13
Mag
2020
25

Sventurata è la terra che ha bisogno di eroi

Ebbene sì, ci avete scoperti! Anni trascorsi a nascondere tute sotto i camici, a far finta di sbagliare per non tradire la nostra infallibilità, a lasciarci insultare e aggredire pur di travisare fantastici superpoteri. Ma è arrivato il virus, e ci ha costretti a uscire allo scoperto, svelando i segreti di tante vite, rivelandoci per quel che realmente siamo: inutile nascondersi, siamo eroi…

La retorica degli eroi nasconde alcuni significati: nasce dallo stupore di chi, per ignoranza e pregiudizio, ha sempre disprezzato gli operatori del Servizio Sanitario Nazionale oppure (peggio ancora) serve a nascondere l’imbarazzo e la colpa di chi negli anni ha scientemente sabotato la sanità pubblica salvo accorgersi con terrore, nel momento della massima necessità, che quella sanità è l’unica possibile ancora di salvezza.

Qui, in Pronto Soccorso, in Rianimazione, nei Reparti Covid, qui, dicevo, nessuno si sente eroe. E se qualcuno ha interpretato come prove di coraggio ed eroismo i messaggi, le foto, le lettere che abbiamo condiviso in queste settimane, allora quel qualcuno non ha proprio capito: lavoravamo fino allo sfinimento, con lo sgomento di chi combatte un nemico terribile e la sacrosanta paura di contagiarci e contagiare i nostri cari. Nei nostri messaggi c’era solo la voglia di trovare conforto attraverso la condivisione, recuperando l’orgoglio di appartenere a una comunità di professionisti, di persone per bene.

Cosa c’entra Galileo con il Covid19

In “Vita di Galileo”, di B. Brecht, Galileo Galilei, dopo l’abiura dell’eliocentrismo, viene biasimato da qualcuno che lo apostrofa dicendo “sventurata la terra che non ha eroi”. La sua risposta capovolge il concetto: “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”. Galileo decide umanamente di non immolarsi di fronte alla potenza dell’Inquisizione. Ma respinge il disprezzo che riceve e lo riversa su coloro che, per sposare verità e giustizia, hanno bisogno del sacrificio di un eroe. Una terra non deve aver bisogno di eroi, ma di persone oneste, concrete, colte.

Qui non ci sono stati eroi. Ci sono state persone che hanno semplicemente perseguito l’obiettivo per cui lavorano da sempre, applicando al massimo la propria capacità e anche un po’ di fantasia in una condizione estrema, inconcepibile fino a pochi giorni prima. 

Il sacrificio dell’eroe serve a qualcun altro, non a noi.

La tempesta ha perso potenza. Siamo ancora scossi e forse non è il momento di avventurarsi in analisi profonde ma proprio noi, protagonisti di quei momenti terribili (noi e i malati, sia chiaro), possiamo provare a spiegare cosa è davvero accaduto negli ospedali italiani.

Lo shock e la reazione

Sì, proprio uno shock: come definirlo diversamente.

Sapevamo che sarebbe arrivato. Ce l’avevano già raccontata, la violenza inaudita che ci avrebbe colpito. Le cronache lombarde già giravano, e le ascoltavamo sbigottiti. 

Ma poi, quando ci siamo stati dentro, abbiamo egualmente subito lo shock: per fortuna non è accaduto ovunque, ma laddove è successo siamo stati travolti da un numero di insufficienze respiratorie inaudito, da una richiesta di ossigeno mai vista. In poche ore si è resa evidente la nostra inadeguatezza, in tutto: numero, preparazione, tecnologie, spazi, risorse di ogni tipo.

Eccolo lo shock.

E poi la nostra reazione: nessuno ha sguainato la spada. Nessun cavallo bianco. Nessun eroe. Accade semplicemente che se suona l’allarme i vigili del fuoco saltano sull’autoscala e partono, se qualcuno grida aiuto i bagnini si tuffano tra le onde. E noi cosa avremmo dovuto fare, se non cominciare a curare?

Nessuno di noi ha deciso, in quei momenti, di arruolarsi per la guerra santa contro il Covid19. Ma ognuno di noi ha ingaggiato tante piccole, puntiformi, singole battaglie, una per ogni paziente che arrivava.

30.000 morti, probabilmente molti di più: è un bilancio catastrofico. Sarebbe ben peggiore se molte di quelle singole battaglie non le avessimo vinte. 

Per questo saremmo eroi?

