22
Dic
2016
10

The “dark bright side” of …Holidays

Manca poco tempo a Natale: tempo di feste, pranzi e cene, riunioni famigliari, vacanze, regali, addobbi, luci, tante luci,e di conseguenza anche tante ombre…

Come spesso accade quando la maggior parte delle persone è impegnata nei festeggiamenti, nelle cene e nelle tombolate serali, mentre la televisione, Facebook, Twitter ed i social ci dicono quanto è bello stare in compagnia, per alcune persone la semplice quotidianità diventa un peso insostenibile, e tutto diventa più triste e complicato.

images

[Edgar Degas L’Assenzio]

Uomini e donne soli, con le loro mille storie, che hanno perso la loro famiglia, o lontani da casa, ma soprattutto anziani, che vivono da soli, o in casa di riposo, senza nemmeno più visite sporadiche di amici o famigliari…

Beh, per quelle persone, le festività in generale, e Natale in particolare, diventano un vero e proprio macigno su cuore.

Pablo Neruda, in una celebre poesia, utilizza una immagine davvero suggestiva, ma assolutamente reale, egli scrive Pensando, intrecciando ombre nella solitudine profonda”…ed in questo intrecciarsi di ombre è espresso e racchiuso tutto il dolore e la tristezza della solitudine, quella vera, che ha solo più a disposizione ricordi, ombre da “intrecciare” senza tregua, in un “silenzio popolato di echi”.

4d8e6e26ad2b94d75508d82527d96c0ca978bfea_m

[Nigel van Vieck “Q train”]

A chi di voi non è capitato, lavorando durante le festività, di trovarsi sommerso di chiamate, spesso veri e propri “falsi allarmi” dal punto di vista clinico, dove i pazienti, chiamano il 118, la guardia medica, o si recano in PS perchè affetti dal famoso “Male di Festa”? Quanti di voi hanno sperimentato come queste persone aspettino con ansia e trepidazione quella corta ed, a volte ammetto, distratta conversazione che, per noi, è semplicemente l’anamnesi patologica remota e prossima, un’indagare i sintomi, ma che per loro magari sarà l’unico contatto umano in quel giorno “di festa”? Quanti casi, che si possono definire “sociali” più che clinici, vi trovate a trattare in PS o nei reparti di medicina?

O quante volte vi siete trovati a dover ricoverare i pazienti in quanto non “dimissibili” perché soli, e non in grado di prendersi cura di se stessi? O, benchè leggermente differente, ma altrettanto importante e diffuso, quante volte i vostri trattamenti sono stati magari ritardati o non eseguibili per l’assenza di un caregiver?

Per i quasi 4 anni sono stata Guardia Medica nella mia città natale e i suoi dintorni e per tutti e 4 gli anni ogni mio turno lavorativo iniziava con la chiamata di una paziente “speciale” o di suo figlio che richiedevano una visita domiciliare. Ogni turno, che fosse giorno, notte, weekend o festa. Sempre. Sempre. Ed ammetto che ogni volta, soprattutto dopo centinaia di visite accurate ed attente alla ricerca di chissà quale tremenda sindrome, mi ritrovavo a sbuffare, pensando “che perdita di tempo!!”. Acerba come ero allora non avevo considerato come, le mie rapide incursioni, in quella casa sporca e disordinata, erano il contatto umano che quella donna cercava, desiderava disperatamente. Verso la fine della mia carriera di GM una sera la mia paziente era più in ansia del solito, con lacrime che le scendevano copiose e le bagnavano la camicia da notte. Era l’anniversario della perdita del figlio, e fermandomi a parlarle, dedicandole un poco di piu del mio tempo, molti tasselli sono andati al loro posto, e in parte ho compreso, in parte, le tragedie che stava alla base del suo “mal di vivere”, della sua depressione e della sua ipocondria.

In un’altra occasione, durante un turno di guardia medica durante una vigilia di Natale incontrai una dolce 80enne, Maria, che mi ha letteralmente fatta precipitare al suo capezzale dopo una telefonata ricca di …chiamiamolo patos (che avrebbe fatto invidia alle migliori star di Hollywood), lamentando dolori diffusi, febbre e dispnea. Al mio arrivo invece, aveva già il caffè pronto e una sedia su cui farmi sedere a “riposare” (“ma povera lei che lavora a Natale”). Dopo la visita, che mi aveva confermato l’assenza di un “reale” problema clinico, era stata miracolosamente guarita grazie ad una chiacchierata di mezz’ora sul figlio distante ed sul povero marito deceduto pochi mesi prima.

vincent-van-gogh376

[Vincent van Gogh, Sorrowing old man]

Più recentemente mi sono trovata a dover negare una procedura salvavita, in quanto la politica dell’istituto estero in cui ho lavorato richiedeva la presenza 24 ore su 24 e 7 giorni alla settimana di un caregiver, una persona a disposizione di quel paziente costantemente per 3 mesi dopo la procedura o più a lungo se in presenza di complicanze.

