’ospedale, delle istituzioni, invece di guardare la trave che sta nel nostro occhio è facile ed autoassolutorio.
    Avremmo dalla nostra parte leggi, regolamenti, codice deontologico, valori umani universali. Li ignoriamo. Li ignoro. E’ la banalità del male di cui parla Hannah Arendt.

  6. Chiara

    Spiace veramente leggere di queste situazioni, non trovo in nessun modo accettabile che un paziente stia 5 giorni in dea. in 5 giorni dovrebbe essere ricoverato, curato e se possibile dimesso.
    io ho lavorato in un ps che probabilmente da questo punto di vista è un’isola felice (Modena, baggiovara).
    anche lì è stata impostata una turnazione di ricoveri tra le medicine, con ogni medicina che doveva garantire ogni giorno un certo numero di posti letto al ps. non sempre il numero di posti era rispettato o sufficiente, è capitato di dover trasferire in altri ospedali della provincia pazienti ad esempio fratturati di femore ma nessuno ha mai passato più di 10/12 ore in ps. adesso per gestire meglio il boarding è stata introdotta anche l’admission room, in cui i pazienti stazionano (fisicamente è lontana dal dea) finché non sia fisicamente pronto il letto che è stato loro assegnato in medicina.
    il problema dei ricoveri non è un problema del ps ma di tutto l’ospedale e tutto l’ospedale deve lavorare insieme per risolverlo. soluzioni ce ne sono.
    l’unica cosa su cui non concorso con il collega di Padova è che una telefonata per avvertire il collega di guardia che accetterà il ricovero secondo me va fatta. non per chiedere il permesso ma per spiegare il caso e comunicare la situazione.

  7. Claudio

    Concordo sostanzialmente con le riflessioni di tutti voi e, avendo lavorato prima al Nord ed ora al Centro mi rendo conto le la problematica è nazionale e non certo locale.. Anzi mi spingo piu in la: la problematica è culturale, inteso come cultura dei cittadini prima ancora che dei medici.
    L’ospedale , nel 2018, è ancora pensato in modo ottocentesco come una istituzione/carcere per ammalati.
    Ci sono i pigiami/pazienti/reclusi e i camici/operatori/secondini. E’ pieno di regole, divieti, spazi di segregazione anzichè incontro, Niente luoghi dove potersi incontrare, niente da fare (insieme) per far passare le giornate di degenza. Il tutto favorito dai tagli al personale, tagli alle spese per nuovi ospedali (ripensati nella loro natura di luoghi di cura) tagli alle ristrutturazioni; il tutto porta nella pratica reale, a tagli alla privacy, al tempo da poter dedicare ad ogni singolo paziente, all’incontro umano e poi, tagli alla formazione, alla possibilità di poter continure a credere nel lavoro che facciamo.
    La colpa di chi è?
    Io parto dal presupposto che la cittadinanza si specchia nelle sue istituzioni (ed essendomi spostato di regione e di 4 ospedali nella mia carriera di medico ho visto il differente riflsso delle diverse cittadinanze nelle diverse istituzioni).La cittadinanza Padovana, si rispecchia in un PS senza attese per il trasferimento in reparto? La cittadinanza della mia attuale esperienza lavorativa (lavoro in Toscana) si riflette in attese anche di 24-36 h (talvolta- non sempre) per un posto letto e nel caos conseguente del PS in cui lavoro.
    Comunque sia tutta la cittadinanza Italiana si rispeccia in una sostanziale rimozione dell’idea della Morte, di riflessione e accettazione della sua Idea, con giornali che diffondono per lo piu idee distorte sul nostro lavoro di medici e sulla funzione degli ospedali; e conseguentemente la nostra cittadinanza viene ripagata con perpetui tagli alla sanità e ospedali come carceri senza che alcun tipo di moto di ribellione a ciò sia anche lontanamente percepibile.
    IL nostro ruolo di Medici, dovrebbe, secondo me essere quello di far sentire la nostra voce su temi piu alti ed ampi; se indichiamo la Luna e ci guardano il dito, dobbiamo far capire che quello che ci spetta è la Luna e niente di meno, visto il nostro impegno di Medici; vista la nostra dignità di Malati.
    Cari salutti a tutti i collegihi dei PS di tutto questo povero (culturalmente) Paese.

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