Ma quali eroi… Siamo di meglio.

Assodato che nessuno di noi nasconde la tuta di Superman sotto la divisa e che non mi sono mai accorto di avere tra i miei colleghi il Cavaliere Bianco o Wonder Woman, quel che è accaduto negli ospedali italiani sarà presto oggetto di studio per sociologi e psicologi. Per ora, da assoluto dilettante, individuo nella risposta dei “nostri eroi” elementi sui quali vale la pena riflettere.

Identità: questo è il primo concetto, forse il più importante. L’identità riguarda il modo in cui l’individuo considera e costruisce se stesso come membro di un determinato gruppo. Beh, potrà sorprendere, ma l’identità dei “nostri eroi” è quella di “coloro i quali devono garantire la cura e l’assistenza”. Immagino che a sorprendersi non saranno solo i detrattori a priori di cui abbiamo già parlato, ma anche molti degli stessi operatori del SSN dai quali sarebbe stato lecito attendersi un impegno minore, una risposta ben più distaccata e sindacalizzata, se solo si pensa alle ferite, agli insulti e alle delegittimazioni che questo SSN e i suoi professionisti hanno ricevuto negli ultimi anni.

Ma nel concetto di identità è racchiuso un altro elemento, non meno importante: quello dei valori: senza l’adesione a un patrimonio valoriale comune non si costruisce l’identità di un gruppo così numeroso ed eterogeneo. Le grandi crisi hanno la capacità di svelare gli aspetti più estremi delle persone, nel bene e nel male: si scopre che l’emergenza umanitaria del Covid19 è riuscita a far affiorare una base morale comune nelle persone che, nonostante tutto, hanno continuato a garantire presenza e impegno.

E poi competenza: ma non quella del fuoriclasse depositario di una terapia che continuiamo ad attendere o di una diagnosi che fallisce ogni giorno. Penso a quella competenza di gruppo che ho imparato chiamarsi consapevolezza dell’organizzazione, nella quale le competenze del singolo, svincolate da ogni ordine gerarchico, concorrono all’efficacia dell’azione del gruppo, basandosi su conoscenze preziose e irripetibili del contesto, delle sue potenzialità e dei suoi punti di debolezza. 

Sono state inventate procedure, creati spazi, adattate tecnologie. Sono state stravolte le regole: le organizzazioni rigide, totalmente basate sulla programmazione, hanno necessità di regole ferree entro le quali muoversi. Quelle regole sono la base concettuale dell’esistenza delle organizzazioni stesse. Ma quando fronteggi un evento non programmato, una realtà assolutamente inedita, è necessario abbandonare le regole note e scriverne di nuove. È successo: pensate ai criteri di ricovero che abbiamo adottato, ad alcune dimissioni che mai ci saremmo sognati in tempi non Covid. Pensate a come abbiamo regolato l’accesso all’ospedale in questi mesi. Vi siete accorti che per un periodo (purtroppo breve) non è più esistita la medicina difensiva?

Non canto le gesta di un manipolo di eroi: descrivo la reazione di una categoria di professionisti che ha dimostrato, basandosi su solidi valori, di coltivare il seme della flessibilità e della resilienza. Che ha potuto superare il limite imposto dalla programmabilità degli eventi sapendo gestire l’inatteso. Quel che ogni capitano d’azienda vorrebbe nella sua organizzazione. 

Intermezzo: avviso per i lettori

Sto correndo il rischio di ottenere lo stesso effetto dei glorificatori degli eroi: stendere una mano di vernice, di un bel colore pastello, a coprire tutto quel che è accaduto. Sia chiaro che tessere le lodi dei professionisti che si sono realmente caricati sulle spalle l’emergenza della pandemia non significa ignorare quanto di negativo è invece accaduto.

Già oggi, accomunati a noi involontari eroi, ritroviamo colleghi che si erano magicamente vaporizzati alle prime avvisaglie di tempesta, per poi ricomparire nel momento in cui il cielo inizia a schiarirsi (in realtà qualcuno è ancora ben nascosto). Noi li conosciamo bene, ma in fondo siamo tutti eroi…

Riconoscere quanto di operativo ed efficace è stato messo in campo nei giorni passati non significa ignorare decisioni strategiche opinabili o, peggio ancora, palesemente errate. 

Nessuno meglio di noi conosce l’imprevedibilità e la violenza di quel che c’è capitato: per questo, con il solito atteggiamento concreto e realistico di chi le cose le fa piuttosto che raccontarle, saremmo anche disposti a comprendere lo smarrimento dei primi momenti. 