Questi sopra elencati sono differenti esempi di “solitudine”.

La lingua inglese ha distinto due aspetti contraddittori della solitudine.

La “solitude” è la scelta di essere da soli e lo “stare in pace e bene” in quella condizione sociale.

Invece la parola loneliness è il termine che esprime la solitudine “sofferta e non scelta dalla persona, ma conseguenza di circostanze o situazioni che hanno condotto a non avere nessuno a fianco per condividere e affrontare la vita”.

In questo preciso caso parleremo della solitudine intesa come “loneliness”.

In letteratura esiste una serie di studi che hanno indagato le conseguenze della solitudine sulla salute delle persone e sulla compliance di  questi pazienti alle terapie. E’ riconosciuto che la solitudine, intesa come assenza o carenza di contatti sociali o infelicità relativa alla propria posizione nella comunità , porti ad un aumento di rischio di mortalità prematura principalmente dovuto a 3 fattori :

  • Comportamentale: scarsa attività fisica, assenza di attenzione alla dieta e fumo sono 3 fattori possibilmente implicati nell’aumento di rischio di sviluppo di malattie cardiovascolari.

  • Scarsa considerazione di sé, assenza di un supporto e di uno scopo possono portare le persone a trascurare i sintomi di una malattia o non essere aderenti ad una terapia prescritta.

  • La solitudine e l’isolamento sociale sono stati “associati” alla carenza di difese immunitarie o presenza di elevata pressione arteriosa.

Ricercando in letteratura, alcuni studi hanno investigato la solitudine come fattore di rischio per differenti malattie.

Un paper apparso su Heart del 2016 ha ricercato alcune risposte, eseguendo una revisione della letteratura di studi osservazionali che indagavano l’associazione tra incidenza di stroke ed eventi cardiaci coronarici e la solitudine e l’isolamento sociale. La loro coorte era composta da 23 studi, 181mila pazienti valutati con innumerevoli analisi statistiche. Quello che risulta alla fine dalla review è che la solitudine e l’isolamento sociale sembrano incrementare del 29% il rischio di eventi cardiaci e del 32% quello di stroke. Nell’articolo viene sottolineato come questo dato non è da prendere come pura statistica ma come un campanello di allarme che dovrebbe  portare a considerare questa popolazione come maggiormente a rischio.

Una metanalisi apparsa su Perspective on Psycological Science nel 2015, comprendente 70 differenti studi condotti tra il 1993 ed il 2014, con più di 3 milioni di pazienti, ha identificato un aumento di probabilità di morte prematura in certe popolazioni di pazienti: per l’isolamento sociale l’incremento della probabilità di morte prematura risulta del 29%, per coloro che soffrono solitudine del 26% e per coloro che vivono da soli del 32%. (dati ottenuti dopo numerose analisi multivariate al fine di ridurre al minimo il peso di altre variabili, quali età, situazione socio-economica e comorbidità).

In questo studio però emerge quanto sia difficile “definire” solitudine: esiste infatti una valutazione oggettiva, ma senza dubbio anche una definizione soggettiva di tale stato emotivo, quale percezione di isolamento sociale, o stato di insoddisfazione dovuto alla discrepanza tra le relazioni sociali desiderate e quelle attualmente vissute.

Un articolo del 2014 ha analizzato differenti cause di accessi in PS “non clinici” in un campione di  pazienti arruolati a random tra le 9 AM e 9 PM di giorni a random in un periodo campione di 8 settimane in un reparto di Medicina di emergenza (University of North Carolina, Chapel Hill, NC). Tra i 138 pazienti sottoposti a screening e ritenuti eleggibili, e’ stato evidenziato come la solitudine ed isolamento sociale fossero state la causa di accesso al PS in oltre il 14% delle persone intervistate.[3]

Certo, quelli racchiusi negli studi sono numeri, statistica, ma ognuno dei pazienti che è stato “incluso” in questi studi aveva da parte sua, una storia da raccontare, quella che lo ha portato ad essere solo, senza famiglia o affetti. Egli difficimente lo ammetterà e giungerà a noi richiedendo cura per mali “immaginari”. Sta a noi, al nostro cuore ed intuito, riuscire a “smascherarlo” e indirizzare quindi le nostre energie verso la vera causa del suo disagio.