Da professionisti quali siamo parteciperemmo volentieri a un approfondito debriefing tecnico e scientifico su quanto è accaduto ma se, come accade oggi, quella discussione diviene l’arena di opposte fazioni urlanti, dal volume direttamente proporzionale all’incompetenza, nella quale noi stessi rischiamo di divenire gli involontari portatori di un vessillo politico invece che scientifico e operativo, allora ci ritiriamo in buon ordine, delusi e traditi dai nostri stessi adulatori.

Preferisco continuare a raccontare le gesta di noi eroi (sperando che almeno una parte del mio sarcasmo vi sia ormai giunta ben chiara).

Foto di Marco Vergano

Anche gli eroi si stancano

Ho scoperto che tra le conseguenze della pandemia c’è anche la cancellazione della memoria. Non so spiegarmi diversamente l’amnesia che ha colpito tutti riguardo alle condizioni delle strutture dell’urgenza precedenti al tempo del virus. Noi siamo sempre quelli che l’anno scorso cercavano disperatamente di farsi ascoltare denunciando la mancanza di 2000 medici nei Pronto Soccorso italiani. Siamo quelli dei troppi turni e dei troppi pazienti in carico. Siamo quelli che già prima del Coronavirus stringevano i denti per garantire il servizio. E adesso siamo anche gli eroi.

Il massimo sforzo in ospedale è stato prodotto da coloro che partivano dalla posizione di massimo svantaggio.

Insomma: eravamo già un po’ stanchini (di nuovo il sarcasmo!).

E poi è arrivata la tempesta. E alla mole di lavoro schiacciante si è sommato un carico psicologico tremendo: nel giro di qualche ora abbiamo avuto paura (lo scriveva Davide Tizzani) e ci siamo ritrovati sulle spalle il peso di decisioni drammatiche (leggete Alessandro Riccardi). L’impatto psicologico che abbiamo sostenuto è stato devastante. E i segni sulla pelle ci sono rimasti. Leggo che almeno il 50% degli operatori sanitari mostra segni di sindrome da stress post-traumatico: irritabilità, disturbi del sonno, crisi di pianto, esaurimento emotivo. Tutti noi ci riconosciamo in almeno un sintomo. Anche chi scrive ha ricominciato solo da poco a dormire decentemente. Tutto era cominciato con un incubo molto letterario e ben poco scientifico: una stanza buia piena di ratti portatori di peste… Non c’è dubbio: abbiamo bisogno di aiuto, come scrive Sossio Serra.

Insomma: oltre che stanchi, ammettiamolo, siamo tutti un po’ “bruciati”.

E tuttavia continuiamo a lavorare: non possiamo fermarci semplicemente perché non ne siamo usciti, il virus rinnova la sua minaccia, i malati continuano ad arrivare, perché non c’è solo Covid19 e il Pronto Soccorso non chiude mai. In una condizione di difficoltà che non conoscevamo, con l’ansia di individuare il “positivo” per una patologia che ci cambia tra le dita, che si nasconde dove non penseresti, che spesso è solo una presenza casuale in malati cha hanno tutt’altro. Nell’inconcepibile (almeno fino a ieri) necessità di frapporre barriere tra un malato e l’altro, tra noi e i malati, tra noi e i nostri stessi colleghi.

Insomma, terzo punto: siamo stanchi, un po’ “bruciati” e non possiamo mollare.

Non possiamo mollare

Non c’è stato il tempo di rifiatare, dopo la tempesta, perché c’è un sacco da fare. Pensare ai pazienti non Covid, che sono tornati a popolare il Pronto Soccorso, continuare a pensare ai pazienti Covid, continuare a cercare il Covid che nel frattempo, nella sua maligna strategia, ha cominciato a rendersi sempre più invisibile ai tamponi, nascondendosi nella cronicità e nella polipatologia. 

Il virus ha cambiato le regole del gioco e ci impone la regola del due: moltiplicare per due la valutazione di ogni singolo paziente (la condizione motivo dell’accesso e la possibilità di una patologia Covid), dividere in due gli spazi del Pronto Soccorso (ma ormai addirittura in tre), dividere per due il personale, tra “sporco” e “pulito” (definizioni odiose, ma che sono entrate nel nostro lessico). 

E il numero due ricorre anche nella famigerata fase due, che attendevamo come un miraggio solo un mese fa e che oggi ci spaventa terribilmente, accomunandoci in una frase che ripetiamo tra noi: “un’altra volta come prima? Non credo che ce la farò”.

Coniughiamo le difficoltà di un lavoro duro, reso più difficile dalla nuova geografia del Pronto Soccorso e dell’ospedale e dall’assenza dei vecchi riferimenti, alla preparazione per una nuova possibile ondata, molto più temuta della precedente proprio perché ormai abbiamo chiara la sua possibile potenza devastatrice. E nel frattempo inventiamo nuovi modelli di accesso e gestione per l’ospedale.

Tutto questo sfugge alla retorica degli eroi: quando sostituisci la consapevolezza al rischio, la professionalità all’audacia (almeno nell’immaginario altrui) perdi la qualifica di eroe. Torni a essere quello di sempre.

Come nell’ultima opera di Banksy, che non a caso si chiama “game changer”: la vita degli eroi è effimera, dipende solo dal capriccio di chi decide con quale eroe giocare.

Giocate pure con i vostri eroi, ma non con noi

Cosa diceva Galileo? Questa terra non ha certo bisogno del sacrificio degli eroi. Questa terra ha  bisogno di competenza, cultura, visione del futuro, onestà rispetto agli errori del passato, valori. 

Come qualcuno ha già detto, non si tratta di ricostruire, ma di costruire da zero un nuovo sistema, che tenga conto della tremenda lezione che abbiamo ricevuto in questi mesi e che definisca una volta per tutte gli obiettivi e gli strumenti della sanità pubblica del futuro.

Alcune constatazioni sono palesi: è necessario restituire alle strutture cruciali per il SSN (i tre pilastri: ospedale, territorio e gestione della prevenzione) le risorse necessarie a svolgere il proprio mandato. 

Ma non basta: chi fa servizio pubblico deve essere messo in condizione di perseguire l’eccellenza, condizione che non si esaurisce nella pur fondamentale integrazione degli organici.

Nella tragedia del Covid19 abbiamo scoperto un tesoro di competenza e resilienza che non ci aspettavamo e, forse, neppure meritavamo. A quel tesoro va attribuito il giusto valore non certo attraverso improbabili celebrazioni, ma con il riconoscimento di un’autorevolezza e l’attribuzione di un ruolo di riferimento nella progettazione del futuro sistema. L’alternativa è che quelle risorse insperate, condannate alla sterilità, vadano incontro alla distruzione definitiva.

Lo si diceva prima: le organizzazioni ad alta affidabilità sono tali solo se capaci di darsi nuove regole, abbracciando il cambiamento imposto dalla nuova realtà. Per costruire il nuovo sistema non si deve cercare un leader, ma un nuovo modello di organizzazione e di leadership. Concetto che può apparire astratto, ma che recupera concretezza ragionando per esempi: in queste settimane alle vacue glorificazioni degli angeli della sanità avrei preferito un paragone che nessuno ha colto. Quello con il nuovo Ponte Morandi di Genova (perdonate un po’ di sano campanilismo!): l’efficienza e la rapidità della realizzazione di un’opera ingegneristica monumentale ma soprattutto socialmente vitale, resa possibile dall’abbandono di vecchi schemi, dall’applicazione di regole inedite, dal rispetto per la competenza di ogni singolo anello di una catena operativa lunghissima (dall’idea al progetto fino alla costruzione di ogni minimo pezzo).

Competenza e resilienza in soccorso della società civile da parte di un pezzo sano della società civile stessa. Come noi.

Epilogo

In tutte le storie che si rispettino la parabola dell’eroe, superato l’acme e risolta la trama, termina con l’eroe stesso che si allontana, andando incontro al tramonto. Per noi l’uscita di scena non è prevista, proprio perché eroi non lo siamo mai stati: siamo depositari di un compito che non si esaurisce superando una battaglia, sia pure epocale. Titolari di un servizio che non può avere una conclusione.

Non riceveremo né ci aspettiamo l’applauso finale. Come mi ha scritto un amico: “È vero, è retorico l’applauso com’è retorico dire che non avete bisogno di applausi. Ho visto in tutto il mondo applausi e canzoni dedicate a voi. Avete bisogno che un giorno si possa vedere e sentire un applauso alla russa, in cui siete voi a battere le mani al mondo.”

Mi sono documentato: si definisce “applauso alla russa” quello in cui anche l’oratore che ha terminato il proprio intervento si unisce all’applauso del pubblico. La pratica, nata e diffusa nel Comitato Centrale del PCUS, sta appunto a significare che il merito di un buon intervento è sempre collettivo.