Un illuminante, a mio modesto parere,  articolo apparso su The New York Times qualche mese fa racchiude al suo interno una frase che mi e’ rimasta impressa “John T. Cacioppo, a professor of psychology at the University of Chicago […] said that loneliness is an aversive signal much like thirst, hunger or pain. “Denying you feel lonely makes no more sense than denying you feel hunger,”.[4]

The Blind Man’s Meal

 

 

Come per Maria, la mia paziente 80enne che voleva solo avere qualcuno con cui parlare alla Vigilia di Natale, scommetto che ognuno di voi ha qualcuno che ha incontrato, e che ha “curato” semplicemente con l’ascolto, prestando attenzione alle storie ed ai suoi problemi “non propriamente solo clinici” anche solo per pochi minuti, non indietreggiando, anzi buttandosi a capofitto in quella altrettanto complessa sfida , forse a volte sbuffando o alzando gli occhi al cielo, pensando “ecco un altro caso sociale”..ma quello non è il solito caso sociale….

Perchè come quando ci troviamo di fronte ad un sintomo, ne cerchiamo solertemente la causa, e se possibile, un rimedio, anche il “caso sociale”, con il suo nome, cognome e storia sulle spalle, è giunto a noi con un sintomo, reale e che necessità di un nostro sforzo al fine non sentirsi nuovamente isolato ed “rimbalzato”, magari aiutandolo a guardare con “occhi nuovi” ed una nuova prospettiva il proprio disagio, magari potendo pure timidamente proporre qualche possibile soluzione.

Certo, per tutti noi tale approccio non è sempre eseguibile, ma con un piccolo sforzo a volte potremmo fare la differenza, anche solo per un paziente in più..considerandolo, ascoltandolo ed investendo 10 minuti del nostro tempo, semplicemente essendoci.

Per cui quest’anno cerchiamo di esserci…anche solo per pochi minuti, anche se il paziente non è un caso da pubblicazione sul NEJM, anche se è magari un accesso o ricovero non completamente “appropriato” , anche solo per un paziente, uno ..sono sicura che in questo modo allevieremo ansie e paure e doneremo un po’ di pace e sollievo, magari solo momentaneamente,o magari chissà, saremo capaci di toccare corde che salveranno un’altra vita..

…e poi dopo aver fatto un po’ di esercizio nel periodo natalizio, chissà, magari ci prenderemo gusto e proseguiremo durante tutto l’anno….perchè, come dice una famosa pubblicità da quando sono bambina “A Natale siamo tutti più buoni”… chissà, magari non solo a Natale…

P. Picasso ha scritto: Ci sono pittori che trasformano il sole in una macchia gialla, ma ci sono altri che con l’aiuto della loro arte e della loro intelligenza, trasformano una macchia gialla nel sole.” …io aggiungerei ci sono pazienti che, con le loro storie e la loro semplice umanità, trasformano il nostro lavoro in una gioia.

pablo-picasso-child-with-a-dove-1901-22526

Pablo Picasso “Child with a Dove”

[1]Nicole K Valtorta, Mona Kanaan, Simon Gilbody et al. Loneliness and social isolation as risk factors for coronary heart disease and stroke: systematic review and meta-analysis of longitudinal observational studies Heart 2016;102:1009–1016 link

[2]Julianne Holt-Lunstad , Timothy B. Smith et al Loneliness and Social Isolation as Risk Factors for Mortality: A Meta-Analytic Review Perspectives on Psychological Science 2015, Vol. 10(2) 227 –237 link

[3]Tarshona B. Stevens, Natalie L. Richmon et al Prevalence of Nonmedical Problems Among Older Adults Presenting to the Emergency Department ACADEMIC EMERGENCY MEDICINE • June 2014, Vol. 21, No. 6 link

per chi avesse un attimo di tempo ecco cosa ha dato una spintarella all’idea per questo post..

[4]Researchers Confront an Epidemic of Loneliness. By KATIE HAFNER SEPT. 5, 2016. The New York Times link

Buon Natale a tutti e Felice 2017!

10

Potresti anche essere interessato a

La comunicazione diseguale
L’arte della incertezza in medicina
Prospettive e cultural competence: nuove sfide
“E se le prendessimo un accesso sottocute..?”

Lascia un commento

This site is protected by reCAPTCHA and the Google Privacy Policy and Terms of Service apply.

EMPills newsletter
Leggi gli ultimi post pubblicati sul blog
Rispettiamo la tua privacy