Quel mio amico ha proprio ragione…

Un esempio di “applauso alla russa”?
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2 Commenti

  1. Roberto Antonetto

    Splendide considerazioni, da condividere con tutta la mente e il cuore. Che dirle? Bravo? Grazie? Lei è grande? Siete stati grandi? Cadrei nella retorica dalla quale Lei rifugge. Semplicemente un abbraccio, Dottore. Nell’abbraccio le trasmetto l’amarezza di un vecchio che ha visto per decenni l’impoverimento della sanità pubblica a vantaggio di quella privata, assistendovi con la rabbiosa impotenza di giornalista anomalo e di utente smarrito. Di uno che conosce la nullità (e gli emolumenti!) della casta politica e amministrativa di somma incompetenza e somma arroganza eruttata dalle segreterie dei partiti per decidere sulla Sua attività e la Sua vita, e di conseguenza sulla mia. E di uno che sa fin troppo bene che nulla cambierà, nell’infinita retorica e nell’inesauribile folclore italico, quando il Covid farà meno paura. Le lascio questo commento nel giorno della “riapertura” legittimata da discutibili statistiche e dal terrore di un ritorno alla povertà, mentre l’occhio mi cade su comportamenti e assembramenti incoscienti. E mi chiedo: se mai il disastro ricominciasse , quanti medici, quanti infermieri, quanti operatori sanitari sarebbero ancora disposti a morire perché noi non diventiamo più poveri? Non ci resta che augurarci che Lei e i suoi colleghi di prima linea (non gli altri rimasti nelle retrovie) rimangano dei Dottori con la “D” maiuscola. Con ammirazione. Roberto Antonetto

    1. Fabio De Iaco

      Gentilissimo Dott. Antonetto, il Suo commento ci fa onore.
      Ma prima di risponderLe si lasci presentare a chi vorrà leggere queste righe. Roberto Antonetto è giornalista di lungo corso, autore di molti libri, coautore con Giovanni Arpino di un saggio su Salgari, ma soprattutto è l’ideatore di TG Leonardo, che da sempre seguo con passione (e con me, sono certo, molti nostri lettori).
      Quel che più fa piacere del Suo commento è la provenienza: che il post venga letto non da un addetto ai lavori (un bieco medico/infermiere d’urgenza come noi) ma da esponenti del mondo culturale e della Società Civile come Lei è ciò che più avrei voluto scrivendolo. Se ho resistito più di 25 anni in Pronto Soccorso (e come me, per fortuna, molti altri Colleghi) è proprio perché ho sempre trovato nel mio lavoro la sintesi tra professione e impegno civile: è l’unico motivo per non esserci ancora ritirati, nonostante i capelli grigi, in ambienti più confortevoli, al riparo da rischi, fatica e insulti. Le mie riflessioni sul tempo degli improbabili eroi sono ampiamente condivise nel nostro mondo, ma da quel mondo devono uscire per non rimanere l’ennesima sterile suonata per pochi intimi.
      Condivido la Sua analisi e i Suoi timori per il futuro. Oggi avremmo davvero bisogno dell’alleanza tra l’impegno dei sanitari e il comportamento assennato dei cittadini, il vero senso dell’applauso alla russa.
      E comunque vorrei rassicurarLa: anche nel più cupo degli scenari qui, in Pronto Soccorso, ci troverete ancora. Fatalmente la necessità (reale) di cure è il limite del nostro “potere contrattuale”, della nostra capacità di incidere sulle decisioni strategiche, banalmente della nostra possibilità di sciopero.
      La questione drammatica è un’altra: fino a quando esisterà il vero Pronto Soccorso? Ha ancora senso parlare di Sanità Pubblica, e dunque di Medicina d’Emergenza Urgenza che ontologicamente non può che stare dentro la Sanità Pubblica? Continueremo a ignorarne il valore e a mortificarne le potenzialità?
      Non dipenderà dall’impegno dei professionisti, ma dalla coscienza civile e dalla lungimiranza dei decisori.
      Il tempo del virus ci impone decisioni cruciali per il futuro e sembra escludere ulteriori possibilità: ne abbiamo avute troppe in passato, come Lei stesso lascia intendere. E già oggi siamo a un passo dall’insostenibilità, aggiungo io.
      Continuo a sperare, forse ingenuamente. E a lavorare.
      Ancora grazie.

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